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Hermann Schalück, OFM
“Tutto è possibile, nulla è certo”…

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6. Sfide e prospettive

A prima vista sembra che il postmoderno porti solo problemi e ostacoli insormontabili alla Chiesa, che propone valori importanti e irrinunciabili di solidarietà e di gratuità e obblighi e opzioni personali e corporativi a lungo termine. Nella lettura teologica, sopra accennata, dei segni del nostro tempo vorrei, invece, esprimere l’aspettativa che il tempo moderno e postmoderno offrano anche nuove possibilità per il Vangelo, la Chiesa e la sequela. La nostra domanda è questa: come possono gli istituti religiosi, le cui leggi di vita sono il dono di sé, la gratuità e la solidarietà, inculturarsi in un contesto di individualizzazione, digitalizzazione e globalizzazione radicale? L’inculturazione del Vangelo e dei diversi carismi della vc nel mondo moderno e postmoderno è, secondo il mio parere, ugualmente possibile e difficile come in altre epoche della storia. Affinché riesca, nonostante i segni negativi e ambivalenti che molti uomini associano ad essi, dobbiamo identificare anche quei segni che possono sfidare in modo particolare il Vangelo e la sequela. Provo ad indicarne alcuni:

    L’attuale desiderio di libertà e di autonomia, anche in questioni riguardanti la gestione della vita religiosa ed etica-morale, è stato spesso visto come una minaccia. Vorrei invitarvi a considerare questo desiderio un po’ anche come una sfida positiva per la vita consacrata. Tutti sappiamo quanto le forme autoritarie e paternalistiche abbiano caratterizzato la vita communis nel passato e quanto sia necessario, ma anche doloroso, il processo di rinnovamento postconciliare. Sta di fatto che non si può parlare di autentica inculturazione del Vangelo e della sequela nella società moderna e postmoderna, se le esperienze di libertà, emancipazione e autonomia dei nostri contemporanei fossero giudicate solo negativamente o, addirittura, respinte. Un aspetto dell’attuale crisi della vc, almeno in Europa e nel Nordamerica, consiste, secondo la mia opinione, nel fatto che non si è ancora riusciti a far entrare positivamente nella teologia e nella prassi della sequela nell’era postmoderna i temi dell’emancipazione, dei pari diritti delle donne, della libertà e dell’autonomia dell’individuo. Il deficit, che la nostra Chiesa indubbiamente presenta ancora in questo campo, si ripercuote negativamente su tutta la pastorale, specialmente su quella delle vocazioni religiose. Se tra la cultura (post-moderna) e il Vangelo non esistesse alcun punto di contatto, ma solo un abisso totale, non vi sarebbe possibilità alcuna di inculturazione, né di dialogo, né di evangelizzazione che, tuttavia, rimane il nostro compito. La sociologia descrive la forma concreta della vc, soprattutto nei suoi grandi conventi e nelle grandi opere caritative, ed altre, all’inizio dell’era industriale moderna nel 19° secolo in Europa, come "istituzione totale": essa aveva un carattere che includeva tutti gli ambiti della vita del religioso. L’ordinamento della vita era definito fino agli ultimi dettagli. Lo sviluppo individuale non era una meta desiderabile. I desideri dell’individuo dovevano sottoporsi agli obiettivi dell’istituzione. La cultura postmoderna, invece, si contrappone, come sopra dimostrato, con la non comprensione e il rifiuto di tutte le istituzioni e tradizioni che avanzano la pretesa della "totalità". Non potrà né dovrà esserci una via di ritorno o una "restaurazione". Per la vc e la pastorale vocazionale ciò potrebbe significare che dobbiamo congedarci, in modo più radicale di quanto ci possa piacere, dall’immagine della vc come "grande organizzazione" e mostrare ai nostri contemporanei in ricerca altre immagini, p. es. quella della piccola cellula di viva ricerca e speranza, quando "due o tre" sono riuniti nel nome di Gesù: i discepoli di Emmaus che sono in cammino con Gesù. Gli uomini e le donne che con Maria perseverano in preghiera nel Cenacolo di Gerusalemme, aspettando fiduciosamente il Paraclito. La ricerca di nuove forme di comunità nella vc, secondo la mia opinione, deve essere triplice: la ricerca di nuovi luoghi geografici dove il Vangelo (come risposta alle sfide postmoderne, p. es. la solitudine, l’alienazione culturale, la povertà) può