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L’esempio di Agostino e della storia dell’Ordine
Promuovere i diritti umani non è solo un obbligo derivante dal nostro
impegno umano, cristiano e religioso. Anche come discepoli di Agostino dobbiamo
mostrare una particolare preoccupazione per l’umanità. Il suo ministero
pastorale, tante volte impegnato anche nelle piccole necessità dei suoi fedeli,
e la sua parola sono per noi un punto di riferimento obbligato.
Naturalmente, sarebbe anacronistico pretendere di trovare in S. Agostino
una dichiarazione dei diritti umani nei termini apportati dalla
modernità e dal magistero ecclesiale dei nostri giorni. Però, si presenta al
nostro sguardo un pastore di grande sensibilità per le realtà umane del suo
gregge, amante della pace, difensore della giustizia, attento al lamento dei
poveri. Per Agostino l’uguaglianza fra gli esseri umani rientra nel piano
primigenio di Dio. Dice, in effetti, che Dio ha creato uguali tutti gli esseri
umani. La disparità e la schiavitù sono frutto del peccato (Cfr. De Civitate
Dei 19, 14-15). Questo principio permette di comprendere come per Agostino
sia insita un’ingiustizia essenziale nella schiavitù, e offre ai nostri giorni
un chiaro orientamento per prendere posizione contro leggi nazionali o
internazionali che non riconoscono in ogni essere umano la piena dignità che
deriva dalla sua condizione di essere immagine di Dio.
Agostino abbracciò la causa della giustizia, fu difensore dei poveri,
denunciò gli abusi contro gli schiavi, pagando in alcune occasioni il prezzo
della loro libertà, difese il diritto d’asilo, fu tutore dei minori. Nella sua
vasta produzione letteraria troviamo espressioni molto precise che manifestano
la sua ripugnanza umana e cristiana per la pena di morte. Così fu quando chiese
al commissario imperiale Marcellino di non giustiziare alcuni donatisti, autori
di orrendi crimini contro il clero cattolico (Cfr. Lettera 133). Scrive anche
al proconsole Apringio, chiedendogli di non applicare la pena di morte ai
circoncellioni, rei confessi di aver assassinato e torturato chierici
cattolici. "Che ciò non avvenga, io come cristiano prego il giudice e,
come vescovo, esorto il cristiano" (Lettera 134, 2.2). Nella sua
lettera a questo proconsole cristiano aggiunge che, se dovesse rivolgersi a un
giudice non cristiano, "insisterei perché i supplizi subiti dai servi
di Dio cattolici, che devono giovare ad esempio di pazienza, non venissero
macchiati del sangue dei loro nemici [...]. Da parte nostra, se non si
riuscisse a trovare per essi una pena più mite, preferiremmo che fossero messi
in libertà, anziché vendicare le sofferenze dei nostri fratelli col versare il
loro sangue" (ibid. 3,4). Così anche, in relazione alla tortura,
considera l’inflizione di supplizi fisici "estranea alla nostra linea
di condotta [come cristiani]" (Lettera 104,4.17; cfr. anche: 1; 2.5).
La costante preoccupazione di Agostino per i più deboli, e il suo desiderio
di sanare le piaghe sociali che creavano queste situazioni, nascono dalla
stessa radice da cui derivano i diritti inalienabili dell’uomo. Agostino
riconosce e afferma la dignità della persona, come creatura e immagine di Dio,
mentre è la carità, in cui tutta la legge è contenuta, il motore del suo
rispetto e della sua promozione dei più deboli. La sollecitudine per il
prossimo è un cammino sicuro per giungere a Dio: "Preoccupati di chi
hai accanto mentre cammini per questo mondo e giungerai a Colui col quale
desideri rimanere eternamente" (In Io. 17,9).
Ascoltiamo l’eco delle parole di Terenzio "homo sum: humani nihil
alienum puto" (Sono un uomo e nulla d’umano mi è alieno") (Heauton
timoroumenos, 1,1,75-77), quando diceva: "Percorrete la vostra
strada insieme con tutte le genti, insieme con tutti i popoli, o figli della
pace, o figli dell’unica Chiesa cattolica!" (En. in Ps. 66,6), o
anche: "che cos’è il mio cuore se non un cuore umano?" (De
Trinitate, 4, proem., 1).
In relazione a quello che oggi costituisce un importante valore
democratico, Agostino manifesta il suo pensiero positivo su quei popoli capaci
di eleggere i propri magistrati: "Ma supponiamo che un popolo sia
formato alla moderazione e alla saggezza e sia custode diligente del comune
benessere sicché ciascuno stima di meno il proprio interesse che quello
pubblico. In tal caso non è ragionevolmente costituita la legge che consente al
popolo di eleggere i propri magistrati, dai quali sia curato il suo interesse,
cioè quello pubblico?" (De libero arbitrio 1.5.11).
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