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Infanzia!... È forse
questa una parola magica e misteriosa, un geroglifico orientale, inteso
indistintamente dall'anima, dalla mente, dal cuore, nei quali desta ricordi
soavi, dolcissimi, benché sfumati tra le nebbie del passato, e sorrisi
vagolanti e dolci come quei ricordi, e sussulti di rimpianto e dimenticanze del
presente?
Io non lo so: ciò che so
si è che se avessi per un giorno la penna di uno dei nostri più grandi
scrittori, - del De Amicis, per esempio, - io l'adopererei e rapidamente per
scrivere le memorie della mia infanzia.
Quante gradite impressioni
desta in me questa parola! Ricordi di piccole amiche e di maestre, di piccoli
odii e di piccoli amori; rimembranze della scuola, di giuochi, di gioie e di
dolori; paesaggi fuggenti, tremuli nella verde nebbia di un passato indistinto;
ricordi di figure tipiche nella loro bruttezza o bellezza: mille ricordi, mille
nonnulla che formarono l'insieme della mia prima età; ricordi che spesso agitano
la mente nelle ore di veglia notturna, fra i misteriosi luccichii della lampada
che muore, e della luna che sorge sul profilo della montagna.
... Laggiù laggiù, in
fondo alla memoria, vi è l'Asilo Infantile, la prima scuola, quella scuola coi
banchi a gradinata, divisi in due parti: una per le donnine, l'altra per gli
omini biondi e bruni, belli e brutti, buoni e cattivi, la parte più rumorosa e
più castigata: perché là non si contentavano delle parole, ma venivano ai
fatti, consistenti in morsi, pugni, e rotoloni fra un caos di carta lacerata e
di penne in aria... E che sgridate di maestre allora, e che fila di bimbi in
ginocchio, graffiati, rossi come tanti rivoluzionari ch'erano, pieni
d'umiliazione e di rabbia; e che risatine e che occhiate dalla nostra parte, la
parte dei deboli, delle silenziose!
Perché da noi tutto
avveniva in silenzio, senza scandali e raramente: qualche graffiatura sotto il
banco, qualche urto che, in caso di scoperta, poteva passare per involontario.
Le cause erano grosse: per un pennino, per una macchia di inchiostro, per una
castagna rifiutata... Ma le vendette erano più grosse ancora, più belle... per
chi poteva profittarne per la prima.
- Signora maestra, Maria
mi ha mostrato la lingua!
- Maria, su, al banco
alto!
Era il banco più alto,
quello delle correzioni, quando la mancanza non era grave; e dove ci si stava
sole sole.
Maria cercava di
protestare, ma invano; e trottava su, dopo aver mostrato davvero la lingua alla
accusatrice con la quale diventava nemica acerrima per tutta la mattina. Del
resto si era sempre, o quasi sempre, tranquille nelle ore della scuola, chine
sui quaderni a disegnare figurine, casette, fiori, geroglifici inesplicabili,
che ci procuravano anche essi dei buoni rabbuffi dalle maestre.
Fu appunto per uno di
questi figurini che disegnai arbitrariamente sul quaderno di una compagna, che
una volta la maestra mi mandò su, all'alto!
Non vi ero mai stata! Non
potrei narrarvi tutte le meditazioni filosofiche che vi feci, fra cui non
ultima quella della mia strana posizione sopra tutte le compagne, mentre nella
qualità di castigata ero moralmente al di sotto di tutte.
Di laggiù intanto mi si
lanciavano certi sguardi ironici che mettevano in sussulto il mio cuore; poi
tutta la mia attenzione venne assorbita dall'altezza di Clelia. Clelia era la
più grande bambina della scuola; ci sorpassava tutte e, quella mattina, quando
si alzò per dire la lezione, mi sembrò più alta ancora del solito, d'un'altezza
fenomenale, esorbitante. Come faceva ad essere alta così?
Non riuscivo a
indovinarlo, ma ero certa che Clelia aveva sempre i punti migliori, le lodi, le
carezze delle maestre e delle ispettrici, perché... era così alta!
Oh, bisognava che sapessi
come faceva a diventarlo. Per qualche giorno quel pensiero mi martellò in testa,
mi fece sognare: interrogai le compagne di banco di Clelia, ispezionai il
suolo; ma non scoprii nulla. Allora mi venne un'idea. Domandai ed ottenni il
permesso di mettermi vicino a Clelia, e quando ella si alzò per dire la
lezione, mi ficcai sotto il banco, ma nella prima oscurità non distinsi nulla.
- Che cosa cerchi lì
sotto? - mi gridò severa la maestra. Mi vidi perduta, perché chi stava
disattenta mentre le altre recitavano la lezione, veniva punita: e mormorai: -
Cercavo i piedi di Clelia!
- Non hanno bisogno
d'essere cercati da te - esclamò la maestra, trattenendo a stento il riso.
E anche questa volta,
accompagnata da un formidabile scroscio di riso di tutte le compagne, dovetti
salire in alto, dove rinnovai le mie meditazioni. Ora però Clelia non mi
sembrava più tanto alta!
... E nell'ora della
ricreazione?
Allora sì che ci si
divertiva. Facevamo colazione e poi uscivamo nel cortile, dove la fusione dei
partiti, (perché nella scuola eravamo divise in gruppi, le aristocratiche colle
vestine belle e i capelli ricciuti, le democratiche col grembiule dell'asilo e
la cuffia che si lasciava vedere sotto il fazzoletto nero a piselli rossi), la
fusione dei partiti diventava generale; un chiasso, un cicalìo assordante.
