II.
Lagrime salse le piovean dagli occhi.
Piangea la povera anima, una mano
sul tenue seno e l'altra sui ginocchi.
«Oh! la tua buona Parvola, che chiudi
sola, laggiù, nel carcere lontano,
pieno di spettri e di fantasmi nudi!
E mi spaura, chiusa in fondo anch'ella
come son chiusa io così pura e saggia,
fragrante ancora dell'odor di stella,
la Bestia, ahimè! che mangia e ringhia e freme
sopra il presepe, e scalpita selvaggia
tutta la notte! Noi vegliamo insieme,
la Bestia e io! così che i dolci modi
che ti cantai, che andavi zingarello
di fiera in fiera, ora non più tu li odi.
Allor, sul carro, io ti mutava in note
d'una viola e d'un violoncello
lo strido assiduo delle trite rote.
A cui, crescendo, s'aggiungean fanfare
di trombe e corni, ed, ecco, un infinito
coro di voci alte nel cielo e chiare.
Giungeva sempre più canoro il nembo
sopra il tuo capo pendulo, sopito,
ch'allor tua madre s'accostava al grembo.
Passava il nembo, lontanava l'inno
con le grandi ali tremole e sonore,
lasciando alfine un sol, di sé, tintinno,
piano, più piano... era dell'arpa mia...
e tu la udivi con l'orecchio al cuore
della tua madre, per la lunga via...»
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