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6. Sfide e prospettive
A prima vista sembra che il
postmoderno porti solo problemi e ostacoli insormontabili alla Chiesa, che
propone valori importanti e irrinunciabili di solidarietà e di gratuità e
obblighi e opzioni personali e corporativi a lungo termine. Nella lettura
teologica, sopra accennata, dei segni del nostro tempo vorrei, invece, esprimere
l’aspettativa che il tempo moderno e postmoderno offrano anche nuove
possibilità per il Vangelo, la Chiesa e la sequela. La nostra domanda è questa:
come possono gli istituti religiosi, le cui leggi di vita sono il dono di sé,
la gratuità e la solidarietà, inculturarsi in un contesto di
individualizzazione, digitalizzazione e globalizzazione radicale?
L’inculturazione del Vangelo e dei diversi carismi della vc nel mondo moderno e
postmoderno è, secondo il mio parere, ugualmente possibile e difficile come in
altre epoche della storia. Affinché riesca, nonostante i segni negativi e
ambivalenti che molti uomini associano ad essi, dobbiamo identificare anche
quei segni che possono sfidare in modo particolare il Vangelo e la sequela.
Provo ad indicarne alcuni:
L’attuale desiderio
di libertà e di autonomia, anche in questioni riguardanti la gestione
della vita religiosa ed etica-morale, è stato spesso visto come una
minaccia. Vorrei invitarvi a considerare questo desiderio un po’ anche come
una sfida positiva per la vita consacrata. Tutti sappiamo quanto le forme
autoritarie e paternalistiche abbiano caratterizzato la vita communis
nel passato e quanto sia necessario, ma anche doloroso, il processo di
rinnovamento postconciliare. Sta di fatto che non si può parlare di
autentica inculturazione del Vangelo e della sequela nella società moderna
e postmoderna, se le esperienze di libertà, emancipazione e autonomia dei
nostri contemporanei fossero giudicate solo negativamente o, addirittura,
respinte. Un aspetto dell’attuale crisi della vc, almeno in Europa e nel
Nordamerica, consiste, secondo la mia opinione, nel fatto che non si è
ancora riusciti a far entrare positivamente nella teologia e nella prassi
della sequela nell’era postmoderna i temi dell’emancipazione, dei pari
diritti delle donne, della libertà e dell’autonomia dell’individuo. Il
deficit, che la nostra Chiesa indubbiamente presenta ancora in questo
campo, si ripercuote negativamente su tutta la pastorale, specialmente su
quella delle vocazioni religiose. Se tra la cultura (post-moderna) e il
Vangelo non esistesse alcun punto di contatto, ma solo un abisso totale,
non vi sarebbe possibilità alcuna di inculturazione, né di dialogo, né di
evangelizzazione che, tuttavia, rimane il nostro compito.
La
sociologia descrive la forma concreta della vc, soprattutto nei suoi
grandi conventi e nelle grandi opere caritative, ed altre, all’inizio
dell’era industriale moderna nel 19° secolo in Europa, come
"istituzione totale": essa aveva un carattere che includeva
tutti gli ambiti della vita del religioso. L’ordinamento della vita era
definito fino agli ultimi dettagli. Lo sviluppo individuale non era una
meta desiderabile. I desideri dell’individuo dovevano sottoporsi agli
obiettivi dell’istituzione. La cultura postmoderna, invece, si
contrappone, come sopra dimostrato, con la non comprensione e il rifiuto
di tutte le istituzioni e tradizioni che avanzano la pretesa della
"totalità". Non potrà né dovrà esserci una via di ritorno o una "restaurazione".