essere accettato. La ricerca di piccole comunità che offrono spazio al desiderio di individualità e alla propria esperienza di Dio e della fede. La ricerca di rapporti personali rinnovati dei membri tra di loro, nel senso di partecipazione, apertura, ospitalità e "libertà legata". E’ importante vedere l’uomo nella sua ricerca di "integrità" (wholeness, holistic living), di una "patria" e di "compagnia" e rispettare approcci differenti alla fede e forme differenti di fede. Ciò mi pare un'altra risposta della fede ai segni della nostra cultura postmoderna e avrà soprattutto conseguenze per l’accompagnamento degli interessati e per la formazione dei candidati (e delle candidate): mi domando sempre di più, in che misura il "seminario" classico possa o debba ancora essere il modello di base per la formazione di base nella vc, cioè un modello che viene ampiamente associato all’"uniformità", sia nella gestione della vita quotidiana e, ciò che è ancora più problematico, nel "curriculum" assegnato ad ogni candidato (e candidata). Se è vero che il cammino di ogni uomo davanti a Dio è un mistero, che i carismi e i limiti sul cammino della fede e della sequela si presentano in mille modi diversi, e se è vero che nella nostra Chiesa diventano sempre più necessari diversi ministeri di uomini e donne, allora non si tratta di una concessione alla postmodernità permissiva, ma forse di un cammino nuovo e legittimo, se gli istituti della vc offrono nel futuro ai candidati approcci, forme di accompagnamento e curricoli più differenziati. Il problema, però, sta nel fatto che molti dei nostri membri e delle nostre case non sono preparati a questa via "personalizzata" e differenziata della formazione. Invece di considerare le prospettive di una formazione più differenziata (in più luoghi, con passi variabili, possibilmente con la partecipazione di tutte le comunità) non pochi fratelli e sorelle sembrano credere che la formazione e l'accompagnamento debbano rimanere un "compito speciale" per pochi, e aspettare che i nostri noviziati e le altre case di formazione un giorno si riempiranno di nuovo di "gruppi" più o meno grandi. Un altro aspetto del tempo postmoderno, in sé molto ambivalente, può invitarci al rinnovamento dal di dentro: oso affermare che la maggioranza dei giovani contemporanei non è semplicemente a-religiosa e non lo diventa. Anche la spesso citata e vituperata "secolarizzazione" nell’era moderna e postmoderna non porta affatto automaticamente alla distanza dalla religione in sé, come vediamo spesso nelle società occidentali. Certamente, la religione "ufficiale" e socialmente costituita perde da noi il suo ruolo dominante. Avanzano altre grandi religioni, o almeno elementi di esse, e forme di pensiero esoterico. In alcuni paesi occidentali (specialmente Spagna e Italia) la "secolarizzazione" peraltro non significa il rigetto della Chiesa cattolica per principio, ma solo di certe forme concretamente esistenti di essere Chiesa; spesso si tratta di semplice "anticlericalismo", salve restando le simpatie per i valori fondamentali del Vangelo. Nella letteratura si parla comunque in modo assai differenziato di "nuove forme di religiosità". Anzi, si diagnostica sempre di più un "ateismo benevolo verso la religione" (Metz). Pare che la religione, anche quella cristiana, da molti non sia più considerata e vissuta in primo luogo come sistema universale di rapporti, o come "progetto di vita" singolare ed esigente, o come "opzione fondamentale", ma come catalogo di "articoli di consumo" spirituali che, scelti al tempo giusto "à la carte", possono rendere la vita più bella, più significativa e, in parte, anche più "efficiente". La nostra risposta a una tale religiosità a modo di "patchwork" ("patchwork-religiosity") non può essere quella di ridurre l’immagine neotestamentaria di Dio e di Gesù Cristo e gli elementi genuini della nostra spiritualità. Ciò nonostante sarebbe sbagliato pensare che la religiosità postmoderna non abbia qualcosa da insegnarci. Sicuramente ci invita a vivere di più ciò che gli uomini "postmoderni" desiderano giustamente, ma forse non trovano più da noi: essi cercano una spiritualità favorevole alla vita, capace di richiamare i sensi umani e non totalmente ritualizzata; una liturgia con il "senso" della bellezza, estetica e dello stile; delle comunità che chiamano in causa tutti i