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Quando si parla di vita fraterna di comunità nella vita
religiosa si toccano facilmente, nel discorso, gli estremi. Da un lato il
“romanticismo comunitario”: guardate come é bello vivere insieme come fratelli;
e l’altro estremo: comunità, mia massima penitenza. La vita di comunità non é
un idillio, né un sogno, la vita
fraterna di comunità é l’inizio della missione! É il luogo teologico per
sperimentare il Padre e per crescere nel Cristo, secondo lo Spirito. La vita fraterna di comunità é come una
“officina” dove si é “lavorati per trent’anni”, come Gesú a Nazaret, per essere
pronti a partire continuamente, senza rimpianti, senza rigurgiti o onde di
ritorno! In fin dei conti Gesú ritorna a Nazaret solo di passaggio! Lui
aveva imparato tutto: come morire a se stesso, come lavorare con gli altri e
per gli altri...magari ”lavando i piedi” gli uni degli altri, a servire e non a
essere servito, a essere ultimo e servo di tutti.
Gli esseri umani non sono fatti per vivere solitari o
individualisti ma sono esseri di relazione e che vivono secondo le relazioni e
i vincoli che stabiliscono, che soffrono o sono felici dipendendo dal tipo di
relazioni che stabiliscono. Non sono fatti per essere “onnipotenti” e per
dominare, sono fatti per essere simili al “pezzetto di terra” che sta davanti
ai loro occhi. Se un religioso non accetta questo e si chiude nel suo
individualismo, significa che vuol mangiare più di quanto riesce a masticare.
Vuol porre dentro se stesso tutta la realtà perdendo la dimensione della spiritualità comunitaria e facendo il
gesto eroico di collocarsi dentro l’immortalità del suo ego. Si alterna tra gli
estremi di cui sopra, trasformati a volte in sentimenti di chi basta a se
stesso o di chi si considera un niente. Il sentimento di finitudine, necessario
per fare comunità, gli é intollerabile. Per far comunità bisogna educarsi a non
essere né Prometeo, né Narciso. Il
tentativo di negare la finitudine é fondamentalmente disumano.
Senza dubbio la migliore preparazione alla vita fraterna di
comunità religiosa e pertanto alla missione comunitaria, é la povertà, la
castità e l’obbedienza come vissuto cosciente che “Dio basta” e che l’essere
umano non é “causa sui” ma é frutto di due esseri differenti, di una cultura,
di una storia particolare. Riconoscersi semplicemente uomini significa
riconoscere che non siamo “tutto” ma solo parte. La sessualità é il luogo
teologico del “parziale”. Solo Dio é Tutto. La comunità religiosa e pertanto
ciascun religioso Cavanis sarà più responsabile della formazione e della sua
autoformazione, sarà più libero e sano se apre le porte e le finestre all’Unico
necessario, ai fratelli che sono in cordata con lui sulla montagna della
radicalità evangelica e per conseguenza alla missione, ai laici, ai giovani e
adolescenti più bisognosi.
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