Per la vc e la pastorale vocazionale ciò potrebbe significare che dobbiamo
congedarci, in modo più radicale di quanto ci possa piacere, dall’immagine
della vc come "grande organizzazione" e mostrare ai nostri
contemporanei in ricerca altre immagini, p. es. quella della
piccola cellula di viva ricerca e speranza, quando "due o tre"
sono riuniti nel nome di Gesù: i discepoli di Emmaus che sono in cammino
con Gesù. Gli uomini e le donne che con Maria perseverano in preghiera nel
Cenacolo di Gerusalemme, aspettando fiduciosamente il Paraclito. La
ricerca di nuove forme di comunità nella vc, secondo la mia opinione, deve
essere triplice: la ricerca di nuovi luoghi geografici dove il
Vangelo (come risposta alle sfide postmoderne, p. es. la solitudine,
l’alienazione culturale, la povertà) può essere accettato. La ricerca di
piccole comunità che offrono spazio al desiderio di individualità e alla
propria esperienza di Dio e della fede. La ricerca di rapporti personali
rinnovati dei membri tra di loro, nel senso di partecipazione, apertura,
ospitalità e "libertà legata".
E’
importante vedere l’uomo nella sua ricerca di "integrità"
(wholeness, holistic living), di una "patria" e di
"compagnia" e rispettare approcci differenti alla fede e
forme differenti di fede. Ciò mi pare un'altra risposta della fede ai
segni della nostra cultura postmoderna e avrà soprattutto conseguenze per
l’accompagnamento degli interessati e per la formazione dei candidati (e
delle candidate): mi domando sempre di più, in che misura il "seminario"
classico possa o debba ancora essere il modello di base per la formazione
di base nella vc, cioè un modello che viene ampiamente associato
all’"uniformità", sia nella gestione della vita quotidiana e,
ciò che è ancora più problematico, nel "curriculum"
assegnato ad ogni candidato (e candidata). Se è vero che il cammino di
ogni uomo davanti a Dio è un mistero, che i carismi e i limiti sul cammino
della fede e della sequela si presentano in mille modi diversi, e se è
vero che nella nostra Chiesa diventano sempre più necessari diversi
ministeri di uomini e donne, allora non si tratta di una concessione alla
postmodernità permissiva, ma forse di un cammino nuovo e legittimo, se gli
istituti della vc offrono nel futuro ai candidati approcci, forme di accompagnamento
e curricoli più differenziati. Il problema, però, sta nel fatto che molti
dei nostri membri e delle nostre case non sono preparati a questa via
"personalizzata" e differenziata della formazione. Invece di
considerare le prospettive di una formazione più differenziata (in più
luoghi, con passi variabili, possibilmente con la partecipazione di tutte
le comunità) non pochi fratelli e sorelle sembrano credere che la
formazione e l'accompagnamento debbano rimanere un "compito
speciale" per pochi, e aspettare che i nostri noviziati e le altre
case di formazione un giorno si riempiranno di nuovo di "gruppi"
più o meno grandi.
Un altro
aspetto del tempo postmoderno, in sé molto ambivalente, può invitarci al
rinnovamento dal di dentro: oso affermare che la maggioranza dei giovani
contemporanei non è semplicemente a-religiosa e non lo diventa. Anche la
spesso citata e vituperata "secolarizzazione" nell’era moderna e
postmoderna non porta affatto automaticamente alla distanza dalla
religione in sé, come vediamo spesso nelle società occidentali.
Certamente, la religione "ufficiale" e socialmente costituita
perde da noi il suo ruolo dominante. Avanzano altre grandi religioni, o
almeno elementi di esse, e forme di pensiero esoterico. In alcuni paesi occidentali
(specialmente Spagna e Italia) la "secolarizzazione" peraltro
non significa il rigetto della Chiesa cattolica per principio, ma solo di
certe forme concretamente esistenti di essere Chiesa; spesso si tratta di
semplice "anticlericalismo", salve restando le simpatie per i
valori fondamentali del Vangelo. Nella letteratura si parla comunque in
modo assai differenziato di "nuove forme di religiosità". Anzi,
si diagnostica sempre di più un "ateismo benevolo verso la
religione" (Metz). Pare che la religione, anche quella cristiana, da
molti non sia più considerata e vissuta in primo luogo come sistema
universale di rapporti, o come "progetto di vita" singolare ed
esigente, o come "opzione fondamentale", ma come catalogo di
"articoli di consumo" spirituali che, scelti al tempo giusto
"à la carte", possono rendere la vita più bella, più
significativa e, in parte, anche più "efficiente". La nostra
risposta a una tale religiosità a modo di "patchwork"
("patchwork-religiosity") non può essere quella di
ridurre l’immagine neotestamentaria di Dio e di Gesù Cristo e gli elementi
genuini della nostra spiritualità. Ciò nonostante sarebbe sbagliato
pensare che la religiosità postmoderna non abbia qualcosa da insegnarci.
