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«Tu avesti donna contumace, lieve, elata, rissosa; e io il
simile ebbi in coniugio femmina strana, traversa, bestiale, arrabiata. E sia,
priegovi, non meno lecito a me, poiché ancora la mia non vive, narrarne cose
divolgatissime. Ma che possiamo noi stimare in questo essere nostra propria
alcuna iniqua fortuna? Communi sono e innati vizi a tutte le femmine essere
lascive, inconstanti, importune, superbe, gareggiose, ostinate. Propria e non
iusta con gli altri mariti né a' congiugati ragionevole fortuna sarebbe a chi
potesse gloriarsi avere femmina presso a se modesta, facile e non studiosa e
cupida d'imporre e disseminare in le famiglie odi e infamia. Cosa rara,
fratello mio, cosa inaudita che femmina non disturbi l'amicizia e le care
unioni dovunche ella in mezzo segga. E in rari si truova tanta lenità, tanta
equanimità e ben composta ragione che a loro femminili inezie, a loro
insimulazioni non si turbino. Non però in questa laude negherai me esser stato
a te non dispari. Tu soffristi femmina vagola e vanicciola: io soffersi la mia
dura, bizzarra, sempre acigliata, sempre aparecchiata a contendere e
onteggiare. Tu del tuo consiglio aseguisti frutto, quiete in casa, tranquillità
in la famiglia, grazia presso de' suoi; fuggisti cose difficili, gravi,
moleste, fuggisti la discordia domestica, gli odi, le inimicizie. Io più stimai
la fama e buon nome che tutte queste cose dure, aspere e acerbissime. Tu
curasti ch'ella non volesse, io ch'ella non potesse essermi impudica.»
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