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| Leon Battista Alberti Uxoria IntraText CT - Lettura del testo |
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«Tu avesti donna contumace, lieve, elata, rissosa; e io il simile ebbi in coniugio femmina strana, traversa, bestiale, arrabiata. E sia, priegovi, non meno lecito a me, poiché ancora la mia non vive, narrarne cose divolgatissime. Ma che possiamo noi stimare in questo essere nostra propria alcuna iniqua fortuna? Communi sono e innati vizi a tutte le femmine essere lascive, inconstanti, importune, superbe, gareggiose, ostinate. Propria e non iusta con gli altri mariti né a' congiugati ragionevole fortuna sarebbe a chi potesse gloriarsi avere femmina presso a se modesta, facile e non studiosa e cupida d'imporre e disseminare in le famiglie odi e infamia. Cosa rara, fratello mio, cosa inaudita che femmina non disturbi l'amicizia e le care unioni dovunche ella in mezzo segga. E in rari si truova tanta lenità, tanta equanimità e ben composta ragione che a loro femminili inezie, a loro insimulazioni non si turbino. Non però in questa laude negherai me esser stato a te non dispari. Tu soffristi femmina vagola e vanicciola: io soffersi la mia dura, bizzarra, sempre acigliata, sempre aparecchiata a contendere e onteggiare. Tu del tuo consiglio aseguisti frutto, quiete in casa, tranquillità in la famiglia, grazia presso de' suoi; fuggisti cose difficili, gravi, moleste, fuggisti la discordia domestica, gli odi, le inimicizie. Io più stimai la fama e buon nome che tutte queste cose dure, aspere e acerbissime. Tu curasti ch'ella non volesse, io ch'ella non potesse essermi impudica.» |
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