sensi umani. La Chiesa, la teologia e la vita consacrata dovrebbero contrapporre un profilo chiaro e purificato alla tendenza diffusa del postmoderno di accettare la "religione", ma di far passare in seconda linea Dio, anche il Dio cristiano, il Padre di Gesù Cristo. Non serve lamentarsi della religiosità postmoderna e ripetere continuamente quanto sono pericolose alcune tendenze della New-Age. La vc dovrebbe ripensare la propria immagine di Dio nel senso di una prospettiva radicalmente trinitaria e liberarla da tutte le deformazioni, non ultimo dal patriarcalismo e dal ritualismo. Le comunità della vc, infatti, sono chiamate ad essere segni della "trascendenza", di ciò che è, e di chi è Dio, e di ciò che Dio vuole con la storia. Nonostante la loro dipendenza dal tempo, esse sono segni "escatologici" che interpretano il tempo e, insieme, lo scavalcano, rammentando che la storia dell’umanità e del cosmo è essenzialmente una storia di salvezza e di liberazione continua che aspetta ancora il suo compimento; una storia non solo di tragicità e di colpa, ma anche di perdono donato, di nuovi orizzonti e di una nuova incarnazione del Vangelo. Chi ricorda ancora all’uomo postmoderno queste prospettive? Il senso della vc non sta in ciò che fa, ma in ciò che è o dovrebbe essere: un luogo dell’esperienza di Dio, "testimone di Dio nel mondo di oggi". Nella visione puramente storica o sociologica questo aspetto potrebbe essere relegato al margine. Penso che nel tempo postmoderno per la vc non esista niente di più importante "dell’opzione per il Dio vivente". Alle soglie del nuovo millennio per le comunità religiose nulla è più importante del creare spazi e luoghi per fare esperienza di Dio, dell’incontro, della qualità di vita e del discernimento nel suo Spirito. Temo, però (e nel mio ministero l’ho dovuto spesso sperimentare dolorosamente), che finora ci affidiamo troppo spesso a opzioni periferiche. Ma queste non dureranno e non "porteranno frutti", se prima non ci ricordiamo del fondamento della nostra esistenza e non ce ne rendiamo sempre più conto. Poi ne scaturiranno, di conseguenza, opzioni coraggiose, come l’evangelizzazione delle culture nel dialogo con le generazioni giovani e nella diaconia sociale. Tali progetti, ancorati nel profondo, dureranno e porteranno anche frutti. Il compito fondamentale della vc è incluso in quello della Chiesa stessa, cioè di non pretendere di essere un assoluto, ma di essere in ogni cosa strumento e sacramento della salvezza avvenuta con il Cristo. W. Kasper disse una volta che le comunità religiose sono "una condensazione significativa e – si potrebbe direquasi-sacramentale e una spiegazione profetica di ciò che è essenzialmente la Chiesa; di ciò che significa vivere secondo le Beatitudini e lo Spirito Santo; di ciò che è la fede radicalmente vissuta, capace di lasciare tutto per guadagnare tutto". La Chiesa, e tutto ciò che rappresenta, serve al Regno di Dio, alla sua giustizia e alla sua pace, e annuncia con la parola e la testimonianza un Dio che è la vita e che vuole la vita (e non la miseria e la morte) per la sua creatura. Il tempo postmoderno è anch’esso tempo di Dio come tutte le epoche precedenti ed è altrettanto favorevole od ostile ai valori del Vangelo e alla sua inculturazione come qualsiasi altra epoca. Il postmoderno appare a molti, sotto certi aspetti, particolarmente ambivalente. Esso invita la Chiesa e la vc alla speranza. Vorrei esprimere una convinzione fondamentale: noi, le sorelle e i fratelli della vc della Chiesa latina, ci troviamo in Europa e nel mondo in un tempo di "esodo", di "kénosis" e di afflizione, ma non senza prospettive. I nostri numeri diminuiscono. Ma non dobbiamo temere per la nostra missione e per il significato della nostra vita, se ci teniamo fermi all’"identità" che ha motivato e determinato in ogni tempo la vita nella sequela e nello Spirito, cioè l’esperienza di Dio in mezzo al mondo, l’annuncio di Dio come amico dell’uomo e innamorato della vita, il dono della nostra libertà (nei voti) come culto a Dio e come servizio alla liberazione degli altri, di un mondo senza pace e della creazione. Nel mondo postmoderno una profonda spiritualità della "kénosis" è una delle condizioni migliori per la capacità di dialogo, di "compagnia" e di compassione per i poveri e gli emarginati, anziché trionfare con grandi numeri, grandi