Sicuramente ci invita a vivere di più ciò che gli uomini "postmoderni"
desiderano giustamente, ma forse non trovano più da noi: essi cercano una spiritualità
favorevole alla vita, capace di richiamare i sensi umani e non totalmente
ritualizzata; una liturgia con il "senso" della bellezza,
estetica e dello stile; delle comunità che chiamano in causa tutti
i sensi umani.
La Chiesa,
la teologia e la vita consacrata dovrebbero contrapporre un profilo chiaro
e purificato alla tendenza diffusa del postmoderno di accettare la
"religione", ma di far passare in seconda linea Dio, anche il
Dio cristiano, il Padre di Gesù Cristo. Non serve lamentarsi della
religiosità postmoderna e ripetere continuamente quanto sono pericolose
alcune tendenze della New-Age. La vc dovrebbe ripensare la propria
immagine di Dio nel senso di una prospettiva radicalmente trinitaria
e liberarla da tutte le deformazioni, non ultimo dal patriarcalismo e dal
ritualismo. Le comunità della vc, infatti, sono chiamate ad essere segni
della "trascendenza", di ciò che è, e di chi è Dio, e di ciò che
Dio vuole con la storia. Nonostante la loro dipendenza dal tempo, esse
sono segni "escatologici" che interpretano il tempo e, insieme,
lo scavalcano, rammentando che la storia dell’umanità e del cosmo è
essenzialmente una storia di salvezza e di liberazione continua che
aspetta ancora il suo compimento; una storia non solo di tragicità e di
colpa, ma anche di perdono donato, di nuovi orizzonti e di una nuova
incarnazione del Vangelo. Chi ricorda ancora all’uomo postmoderno queste
prospettive?
Il senso
della vc non sta in ciò che fa, ma in ciò che è o dovrebbe essere: un
luogo dell’esperienza di Dio, "testimone di Dio nel mondo di
oggi". Nella visione puramente storica o sociologica questo
aspetto potrebbe essere relegato al margine. Penso che nel tempo
postmoderno per la vc non esista niente di più importante
"dell’opzione per il Dio vivente". Alle soglie del nuovo
millennio per le comunità religiose nulla è più importante del creare
spazi e luoghi per fare esperienza di Dio, dell’incontro, della qualità di
vita e del discernimento nel suo Spirito. Temo, però (e nel mio ministero
l’ho dovuto spesso sperimentare dolorosamente), che finora ci affidiamo
troppo spesso a opzioni periferiche. Ma queste non dureranno e non
"porteranno frutti", se prima non ci ricordiamo del fondamento
della nostra esistenza e non ce ne rendiamo sempre più conto. Poi ne
scaturiranno, di conseguenza, opzioni coraggiose, come l’evangelizzazione
delle culture nel dialogo con le generazioni giovani e nella diaconia
sociale. Tali progetti, ancorati nel profondo, dureranno e porteranno
anche frutti.
Il compito
fondamentale della vc è incluso in quello della Chiesa stessa, cioè di non
pretendere di essere un assoluto, ma di essere in ogni cosa strumento e
sacramento della salvezza avvenuta con il Cristo. W. Kasper
disse una volta che le comunità religiose sono "una condensazione
significativa e – si potrebbe dire – quasi-sacramentale e una spiegazione
profetica di ciò che è essenzialmente la Chiesa; di ciò che significa
vivere secondo le Beatitudini e lo Spirito Santo; di ciò che è la fede
radicalmente vissuta, capace di lasciare tutto per guadagnare tutto".