Quando sorgevano battibecchi, per fortuna le parti avverse erano sempre
riconciliate da Salomoni in miniatura e gonnella.
Oh, ditemi voi, mie
antiche amiche a cui cadranno in mano queste pagine, amiche di cui non ricordo
più quasi neanche il nome, ma che amo ancora, o piuttosto mi ricordo ancora di
aver amate con tutta l'affezione della mia piccola anima, ditemi voi, ve le
ricordate quelle ore di gioia infantile, immensa, pura, godute fra il sole e
l'azzurro invadenti il cortile dell'Asilo, nelle ore di ricreazione?
... O Bonaria dalle lunghe
trecce nere, dagli occhioni neri tagliati all'orientale, e tu, mia piccola e
bionda Teresina, dagli occhi ceruli guardanti sempre il cielo, voi che amai più
di tutte le altre, voi che siete morte senza aver conosciuto i piccoli dolori,
le piccole miserie della vita dopo l'infanzia - che fanno più dolci i ricordi
di allora - perché dall'alto dove siete non m'ispirate come scrivere la nostra
vita d'allora, i nostri pensieri, le nostre passioni, la nostra amicizia?...
E dire che anche allora si
avevano ricordi di un'età ancora più infantile, e si guardavano sorridendo gli
altri bambini più piccoli, non ancora fermi in gamba, sorridendo alle loro
fanciullaggini ed ai loro spropositi! Precisamente come, quando avrò venti anni
di più, penserò sorridendo ai ricordi di adesso.
... E i primi danari che
vennero in mio possesso, in mio esclusivo possesso? Quale immensa ambizione
soddisfatta, quanti sogni e progetti su quella piccola moneta scintillante, più
bella di tutte le altre, grandi e piccole, perché mia!
Che scintillìo di
masserizie di stagno, di occhi di bambole dallo smalto affascinante, che
voluttà di dolci color rosa, gialli, bianchi, con la carta ricamata e raggiante
d'oro e d'argento!
Ma quei miraggi svanivano
tutti, e con la sparizione della moneta si avverava un solo sogno: la bambola
nuova.
... La bambola! Ecco un
altro nome che non si può staccare da quello dell'infanzia.
Quante dilettissime figlie
ho avuto!
Una intera generazione viveva
nel mio palazzo: nonna, madre, figlia e spesso anche nipote, tutte coi loro
nomi, coi loro corredi forse un po' mal tagliati e cuciti, ma ricchissimi e
sfarzosi.
Come erano felici le mie
piccine! In inverno vestite pesantemente, sedute sempre intorno al braciere,
tutte affaccendate, chi con la calza, chi col libro, chi col ricamo, sempre nel
voluttuoso tepore del loro salotto, senza mai pensare neanche alla scuola:
d'estate in villa, ove nelle ore calde passeggiavano, vestite con vaporosi
abiti all'ombra dei grandi alberi del giardino fatto apposta per loro, e di
notte si sdraiavano sulle panchine, all'argenteo chiarore della luna, cicalando
allegramente nella loro misteriosa favella. Non so se esse mi volevano bene per
tutte le cure materne che loro prodigavo, per gli agi ed il lusso principesco
con cui le circondavo: io mi ricordo però di averle amate tutte
svisceratamente, sopra tutto quella che rappresentava sempre la madre; la
signora, la padrona di casa: era una bambola di cera, rosea, con gli occhioni
neri neri, nel cui fondo brillante vedevo il mio viso che credevo fosse la sua
anima; mentre tutte le altre erano di legno, con gli occhi smorti.
Quella di cera era la mia
favorita; le davo nomi carini, la vestivo più di lusso che le altre, e nei giorni
di ricevimento, di pranzo, di festa da ballo, quando intervenivano le figlie
ceree delle mie amiche, essa rappresentava la parte di padrona, mentre le sue
povere parenti erano costrette a fare le serve. Ma sì che mi amavano!
Altrimenti perché mi avrebbero obbedito sempre senza parlare, senza mormorare
quando torcevo loro le braccia, le gambe, il corpo tutto, per vestirle?
Mi amavano, e specialmente
la signora, la quale però finiva col darmi grandi dispiaceri. Poveretta! Essa
si ammalava, deperiva lentamente di una misteriosa malattia; il suo corpo si
vuotava, le sue mani, i suoi piedi si deformavano, cadevano pezzo a pezzo,
lacerandomi il cuore; il suo bel viso impallidiva, i suoi capelli cadevano, il
suo naso spariva insieme col rosso delle labbra e col nero delle sopracciglia;
solo gli occhi rimanevano vividi, sfolgoranti, sorridenti fra tutto quello
squallore; e quando, dopo una lunga agonia, la mia bambola moriva, prima di
sotterrarla con gli onori dovuti, nel camposanto tutto ombreggiato da un elce,
vicino alle sue ave morte nelle sue stesse condizioni, io le cavavo gli occhi e
li conservavo religiosamente assieme con gli occhi delle stesse sue ave: erano
per me le anime delle mie bambole.
... E veniva la bambola
nuova, ma che tristezza nel cuore, che vuoto, che desolazione nei primi tempi!
Quella era una estranea a cui spesso dovevo rimpicciolire od ingrandire gli
abiti della morta, e la sua fulgida bellezza non leniva che leggermente il mio
dolore. Quando finalmente, posta in religioso oblìo la morta, me le
affezionavo, pur troppo, un punto nero era già apparso sulla punta del suo
nasino!
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