opere e grandi parole. Per il cammino dei nostri Istituti verso il futuro è perciò importante che vi siano luoghi e cellule di viva esperienza di Dio. La qualità della vita spirituale e della nostra cultura di vita deve avere la priorità assoluta su tutti i "progetti". Solo quando possiamo rendere conto reciprocamente della fede e della speranza che è in noi, quando affidiamo la nostra esistenza personale e corporativa allo Spirito di Dio che riempie non solo la Chiesa ma anche tutto il mondo, incontriamo Dio, conosciamo il Padre, incontriamo Gesù, lo vediamo presente nei poveri, e nell’evangelizzazione delle culture, possiamo essere testimoni dell’amore universale del Creatore. Senza una cultura di vita spirituale nella memoria contemplativa costruiamo sulla sabbia tutti i nostri progetti, anche quello della pastorale vocazionale. Dalla memoria autentica nasceranno sempre nuove e coraggiose forme di vita profetica e ministeri, come p. es. l’"inserción" ("inserimento"), il servizio per la pace e per la riconciliazione, la liberazione dei poveri e il servizio presso i "nuovi areopaghi" (Vita Consecrata). I voti come servizio all’"abbondanza della vita" (Gv 10,10) per tutti: gli istituti di vc sono sempre stati creatori di cultura umana nel senso più ampio; hanno amato la realtà che hanno trovato secondo le varie circostanze, l’hanno osservata criticamente e cercato di formarla e di evangelizzarla. In ogni caso, come del resto tutta la Chiesa, hanno il compito della "trasformazione" del mondo verso la perfezione definitiva in Gesù Cristo, essa stessa opera dello Spirito Santo. In questo senso vorrei considerare brevemente i voti ossia i "consigli evangelici", cioè come servizio alla vita del mondo, come fonti vitali di energia, da cui la Chiesa e il mondo possono essere trasformati positivamente. In breve: credo che la forma di vita dei consigli evangelici possa essere intesa positivamente come "servizio all’abbondanza della vita". La tendenza ancora forte di considerarli soprattutto, o perfino esclusivamente, sotto l’aspetto della "rinuncia" non può bastare e, tantomeno, essere convincente nel mondo di oggi, che sfida così palesemente la nostra solidarietà. Fa piacere vedere che il documento Vita Consecrata offre anche sotto questo aspetto alcune istruzioni molto valide (cf. 84-95): gli uomini e le donne consacrati a Dio, non dovrebbero distinguersi per la radicalità della rinuncia, ma per la radicalità dell’amore, del rischio e del servizio alla vita. Penso che sia lo Spirito di Dio stesso a guidarci verso un concetto dei consigli evangelici favorevole alla vita e lontano da tutti i tentativi del passato di interpretarli come ostili alla vita. Certo, i consigli evangelici sono, e rimangono, segni della sequela del Cristo Povero e Crocifisso. Essi portano il cristiano, che ha assunto una forma di vc, verso una più grande conformità con la forma di vita di Gesù e lo rendono partecipe al suo pellegrinaggio terreno ma anche alla sua passione e morte. Però, i voti significano ancora più di questo: essi rendono partecipi alla risurrezione di Gesù, alla sua gloria e all’effusione dello Spirito e, infine, alla trasformazione del mondo verso il suo assetto definitivo. I voti stanno a servizio della perfezione della creazione e a servizio della vita. Essi sono, a modo loro, "memoria" di Gesù e "profezia" nello Spirito che "procede dal Padre e dal Figlio" nel mondo. È proprio dei consigli evangelici un atteggiamento fondamentale: la libertà e la grande disponibilità di mettersi al servizio del Regno di Dio e della sua giustizia. La loro intenzione fondamentale è l’amore e il servizio alla vita. Questa intenzione non è "dettata dalla legge", ma può essere molto spontanea, creativa, intuitiva e liberante. Povertà, castità e obbedienza sono delle forme di "consacrazione" al Dio dell’amore e della vita. Nello stesso tempo essi sono l’espressione della "missione" che porta l’amore in tutto il mondo, affinché tutti abbiano la vita e possano riconoscere in ogni amore l’amore di Dio. La forma di vita dei "consigli evangelici" ha senso solo se viene intesa come profetica, cioè, se indirizza il nostro sguardo e quello dei nostri contemporanei oltre il già esistente e sensibilizza alla liberazione dei poveri e di tutti coloro che non sono amati, ma sfruttati e maltrattati. Essa vuole insegnarci a vivere in modo