La Chiesa, e tutto ciò che rappresenta, serve al Regno di Dio, alla sua
giustizia e alla sua pace, e annuncia con la parola e la testimonianza un
Dio che è la vita e che vuole la vita (e non la miseria e la morte) per la
sua creatura.
Il tempo
postmoderno è anch’esso tempo di Dio come tutte le epoche precedenti ed è
altrettanto favorevole od ostile ai valori del Vangelo e alla sua
inculturazione come qualsiasi altra epoca. Il postmoderno appare a molti,
sotto certi aspetti, particolarmente ambivalente. Esso invita la Chiesa e
la vc alla speranza. Vorrei esprimere una convinzione fondamentale: noi,
le sorelle e i fratelli della vc della Chiesa latina, ci troviamo in
Europa e nel mondo in un tempo di "esodo", di
"kénosis" e di afflizione, ma non senza prospettive. I nostri
numeri diminuiscono. Ma non dobbiamo temere per la nostra missione e per
il significato della nostra vita, se ci teniamo fermi all’"identità"
che ha motivato e determinato in ogni tempo la vita nella sequela e nello
Spirito, cioè l’esperienza di Dio in mezzo al mondo, l’annuncio di Dio
come amico dell’uomo e innamorato della vita, il dono della nostra libertà
(nei voti) come culto a Dio e come servizio alla liberazione degli altri,
di un mondo senza pace e della creazione. Nel mondo postmoderno una
profonda spiritualità della "kénosis" è una delle condizioni
migliori per la capacità di dialogo, di "compagnia" e di compassione
per i poveri e gli emarginati, anziché trionfare con grandi numeri, grandi
opere e grandi parole.
Per il
cammino dei nostri Istituti verso il futuro è perciò importante che vi
siano luoghi e cellule di viva esperienza di Dio. La qualità della
vita spirituale e della nostra cultura di vita deve avere la priorità
assoluta su tutti i "progetti". Solo quando possiamo rendere
conto reciprocamente della fede e della speranza che è in noi, quando
affidiamo la nostra esistenza personale e corporativa allo Spirito di Dio
che riempie non solo la Chiesa ma anche tutto il mondo, incontriamo Dio,
conosciamo il Padre, incontriamo Gesù, lo vediamo presente nei poveri, e
nell’evangelizzazione delle culture, possiamo essere testimoni dell’amore
universale del Creatore. Senza una cultura di vita spirituale nella memoria
contemplativa costruiamo sulla sabbia tutti i nostri progetti, anche
quello della pastorale vocazionale. Dalla memoria autentica nasceranno
sempre nuove e coraggiose forme di vita profetica e ministeri, come p. es.
l’"inserción" ("inserimento"), il servizio per la pace
e per la riconciliazione, la liberazione dei poveri e il servizio presso i
"nuovi areopaghi" (Vita Consecrata).
I voti
come servizio all’"abbondanza della vita"
(Gv 10,10) per tutti: gli istituti di vc sono sempre stati creatori di
cultura umana nel senso più ampio; hanno amato la realtà che hanno trovato
secondo le varie circostanze, l’hanno osservata criticamente e cercato di
formarla e di evangelizzarla. In ogni caso, come del resto tutta la
Chiesa, hanno il compito della "trasformazione" del mondo verso
la perfezione definitiva in Gesù Cristo, essa stessa opera dello Spirito
Santo. In questo senso vorrei considerare brevemente i voti ossia i
"consigli evangelici", cioè come servizio alla vita del mondo, come
fonti vitali di energia, da cui la Chiesa e il mondo possono essere
trasformati positivamente. In breve: credo che la forma di vita dei
consigli evangelici possa essere intesa positivamente come "servizio
all’abbondanza della vita". La tendenza ancora forte di considerarli
soprattutto, o perfino esclusivamente, sotto l’aspetto della
"rinuncia" non può bastare e, tantomeno, essere convincente nel
mondo di oggi, che sfida così palesemente la nostra solidarietà. Fa
piacere vedere che il documento Vita Consecrata offre anche sotto
questo aspetto alcune istruzioni molto valide (cf. 84-95): gli uomini e le
donne consacrati a Dio, non dovrebbero distinguersi per la radicalità
della rinuncia, ma per la radicalità dell’amore, del rischio e del
servizio alla vita. Penso che sia lo Spirito di Dio stesso a guidarci
verso un concetto dei consigli evangelici favorevole alla vita e lontano
da tutti i tentativi del passato di interpretarli come ostili alla vita.
