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È una mattina d'agosto.
Sull'ampio cielo, chiuso dalle linee sottili e frastagliate delle montagne,
rese turchine dalla lontananza, passano grandi nuvole cenerine, come mandre di
nebbia, che svaniscono sui lembi ancora limpidi d'azzurro.
Siamo sul sentiero che
mena alla montagna, prima di arrivare ai boschi. Nella notte ha piovuto: il
terreno umido, ma senza fango, ha preso dei toni oscuri color tabacco; è
attraversato da solchi serpeggianti lasciati dai rigagnoli, e da linee di
pietruzze che sembrano di lavagna. Grandi massi di granito, nudi, bruciati dal
sole, chiudono il sentiero. Nessun albero ancora: solo grandi macchie di
lentischio, e campi di felci dalle foglie dentellate, ingiallite dal sole
ardente.
La gente sale lentamente
il sentiero, a gruppi, o sparpagliata.
V'è di tutto: uomini e
donne, signore e paesane dal costume a colori fiammeggianti, con canestri ed
involti: e bambini, quanti bambini! Tutti allegri, chiassosi, perché non sono
ancora stanchi. Tutti su, su, a poco a poco, badando di non inciampare, di non
lacerarsi le vesti, di non rompersi le scarpette, volgendosi ogni tanto ad
ammirare il vasto paesaggio, ripigliando fiato.
La brezza fresca, pregna
di profumi di boschi umidi, scende dall'alto, viene a scompigliarci i capelli e
le vesti.
E si sale, si sale sempre:
sotto quel cielo cinereo, nella luce opaca che vi scende, nessuna cosa, nessun
colore ha una sfumatura, un luccichio; tutte le gradazioni sono distinte, tutti
i profili sono nettamente disegnati: solo una piccola chiesa bianca, alle falde
del monte, pare che mandi delle ombre chiare intorno intorno.
Entriamo nel bosco: è un
bosco di elci secolari, grandissimi, che ergono al cielo le loro chiome
maestose, lussureggianti di verzura, con un susurro che pare mormori una sfida
a tutti gli elementi, dalla procella furiosa dell'inverno al sole di fuoco
dell'estate.
Ciò che ci colpisce vivamente
all'entrata del bosco è l'inebriante profumo che prima ci veniva leggero con la
brezza: è un profumo forte, quasi acre, come di fieno o di polvere bagnata.
Certi sbuffi paiono di sigaro, di caffè versato sul fuoco, di vernice umida:
certi altri sono invece dolcissimi, come d'incenso e di mirra bruciati.
Come sono belli e
pittoreschi i grandi alberi dai tronchi nodosi incavati, ricoperti di muschio,
dalle chiome che, riunendosi, formano una vôlta mobile con tante gradazioni
ondeggianti, dal verde giallo al verde rossastro, dal verde chiaro quasi bianco
al verde scuro quasi nero! Tra le foglie dal dorso e dalle venature grigiastre,
che cambiano di tono ad ogni scossa di vento, scendono grandi rami d'ellera con
le foglie eleganti di un verde molle e dorato, e da esse grosse gocciole
d'acqua che scavano piccole fosse dove cadono.
Ora i grandi massi di
granito sono rivestiti da un mantello di muschio e le felci sono verdi, e un
ruscello passa fra i giunchi, serpeggiante, come una trina di meandri verdognoli;
ora il terreno è coperto da alte erbe e da radici muscose di alberi.
L'orizzonte è tutto là, rinchiuso dal bosco, ove la luce piove dall'alto, come
una penombra bianca, e le gocce d'acqua tremolanti su tutte le cose hanno un
bizzarro scintillìo, ma fuggente, ma cupo, come fossero di bronzo.
Cominciamo ad essere
stanchi: qualche bimbo geme, le paesane in costume hanno sciolto il loro
fazzoletto, di cui rigettano indietro i lembi; i visi sono tutti rosei; il
vento ha disfatto i ricci delle signore.
Finalmente si è in cima!
Sempre bosco: però la chiesetta, che è la nostra meta, non è fra gli alberi, ma
su un terreno arido, sparso di pietre, di felci, di fieno secco e macchie di
lentischio. Davanti alla chiesa, in basso, vi è una casetta bianca, e dietro il
bosco.
Sull'alto del cielo passa
una nuvola strana, lunga, con linee rosse: pare un miraggio con le sue forme di
cupole, di case e di alberi. Ad est, prima di ricominciare il bosco, vi è
ancora un campo di pietre aride, un pozzo, una capanna rovinata e massi, sempre
massi di granito; poi, in fondo, all'ultimo limite dell'orizzonte, quasi velata
dall'immensa lontananza, una linea pura, disegnata sul confine del cielo; una
linea che azzurreggia mollemente col suo colore glauco senza riflessi. È il Mediterraneo!
Il sole brilla di tanto in
tanto negli squarci del mantello di nuvole che copre il cielo e getta un
bagliore d'oro su tutte le cose, un rapido luccichio che pare un lampo.
Entriamo in chiesa: è una
povera chiesetta col pavimento polveroso, con le pareti polverose, avvolta in
una triste penombra cenerognola nella quale si disegna il cerchio di luce
rossastra che getta una lampada ad olio; la linea bruna della balaustrata di
ferro divide l'altare dal resto della chiesa. I gradini dell'altare sono ricoperti
da una grossa stoffa a linee gialle.
A destra v'è un piccolo
cassettone rosso e una panca di legno bianco. L'altare non è arredato con
ricchezza, ma lì tutto è pulito, lucido, e sul davanti, ombreggiate dal pizzo
della tovaglia bianca, si notano due lettere a colori: V. M.: Vergine Maria.