tale che ne derivi la vita per tutti e per la creazione. La logica della rinuncia "per il regno dei cieli" non è una logica della negazione della vita o della fuga dal mondo, ma significa accettazione della vita e interessamento pieno d’amore per il mondo. Essa è l’"opzione per la vita" e per l’impegno in ogni luogo dove essa è minacciata. Essa è un "sì" decisivo per l’inculturazione del Vangelo nel mondo così com’è. Lo Spirito di Dio ricorda alla Chiesa di che cosa vive e la introduce sempre di nuovo nella vita e nelle parole di Gesù (cf. Gv 16,13). La Chiesa, infatti, è la via, non la meta; essa è strumento, non scopo a se stessa, e sul suo cammino verso il Regno di Dio deve "continuamente evangelizzare se stessa". Lo Spirito le mostra nello stesso tempo come comprendere, affrontare e trasformare ("gli altri uomini ed evangelizzare tutta la creazione") e, con segni e allusioni, anticipa profeticamente il futuro. Questa "anticipazione" avviene più con l’esempio che con le parole, con la cultura della vita di singole persone e di gruppi, in modo liturgico-sacramentale nella celebrazione dell’eucaristia e degli altri sacramenti. Lo Spirito di Dio, infine, è anche garante e "caparra" (2 Cor 5,5) che il futuro sarà buono. Non è difficile comprendere che la vc deve essere un luogo privilegiato di memoria e profezia: gli uomini e le donne nella vc vivono e celebrano nel Vangelo, nella chiamata di Gesù e nella sua missione, mediante lo Spirito Santo, il loro radicamento in Dio, che è Amore (1 Gv 4,16). Essi devono accertarsi sempre di nuovo del loro carisma specifico, trasmesso dalle Fondatrici e dai Fondatori non solo per l’uso proprio, ma per tutta la Chiesa e il mondo. Nel nostro concetto cristiano "memoria" o "ricordo" indicano un processo integrale che significa di più che non scavalcare col pensiero il passato e il presente: il ricordo si basa sull’esperienza della fede che la creazione da parte di Dio, l’incarnazione del suo Figlio e l’effusione dello Spirito non sono singoli eventi, ma processi che perdurano nella storia e con i quali possiamo entrare in vivo contatto. Poiché è così, il "ricordo" autentico sarà sempre un incontro con il Dio della vita e della nostra storia. Si tratta di una "contemplazione" vitale, espressione dello stupore e del ringraziamento per l’opera di Dio in ogni cosa, per la venuta e il dono della vita di Gesù, per la presenza permanente di tutti e due nello Spirito Santo, nella Chiesa, nei nostri Istituti, ma anche nel mondo e nelle altre religioni. Infine è l’espressione della certezza che Dio porterà tutto a un fine positivo. Spiritualità integrale: proprio nel tempo postmoderno, con le sue offerte diffuse di contemplazione e mistica propongo una mistica cristiana e una contemplazione in mezzo al mondo: vorrei chiamare la contemplazione una parte, o piuttosto, una dimensione di una cultura di vita e di fede che affina il cuore e i sensi per ciò "che ci riguarda assolutamente" (P. Tillich), per le esperienze e i valori fondamentali che, in mezzo a tutti i cambiamenti, danno alla nostra vita senso e consistenza (come p. es. essere accettato e amato), per le priorità (vorrei essere giudicato per quello che sono, desidero e spero, e non per quello che possiedo, faccio e produco), per il Dio cristiano che si è rivelato come amore, misericordia, relazione, consenso alla creazione e alla sua bellezza. La contemplazione nella clausura, come quella in mezzo al mondo, è il continuo esercitarsi nella fede nel concreto della vita. Credo che la contemplazione non sia il dovere o il privilegio di alcuni privilegiati: essa è essenzialmente il cuore sensibile e il "fiuto" spirituale e profetico di tutti i cristiani del prossimo millennio per i "segni dei tempi", per la salvezza o la sciagura, per il bello e il tremendo. "Cose nuove avvengono, non ve ne accorgete?" (Is 43,19ss).La contemplazione di una spiritualità "odierna" ci insegna a scavare dei pozzi prima che la sete ci faccia soccombere e ci insegna quello sguardo profondo che, secondo un proverbio asiatico, riconosce "nel seme il fiore e nell’uovo l’aquila". La contemplazione è nello stesso tempo la fonte di energia necessaria per la formazione significativa del mondo. Gesù stesso, dopo l’incontro con il Padre in un "luogo solitario" (Mt 14,23) sul monte e nel deserto, tornò alla folla, ai poveri, ai malati e a