Certo, i consigli evangelici sono, e rimangono, segni della sequela del
Cristo Povero e Crocifisso. Essi portano il cristiano, che ha assunto una
forma di vc, verso una più grande conformità con la forma di vita di Gesù
e lo rendono partecipe al suo pellegrinaggio terreno ma anche alla sua
passione e morte. Però, i voti significano ancora più di questo: essi
rendono partecipi alla risurrezione di Gesù, alla sua gloria e
all’effusione dello Spirito e, infine, alla trasformazione del mondo verso
il suo assetto definitivo. I voti stanno a servizio della perfezione della
creazione e a servizio della vita. Essi sono, a modo loro,
"memoria" di Gesù e "profezia" nello Spirito che
"procede dal Padre e dal Figlio" nel mondo. È proprio dei
consigli evangelici un atteggiamento fondamentale: la libertà e la grande
disponibilità di mettersi al servizio del Regno di Dio e della sua
giustizia. La loro intenzione fondamentale è l’amore e il servizio alla
vita. Questa intenzione non è "dettata dalla legge", ma può
essere molto spontanea, creativa, intuitiva e liberante. Povertà, castità
e obbedienza sono delle forme di "consacrazione" al Dio
dell’amore e della vita. Nello stesso tempo essi sono l’espressione della
"missione" che porta l’amore in tutto il mondo, affinché tutti
abbiano la vita e possano riconoscere in ogni amore l’amore di Dio. La
forma di vita dei "consigli evangelici" ha senso solo se viene
intesa come profetica, cioè, se indirizza il nostro sguardo e quello dei
nostri contemporanei oltre il già esistente e sensibilizza alla
liberazione dei poveri e di tutti coloro che non sono amati, ma sfruttati
e maltrattati. Essa vuole insegnarci a vivere in modo tale che ne derivi
la vita per tutti e per la creazione. La logica della rinuncia "per
il regno dei cieli" non è una logica della negazione della vita o
della fuga dal mondo, ma significa accettazione della vita e
interessamento pieno d’amore per il mondo. Essa è l’"opzione per la
vita" e per l’impegno in ogni luogo dove essa è minacciata. Essa è un
"sì" decisivo per l’inculturazione del Vangelo nel mondo così
com’è.
Lo Spirito
di Dio ricorda alla Chiesa di che cosa vive e la introduce sempre di nuovo
nella vita e nelle parole di Gesù (cf. Gv 16,13). La Chiesa, infatti, è la
via, non la meta; essa è strumento, non scopo a se stessa, e sul suo
cammino verso il Regno di Dio deve "continuamente evangelizzare se
stessa". Lo Spirito le mostra nello stesso tempo come
comprendere, affrontare e trasformare ("gli altri uomini ed
evangelizzare tutta la creazione") e, con segni e allusioni, anticipa
profeticamente il futuro. Questa "anticipazione" avviene più con
l’esempio che con le parole, con la cultura della vita di singole persone
e di gruppi, in modo liturgico-sacramentale nella celebrazione
dell’eucaristia e degli altri sacramenti. Lo Spirito di Dio, infine, è
anche garante e "caparra" (2 Cor 5,5) che il futuro sarà buono.
