E si trovò nel mezzo a una pineta.
Misto d'incenso v'era odor di mare.
Udì lontano un suono di compieta.
Pianger parea la squilla il dileguare
ad occidente d'assai più che un giorno!
E là tra il nero era un lucor d'altare.
Parea, la selva, un tempio. E quando intorno
tacque la squilla sola, ecco dei pini
s'udì l'aereo murmure piovorno.
Stridiano sulle stipe e sugli spini
tremuli i grilli, e rispondean le rane
a quando a quando di su gli acquastrini.
E notte venne, e fu tutt'ombre vane
l'antica selva, e risonò di rotte
grida di fiere e forse voci umane.
Uno sfrascare, un galoppare a frotte,
un grido acuto, e poi silenzio ancora,
e l'ansimare solo della notte.
E sorse il lume d'una strana aurora
notturna, che le strigi vagabonde
fece fuggir con muti voli anzi ora.
Trascolorò sotto le pallide onde
il tempio immenso con veloci fiumi
ed alte guglie e cupole rotonde.
E il pellegrino, in mezzo al lento fumi-
gare di luce vivida e spettrale,
un uomo vide lento errar tra i dumi.
Veniva dal gran Carro boreale.
Solcato d'ombre era il suo volto macro,
e fisso l'occhio, e sempre, il passo, uguale.
Egli avanzava per il luogo sacro,
tra un'infinita fuga di colonne.
Lo accompagnava il suono del lavacro
del mare eterno... di quell'altro insonne!
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