coloro che avevano bisogno di aiuto. Le Chiese scopriranno, a loro volta, nella sequela di Cristo, il loro posto indispensabile nella nuova società. Non dovrebbero semplicemente adottare il culto di simboli e immagini della società mediale secolarizzata, ma, come per contrappunto, essere luoghi del silenzio, del linguaggio e dei gesti terapeutici e della comunicazione affabile. I servizi, che la Chiesa e la vc rinnovate interiormente offrono, saranno o rimarranno principalmente quelli che, secondo la legge del mercato, non sono considerati "commerciabili" (p. es. drogati, handicappati, senzatetto). Ciò significa, in modo altrettanto "contrappuntuale" alla mentalità diffusa, che il lavoro da sbrigare esige pazienza, prudenza, attenzione per i deboli, i poveri e i lenti. "Missione invece di conservazione": da una parte sembra che in molti luoghi la vc sia condannata all’insignificanza, alla banalità e a una fatale inefficienza. Sta di fatto che molti sembrano ormai occuparsi solo del "management" della sopravvivenza, mentre nel corso della storia quasi tutti gli Istituti sono sorti come portatori di innovazioni. In questo contesto molti parlano volentieri di "evaporazione" dei valori fondamentali del cristianesimo, p. es. la fedeltà, l’altruismo, la gratuità e la solidarietà. Anche il progetto di vita della sequela, impensabile senza tali valori, sembra minacciata dall’atteggiamento della soggettività e dell’individualismo che riescono solo a domandare: "Che cos’è piacevole e utile per me oggi?". Riguardo ai nostri "valori fondamentali" religiosi, su cui si basano anche il Battesimo e la Professione, viviamo innegabilmente in un clima di relativismo e, in parte, anche di aggressione e di cinismo, certamente di una profonda incomprensione. Eppure, anche il nostro tempo è tempo di Dio, anche oggi il Figlio suo diventa uomo. Il nostro tempo è pieno delle vestigia più o meno latenti del suo Spirito. Però, in questo "kairós" la vc è troppo occupata dalla "conservazione" di se stessa. Finora non è riuscita a parlare di Dio in modo nuovo e incoraggiante e a vivere e offrire una nuova spiritualità che corrisponda alle attese di "esperienza" di molti uomini e di incoraggiare, dall’altra parte, al superamento della solitudine, alla "communio" e alla solidarietà. Per superare l’attuale crisi, le varie tradizioni della vc devono definire e vivere in modo coraggioso la loro "missione" di non esistere per se stesse, ma per la "vita del mondo", per i poveri, per un regno di pace e di giustizia, per Dio che, in Gesù Cristo, è "uscito da se stesso" e si è donato al mondo. Incoraggiare alla profezia: proprio nella confusione della società globalizzata rimane percettibile un desiderio insoddisfatto e un anelito antico: gli uomini ricercano il senso, nella relazione e nella creatività, e non vogliono vivere da trastulli di potenze anonime. Essi vogliono formare e non solo amministrare le cose. Personalmente non conosco contro la rassegnazione un rimedio più duraturo e tenace del tentativo di guardare avanti, aiutati dalla preghiera e da altre forme della cultura della vita spirituale: lo "sguardo contemplativo" può guarire ed è favorevole alla vita. Oltre alle cose secondarie, superflue, pericolose, distruttive e letali, lo sguardo si volge a ciò che mi fa realmente vivere in modo significativo e, che merita di essere il centro e il fondamento della mia vita. La cultura della non-funzionalità, della contemplazione e del silenzio è la musica che ci fa volgere verso un ritmo di vita mansueto e scoprire sorgenti più profonde. Nella contemplazione si manifesta soprattutto una dimensione fondamentale della sequela di Gesù: solo chi sa "lasciare" perfino la propria vita, vivrà la sua vita in modo significativo ("guadagnerà la vita"). Tale "lasciare" non significa passività assoluta, ma include la disponibilità attiva a fare personalmente il possibile e il necessario. La contemplazione cristiana non porta alla fuga dal mondo, ma alla solidarietà. Di fronte all’evento della morte di Gesù, ma anche dinanzi al peso della propria sofferenza, essa ci dona la capacità "di diventare attivi in un senso particolare, di vedere attentamente, di sentire profondamente e di entrare in contatto con noi stessi e con il mondo in un modo che finora avevamo evitato" (Ken Wilber).





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