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Da Pio IX a Giovanni Paolo II
Già nei sofferti e gloriosi giorni del pontificato di
Pio IX (1846-1878) la raccolta dei documenti pontifici rivelava la radicale e
insanabile opposizione fra la dottrina tradizionale della Chiesa da una parte e
i vaneggiamenti sentimentaloidi del comunismo utopistico nonché l'assalto
pedante e pieno di livore del comunismo scientifico o marxista.
Questa incompatibilità non ha fatto che
intensificarsi durante i pontificati posteriori, come dimostra, ad esempio,
l'affermazione lapidaria di Pio XI contenuta nell'enciclica "Quadragesimo
Anno" del 1931: "Il socialismo si fonda su una concezione della
società che le è propria e che è inconciliabile con il vero cristianesimo.
Socialismo religioso, socialismo cristiano, sono termini che non possono
unirsi: nessuno può essere un buon cattolico e dirsi contemporaneamente vero
socialista".(Acta Apostolicae Sedis, vol. XXIII, p. 216). E ancora più
segnatamente, il famoso decreto del 1949 della Sacra Congregazione del Sant'Uffizio,
promulgato per ordine di Pio XII, vietava a tutti i cattolici, di collaborare
col comunismo nei termini dello stesso decreto, arrivando persino a punire
certe forme di collaborazione con la scomunica.
Questi atti pontifici miravano a impedire il trasbordo
dei cattolici verso le fila comuniste, ma anche ad evitare l'infiltrazione dei
comunisti negli ambienti cattolici, con il pretesto di collaborare a vicenda
per risolvere determinati problemi socio-economici.
Questo punto era di particolare importanza, poiché
tendendo la mano ai cattolici (la "politica della mano tesa") in nome
di questa fallace collaborazione, i comunisti dichiarati e in modo particolare
gli "utili-idioti" di tutti i tipi entravano in una convivenza
famigliare e assidua con i cattolici, creando un clima propizio ad attrarre
verso il pensiero e l'azione marxista un numero considerevole di figli della
Chiesa.
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