Non è difficile comprendere che la vc deve essere un luogo privilegiato di
memoria e profezia: gli uomini e le donne nella vc vivono e celebrano nel
Vangelo, nella chiamata di Gesù e nella sua missione, mediante lo Spirito
Santo, il loro radicamento in Dio, che è Amore (1 Gv 4,16). Essi devono
accertarsi sempre di nuovo del loro carisma specifico, trasmesso dalle
Fondatrici e dai Fondatori non solo per l’uso proprio, ma per tutta la
Chiesa e il mondo. Nel nostro concetto cristiano "memoria" o
"ricordo" indicano un processo integrale che significa di più
che non scavalcare col pensiero il passato e il presente: il ricordo si
basa sull’esperienza della fede che la creazione da parte di Dio, l’incarnazione
del suo Figlio e l’effusione dello Spirito non sono singoli eventi, ma
processi che perdurano nella storia e con i quali possiamo entrare in vivo
contatto. Poiché è così, il "ricordo" autentico sarà sempre un
incontro con il Dio della vita e della nostra storia. Si tratta di una
"contemplazione" vitale, espressione dello stupore e del
ringraziamento per l’opera di Dio in ogni cosa, per la venuta e il dono
della vita di Gesù, per la presenza permanente di tutti e due nello
Spirito Santo, nella Chiesa, nei nostri Istituti, ma anche nel mondo e
nelle altre religioni. Infine è l’espressione della certezza che Dio
porterà tutto a un fine positivo.
Spiritualità
integrale: proprio nel tempo postmoderno, con le sue
offerte diffuse di contemplazione e mistica propongo una mistica cristiana
e una contemplazione in mezzo al mondo: vorrei chiamare la contemplazione
una parte, o piuttosto, una dimensione di una cultura di vita e di fede
che affina il cuore e i sensi per ciò "che ci riguarda
assolutamente" (P. Tillich), per le esperienze e i valori
fondamentali che, in mezzo a tutti i cambiamenti, danno alla nostra vita
senso e consistenza (come p. es. essere accettato e amato), per le
priorità (vorrei essere giudicato per quello che sono, desidero e spero, e
non per quello che possiedo, faccio e produco), per il Dio cristiano che
si è rivelato come amore, misericordia, relazione, consenso alla creazione
e alla sua bellezza. La contemplazione nella clausura, come quella in
mezzo al mondo, è il continuo esercitarsi nella fede nel concreto della
vita. Credo che la contemplazione non sia il dovere o il privilegio di
alcuni privilegiati: essa è essenzialmente il cuore sensibile e il
"fiuto" spirituale e profetico di tutti i cristiani del prossimo
millennio per i "segni dei tempi", per la salvezza o la
sciagura, per il bello e il tremendo. "Cose nuove avvengono, non ve
ne accorgete?" (Is 43,19ss).La contemplazione di una spiritualità
"odierna" ci insegna a scavare dei pozzi prima che la sete ci
faccia soccombere e ci insegna quello sguardo profondo che, secondo un
proverbio asiatico, riconosce "nel seme il fiore e nell’uovo
l’aquila". La contemplazione è nello stesso tempo la fonte di energia
necessaria per la formazione significativa del mondo. Gesù stesso, dopo
l’incontro con il Padre in un "luogo solitario" (Mt 14,23) sul
monte e nel deserto, tornò alla folla, ai poveri, ai malati e a coloro che
avevano bisogno di aiuto. Le Chiese scopriranno, a loro volta, nella
sequela di Cristo, il loro posto indispensabile nella nuova società. Non dovrebbero
semplicemente adottare il culto di simboli e immagini della società
mediale secolarizzata, ma, come per contrappunto, essere luoghi del
silenzio, del linguaggio e dei gesti terapeutici e della comunicazione
affabile. I servizi, che la Chiesa e la vc rinnovate interiormente
offrono, saranno o rimarranno principalmente quelli che, secondo la legge
del mercato, non sono considerati "commerciabili" (p. es.
drogati, handicappati, senzatetto). Ciò significa, in modo altrettanto
"contrappuntuale" alla mentalità diffusa, che il lavoro da
sbrigare esige pazienza, prudenza, attenzione per i deboli, i poveri e i
lenti.
