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Carlo Goldoni
Ircana in Julfa

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Scena Quarta. Zulmira, Ircana

 

ZULMIRA Perfida! l'intendesti?

IRCANA Non vorrei che il suo sdegno

Per voi, per me destasse qualche funesto impegno.

ZULMIRA Non temer, mio consorte ama la propria pace;

Sa che non fui, né sono, d'una viltà capace.

Parmi che t'ami anch'egli, e teco, oltre l'usato,

Veggolo, nell'amarti, quant'io forse impegnato

Non si sdegnò veggendomi teco pietosa, umana;

Questa condiscendenza mi sembrò quasi strana.

E la pietà che teco vidi nel di lui core,

Valse ad assicurarmi che sei degno d'amore.

Però creder non voglio che abbia di me lo sposo

Per tua cagion fissato non essere geloso;

Ma in grazia di vederlo pieno per te d'amore,

Posso nel di lui ciglio sperar meno rigore.

E posso, se gli narro l'ardir di quelle ingrate,

Sperar da lui vederle ben ben mortificate.

IRCANA Io nella sua pietade so che non spero invano.

La sua pietà è fondata, però, sopra un arcano.

Sa che insultar il talamo di lui non son capace;

Ma se vi scorge amante, non soffrirallo in pace.

Poiché, se non condanna in voi l'affetto mio,

Può condannar le fiamme d'un credulo desio.

Verrà il che potrete stringermi al sen pudica,

Ma sappialo Demetrio, ma pria Demetrio il dica.

Zulmira a' detti miei stupisce e si confonde;

Vi sarà noto un giorno l'arcano che si asconde.

Per or basta così. Amatemi, ch’io vi amo;

Ma bramate da me quel che da voi sol bramo.

 




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