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Amedeo Cencini, FDCC
Quali vocazioni per una vita consacrata rinnovata?…

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1.1. Lo smarrimento della relazione
A me pare che la vc stia rischiando di perdere progressivamente la sua natura fondamentalmente relazionale. Il fenomeno probabilmente non è recentissimo, potrebbe esser riconosciuto lungo una linea evolutiva che s’è sviluppata lungo la storia anche a causa di precisi influssi culturali-sociali, ma che negli ultimi tempi s’è imposto con una certa evidenza. Il rinascimento, poi un certo umanesimo radicale, l’illuminismo e il neo-illuminismo hanno finito per porre sempre più al centro il singolo individuo con la sua dotazione di capacità a vari livelli, soprattutto mentale-intellettuale, e delimitando sempre più lo spazio del mistero e del trascendente, della persona e del rapporto personale, del principio dell’agape e dunque anche della fede, dell’oggettivo e del normativo. L’epoca post-moderna ha poi ancor più accentuato il processo dell’autoorientamento narcisistico che – a sua volta – ha in qualche modo esasperato il conseguente processo di chiusura dell’individuo in se stesso, anche se all’interno d’un processo di estenuazione generale (vedi il "pensiero debole").

La vc e, più in generale, l’atteggiamento credente, non potevano non risentire di questo influsso (che ha avuto, beninteso, anche delle ricadute positive); e come spesso succede in questi casi, hanno assorbito in modo acritico alcune delle conseguenze più negative di questa cultura. Mi riferisco, in particolare, a un certo smarrimento, nella vc, della dimensione relazionale, dimensione – come dicevamo – che le è invece tipica e costitutiva. È stato negl’immediati anni del post-concilio che, ad esempio, si cominciò a parlare di self-realization, d’integrazione affettiva, con una punta di rivendicazione anche legittima rispetto a un eccessivo comunitarismo del passato, ma senz’altro il processo era iniziato molto prima, mettendo radici piuttosto profonde, nel singolo e nel modo di pensarsi in quanto gruppo. Vediamo alcune espressioni di questo individualismo religioso.

Insomma sembra abbastanza evidente, purtroppo, questo fenomeno dello smarrimento della relazione. È come se la vc fosse divenuta un po’ afona, o quasi muta o sordomuta, o senza un volto preciso, incapace di dare ragione della sua speranza e di esprimere la bellezza d’una vita totalmente consacrata all’Eterno, e ancora di attrarre altri a unirsi in questa contemplazione della bellezza e nello slancio del dono di sé. Di conseguenza s’è progressivamente indebolita anche la dimensione relazionale all’interno della vita comunitaria, anzi, la comunità stessa. E la vc è divenuta meno comunionale, meno espressiva di quel bisogno di fraternità che l’essere umano si porta dentro, e ancor meno espressiva di quella comunione trinitaria da cui ha origine ogni relazione terrena e di cui la vc dovrebbe essere e fare memoria.

Forse non è giusto parlare di una precisa responsabilità, fatta di omissioni e inadempienze, da parte della vc stessa; c’è stato, infatti, un influsso culturale, come abbiamo prima ricordato, all’origine di tutto ciò. D’altro lato, questo neppure ci giustifica e ci assolve, ma ci mette almeno nella condizione di capire che oggi non è più questo il modello culturale, ma che ci stiamo sempre più orientando verso un modello d’uomo segnato profondamente dalla relazione, dall’essere-con, dalla memoria d’una relazione da cui è venuta la vita all’uomo e verso cui l’essere umano tende, nostalgia d’un incontro che nessuno potrà mai estirpare dal cuore umano. "La visione antropologica oggi plausibile è quella che non ritiene la relazione come un accidente, come una specie di accessorio dell’uomo. Né si può ridurre la relazionalità al mondo psicologico o sociologico, ma occorre collocarla nell’ambito teologico che le è proprio, ambito più ontologico che morale".

O la vc capisce questo passaggio culturale e torna a essere profondamente relazionale-comunionale, o rischia di porsi fuori del contesto significativo umano, di non incrociare più alcuna domanda e alcun volto, alcuna attesa dell’uomo e della donna d’oggi, e di non aver dunque più alcuna parola da dire, alcun volto da mostrare, alcun potere d’attrazione.




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