"Missione
invece di conservazione": da una parte sembra che in
molti luoghi la vc sia condannata all’insignificanza, alla banalità e a
una fatale inefficienza. Sta di fatto che molti sembrano ormai occuparsi
solo del "management" della sopravvivenza, mentre nel corso
della storia quasi tutti gli Istituti sono sorti come portatori di
innovazioni. In questo contesto molti parlano volentieri di "evaporazione"
dei valori fondamentali del cristianesimo, p. es. la fedeltà, l’altruismo,
la gratuità e la solidarietà. Anche il progetto di vita della sequela,
impensabile senza tali valori, sembra minacciata dall’atteggiamento della
soggettività e dell’individualismo che riescono solo a domandare:
"Che cos’è piacevole e utile per me oggi?". Riguardo ai nostri
"valori fondamentali" religiosi, su cui si basano anche il
Battesimo e la Professione, viviamo innegabilmente in un clima di
relativismo e, in parte, anche di aggressione e di cinismo, certamente di
una profonda incomprensione. Eppure, anche il nostro tempo è tempo di Dio,
anche oggi il Figlio suo diventa uomo. Il nostro tempo è pieno delle
vestigia più o meno latenti del suo Spirito. Però, in questo "kairós"
la vc è troppo occupata dalla "conservazione" di se stessa.
Finora non è riuscita a parlare di Dio in modo nuovo e incoraggiante e a
vivere e offrire una nuova spiritualità che corrisponda alle attese di
"esperienza" di molti uomini e di incoraggiare, dall’altra
parte, al superamento della solitudine, alla "communio" e
alla solidarietà. Per superare l’attuale crisi, le varie tradizioni della
vc devono definire e vivere in modo coraggioso la loro
"missione" di non esistere per se stesse, ma per la "vita
del mondo", per i poveri, per un regno di pace e di giustizia, per
Dio che, in Gesù Cristo, è "uscito da se stesso" e si è donato
al mondo.
Incoraggiare
alla profezia: proprio nella confusione della società
globalizzata rimane percettibile un desiderio insoddisfatto e un anelito
antico: gli uomini ricercano il senso, nella relazione e nella creatività,
e non vogliono vivere da trastulli di potenze anonime. Essi vogliono
formare e non solo amministrare le cose. Personalmente non conosco contro
la rassegnazione un rimedio più duraturo e tenace del tentativo di
guardare avanti, aiutati dalla preghiera e da altre forme della cultura
della vita spirituale: lo "sguardo contemplativo" può guarire ed
è favorevole alla vita. Oltre alle cose secondarie, superflue, pericolose,
distruttive e letali, lo sguardo si volge a ciò che mi fa realmente vivere
in modo significativo e, che merita di essere il centro e il fondamento
della mia vita. La cultura della non-funzionalità, della contemplazione e
del silenzio è la musica che ci fa volgere verso un ritmo di vita mansueto
e scoprire sorgenti più profonde. Nella contemplazione si manifesta
soprattutto una dimensione fondamentale della sequela di Gesù: solo chi sa
"lasciare" perfino la propria vita, vivrà la sua vita in modo
significativo ("guadagnerà la vita"). Tale "lasciare"
non significa passività assoluta, ma include la disponibilità attiva a
fare personalmente il possibile e il necessario. La contemplazione
cristiana non porta alla fuga dal mondo, ma alla solidarietà. Di fronte
all’evento della morte di Gesù, ma anche dinanzi al peso della propria
sofferenza, essa ci dona la capacità "di diventare attivi in un senso
particolare, di vedere attentamente, di sentire profondamente e di entrare
in contatto con noi stessi e con il mondo in un modo che finora avevamo
evitato" (Ken Wilber).
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