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Hermann Schalück, OFM
“Tutto è possibile, nulla è certo”…

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4. "Società dell’avventura"

Alcuni anni fa il sociologo Gerhard Schulze ha descritto lo scenario culturale in Germania con la formula: "Società dell’avventura". Quanto diceva della Germania, vale certamente anche per molti altri paesi europei: al centro è posta "l’estetizzazione del quotidiano". Le cose quotidiane (vestiti, divertimenti, auto, tempo libero) sono gestite in modo che tutto rivesta la qualità dell’avventura, che sia bello e provochi sensazioni piacevoli. Un simile "ambiente di avventura" sostituisce gli ambienti tradizionali, formati secondo lo stato sociale o la confessione religiosa, e crea nuovi ambienti che derivano più dallo stato, dall’età e, soprattutto, dallo stile di vita e dalla sensazione della vita. Dietro questi sviluppi c’è da una parte una sensazione della vita fortemente individualistica, dall’altra parte, nel confronto degli altri, una tendenza verso l’orientamento e la sicurezza, secondo il motto "essere in relazione senza legami". Riguardo alle generazioni più giovani si parla non di rado di "egocentrici bisognosi di appoggiarsi". Secondo Schulze prevale un "ambiente di etnocentrismo" con netto orientamento verso l’interno e con contorni chiusi. Detto più semplicemente: a molti giovani di oggi non importa se essi e altri domani avranno ancora pane e vestiti; discutono, invece, sul tipo di pane e sui disegni del vestito, sul software e sui veicoli che possiedono o vorrebbero avere. L’esperienza immediata, l’immagine e la sensazione ("feeling") diventano quasi una "religione civile". La socializzazione non avviene necessariamente secondo i modelli sociali e culturali tradizionali. Secondo le condizioni dell’individualizzazione e della frammentazione si formano, invece, nuovi gruppi e ambienti, p. es. secondo il modello dell’esperienza comune ("Club dei vacanzieri-safari") e dell’impegno comune nello sport o nei servizi sociali ("volontariato"). La propria vita viene ancora formata e gestita con valori culturali e religiosi. Però, ciò non avviene più secondo modelli uniformi e già esistenti, ma "à la carte", in modo selettivo e individualistico: un po’ di Buddhismo, un po’ di "New Age", un capitolo dal Nuovo Testamento e un corso di meditazione orientale. Il problema del tempo postmoderno non è l’assenza della religione, ma la mescolanza di diversi elementi di religioni e il rapido "consumo" di questi elementi, quasi nello stile del fast-food. Qui appare subito evidente che la nostra Chiesa, con le sue opzioni sulla gestione della vita, non ha più un monopolio in un tale contesto.





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