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Il
ruolo dei salesiani nelle comunità educative e pastorali
Il
CG24 sancisce ufficialmente il cambio del modello nella forma di operare dei
salesiani: dalla responsabilità esclusiva della comunità religiosa a quella di
una comunità ecclesiale corresponsabile, in cui intervengono consacrati e
secolari, presbiteri e laici, cattolici e membri di altre confessioni, credenti
consapevoli e altri in cammino, cristiani e non. Se prima tale modello si
poteva pensare opzionale o alternativo, oggi è chiaro che esso costituisce la
nostra forma normale di presenza e di azione. Dobbiamo imparare a farlo
funzionare secondo quanto è stato enunciato o forse sognato.
Esigenze
di qualificazione vengono quindi dal ruolo a cui sono destinati i salesiani in
questo nuovo modello operativo: quello di orientatori pastorali, primi
responsabili dell’identità salesiana delle iniziative e delle opere, animatori
di altri educatori ("nucleo trainante"), formatori di adulti
corresponsabili nel lavoro educativo; in una parola, salesiani capaci di
portare avanti una missione insieme a laici competenti.
Si
prevede per tutti un aumento di responsabilità. E non è difficile pronosticare
che l’incidenza di quest’opera di animazione dipenderà in gran parte dalla
formazione spirituale, dalla visione culturale e dalla preparazione
professionale dei salesiani.
Essi
non solo dovranno possedere una conoscenza maggiore, teorica e pratica, dei
problemi giovanili e dell’educazione, ma anche sviluppare la capacità di
interagire con gli adulti, al di là della semplice amicizia, su problemi di
vita e di fede, di comunicare e orientare, di proporre autorevolmente mete e
itinerari educativi. Ciò richiederà anche un vissuto più convinto dello spirito
salesiano, una conoscenza riflessa e organica del Sistema Preventivo e una
maggior consapevolezza della propria identità.
Rendersi
e rimanere capaci di animare un ampio ambiente educativo, di accompagnare
insieme ad altri educatori processi di maturazione e crescita, di orientare le
persone, di interagire nel contesto sociale comporta di tener sempre aggiornate
le competenze e riservarsi tempo per rimeditare proposte e metodi.
L’applicazione
dei confratelli e delle comunità a questa forma di autentico servizio della
Parola si sta allargando, ma essa non è stata ancora assunta da tutti. Incombe
in qualche parte il rischio che rimaniamo troppo impigliati nel predisporre
strutture e organizzare mezzi, trascurando di ripensare e approfondire
comunitariamente il messaggio e di tradurlo in forme adeguate alla comprensione
dei destinatari. In qualche caso risulta evidente il divario tra attrezzature e
proiezione culturale, tra strumenti e incidenza evangelizzatrice, tra edifici e
proposte educative; la preoccupazione per la preparazione culturale e
professionale del personale religioso e laico sembra non avere la priorità e le
finalità dell’insieme rimangono come annullate dal peso delle mediazioni. Ed è
forse la mancanza di competenza nel lavoro di animazione e guida ad essere la
causa di tale scollamento.
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