VI.
E vide il vecchio, e gli mormorò: «Pace».
E il vecchio scosse il capo: «Andai, lontano,
per aver lei, da tutto ciò che piace!»
«Io fui cacciato»: mormorò il silvano.
E poi soggiunse: «e mi sbalzò sul flutto
d'ogni procella il folle vento vano.
Così mostrai le piaghe mie per tutto.
Altro non fui che pianta di mal orto,
pianta silvestra senza fior né frutto.
A me fu questo che tu vedi, il porto.
Per questa selva m'aggirai cattivo
e lasso e tristo e cieco e nudo e morto.
Morto non pur, ma come non mai vivo.
Era il mio nome per fuggir disperso,
qual foglia secca su corrente rivo.
DANTE, il mio nome. Ero nel nulla immerso,
quando, guardato in viso la ventura,
sorsi e descrissi tutto l'universo.
Descrissi l'uomo, e il sonno nell'oscura
selva e il risveglio, e l'apparir di fiere,
l'una che attrae, la coppia che spaura.
Mi seppellii sotterra per vedere.
Vidi né vivi i più né morti, vidi
gli uomini bestie e l'anime più nere.
Ebbro di lai, d'urli, di guai, di gridi,
mi lasciai sotto capovolto il male,
e giunsi a santi solitari lidi.
A un santo monte su per aspre scale
salii, dove la pena era gioconda.
Gli angeli ventilavano con l'ale.
Nel fuoco entrai. N'ebbi la vista monda.
Entrai là dove bene è ciò che piace,
e l'uomo oblìa, poi si rinnova, all'onda
di sacre fonti. E ritrovai la pace».
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