Lassù la Madonnina bruna
bruna sorride tra i fiori vecchi, dietro un vetro reso opaco dal chiaro-scuro:
sulla parete è dipinta una tenda, e fiori dai colori e dal disegno sbiaditi.
C'è un'ombra vagolante in
un angolo: è quella di un vecchio, un poveretto dalle gambe lunghe lunghe, col
dorso ricurvo; un corpo che vive in equilibrio, ricoperto di poveri abiti
grigi.
Egli prega, con le grandi
mani secche giunte, col corpo dondolante. Un bimbo gli tira il grosso piede: egli
non si muove. Gli tira il lembo lacero della giacchetta, e non si muove
neppure. Dondola sempre: ha chiuso gli occhi: prega, pensa o dorme?
Siamo in una cumbissia
(così si chiamano le stanzette terrene che circondano la chiesa). La stanza è
lunga, irregolare, bianca. Un pezzo di grossa tela ingiallita sta inchiodato al
finestrino, perché non penetri il vento: la luce è scialba, fumosa, pregna
degli odori caldi delle vivande: si pranza.
Di solito si pranza sempre
fuori, al fresco degli alberi; ma questa volta, poiché minaccia di piovere, si
è apparecchiata la tavola dentro. Le tovaglie sono stese per terra; i piatti
scintillano come se contenessero acqua; il vino tremola e rosseggia nei
bicchieri, nelle bottiglie di vetro; colonnine di fumo caldo si alzano dai
grandi vassoi colmi di vivande. Fra le masserizie, accanto a qualche cuscino
bianco che pare damascato, stanno grandi cocomeri dal verde lucido e cupo,
dalle piccole venature gialle, e grappoli d'uva dal verde-oro e dal nero
turchiniccio. Siamo diciassette intorno a questa mensa democratica: nell'ombra
della porta risplende un visino di bimba pallida, bionda, dagli occhi azzurri:
un tipo di madonnina, mentre in piena luce, vicino al suo fucile dalla canna
lucente, c'è un viso barbuto e bruno di pastore.
Nel pomeriggio si balla.
Il cielo è ancora cinereo, la brezza fresca passa sugli alberi, che si scuotono
con un fruscio d'acqua scrosciante. Intorno intorno stanno legati, ai tronchi,
cavalli di tinte diverse, dal nero al color caffè e latte: cavalli alti ed
eleganti e ronzini dagli occhi di ciuco, semichiusi e melanconici. Un giovine,
semisdraiato fra due pietre, suona una fisarmonica dalle note stridenti, tristi
od allegre secondo i passi. Ci sono gruppi di signori e signorini e gruppi di
paesane con la bocca schiusa al sorriso; e una fila di signore e signorine
dalle alte pettinature; un arcobaleno di vestiti, costumi, scialletti avvolti
intorno alla vita.
Le coppie danzanti però
sono poche, e la polvere quasi indistinta che sollevano i loro piedi striscianti
si sperde giù, tra il fitto degli alberi. Il cielo getta un cupo pallore sui
visi, sulle vesti; niente animazione; solo un leggero bisbiglio e il suono
della fisarmonica; e il susurro del vento che passa sull'alto del bosco.
Ma ogni tanto passa come
un guizzo di luce rosea e tremolante: forse è il riflesso della larga e
graziosa gonnellina color rosa di una ballerina.
E si ritorna.
Siamo di nuovo nel bosco:
e si scende allegramente, perché è stata una giornata quasi noiosa. Il cielo
pare una lugubre vôlta di bronzo, immobile, senza una linea che varii. Dalla
cima della montagna scendono le ultime note della fisarmonica, mentre l'eco
triste ripete il cupo brontolio dei tuoni lontani. Fra gli squarci del bosco si
vedono le cime delle montagne che chiudono l'orizzonte, flagellate da lampi
rossi che s'incrociano come lame di spade di fuoco. Piove: eppure tutto è bello
così, perché velato come da una garza d'argento: sembra un paesaggio lontano di
cui non si distinguano bene che le more nere luccicanti tra i rovi, e le foglie
delle felci che paiono di vetro giallo. La pioggia passa, le nuvole si
sciolgono, grandi nembi di cielo azzurro illuminano l'atmosfera.
Un occhio di fuoco appare
in lontananza. È il sole fra le nubi che, prima di tramontare, ci manda un
ultimo sorriso, un ultimo scintillìo così vivido che pare una pioggia di
diamanti. Sul cielo, sul bosco, sulle montagne passa un bagliore di fiamma che
incanta.
Poi il sole tramonta,
lasciando dietro di sé un solco luminoso; un mantello di porpora e d'argento.
E viene il crepuscolo con
le sue ombre cineree: nella valle brillano i fuochi di lontani pastori, e sul
cielo, ove al raggio del sole sparvero le nubi, appaiono le prime stelle della
sera. I cavalli scendono galoppando dalla montagna e spariscono giù come
macchie brune. I grilli mandano il loro primo stridìo dal ritmo monotono, e i
massi, gli alberi, le macchie di lentischio assumono nell'ombra strane forme
nebbiose, d'immensi fantasmi, di rovine, di giganteschi nuraghes, di torri nere
e misteriose. Siamo scese: ci sediamo stanche e silenziose, ravvolte nei nostri
scialli e guardiamo la montagna, la valle, l'orizzonte. Il cielo è limpido, la
terra bruna, e su tutte le cose regnano i primi silenzi della notte.
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