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4.
Priorità alla qualificazione dei confratelli
Nella
Relazione sullo stato della Congregazione concludevo la parte dedicata alla
"Preparazione dei confratelli" con le seguenti affermazioni: "Lo
stato delle nostre risorse, la portata dei nostri impegni e la crescita del
mondo ci chiedono dappertutto un passo avanti nella preparazione culturale e
nella robustezza spirituale dei confratelli e delle comunità. La prospettiva è
dunque di consolidare..., darsi un periodo straordinario per riqualificare il
personale, in particolare quello dirigente, orientare verso specializzazioni il
maggior numero possibile di confratelli, migliorare, sull’esperienza fatta, la
prassi della formazione iniziale".
Era
una valutazione che sentivo impegnativa, suscettibile di interpretazioni non
sempre intese, maturata però con sofferenza nella preghiera. Appariva infatti
come un orientamento di conseguenze fondamentali nel sessennio.
Oggi
sono convinto che dobbiamo scommettere su questo investimento prioritario e
tradurlo in alcuni impegni concreti, assumendone anche le conseguenze in
apparenza limitanti. Si impone una scelta consapevole della Congregazione e
delle Ispettorie, che renda possibile un salto di qualità nella
forma di vita di ogni confratello, nella mentalità e nella prassi delle
comunità e, di conseguenza, una forma di ordinare gli obiettivi ispettoriali.
Non si tratta di un leggero ritocco, ma di qualcosa più radicale, anche se non
totalmente nuovo perché in molte parti si è già imboccata questa strada.
So che
non è facile vivere a livello personale e tradurre in azione di governo
l’equilibrio salesiano tra l’"io per voi studio" e l’"io per voi
mi do da fare", tra carità e ricerca della qualità pedagogica e pastorale.
Le urgenze della missione, la scarsità di personale, le nuove opportunità che
ci vengono offerte, il moltiplicarsi dei progetti, elementi costanti nella
esperienza salesiana e frutto positivo del Da mihi animas, spingono alla
intraprendenza. E ciò non dovrà venir meno. Va fatta attenzione però che
l’agire non induca stanchezza, ripetitività, stagnazione culturale, dispersione
mentale, improvvisazione.
Non è
la prima volta nella storia della nostra Congregazione che si pensa a
scelte decise per un cambio di prassi, in vista di esigenze percepite e in
previsione di nuove fioriture, che appaiono possibili ma soltanto a certe
condizioni. Succedono a fasi di sviluppo necessariamente veloce e, prevenendo
l’esaurimento, ne preparano altre ugualmente feconde.
Voglio
ricordare tre interventi, fatti in momenti storici diversi, ma che nell’insieme
evidenziano la nostra stessa preoccupazione odierna. Tutti e tre stabiliscono
un criterio e una linea di azione per garantire la preparazione dei confratelli
e la qualità nel compimento della missione educativa.
Negli
anni 1905-1906 don Rua si propone di organizzare e assicurare la
regolarità degli studi dei confratelli giovani. I fronti di lavoro sono molti,
il personale, seppur in aumento, non è sufficiente, i criteri del suo impiego
nelle opere risalgono al Fondatore, ma l’espansione della Congregazione nonché
le esigenze della Chiesa rendono evidente la necessità di un cambio. C’è
infatti il rischio di sacrificare la formazione alle urgenze delle opere,
accorciando il corso filosofico e quello teologico.
E'
necessario, scrive don Rua, "che regolarizziamo ogni giorno più le cose
nostre e che a quest’effetto poniamo in cima di ogni pur nobilissima
aspirazione la formazione intellettuale e morale dei nostri chierici". In
pratica, continua don Rua, pienamente consapevole delle difficoltà che la
scelta causerà, "due cose si propongono:
·
Non proporre al Capitolo Superiore, almeno per un quinquennio,
l’apertura di nuove Case o fondazioni, né l’allargamento di quelle esistenti.
Non possiamo: ecco tutto.
·
Passare a rassegna attentamente le singole Case vostre e,
veduto se e quali si possono sopprimere, per meglio regolarizzare le rimanenti
dell’Ispettoria, farne la proposta al Capitolo Superiore. Non è il numero che
ci deve star a cuore, ma bensì il retto e regolare loro funzionamento".
In una lettera del 1906 ritorna con
decisione sulla norma data.
Nel 1928 interviene don Rinaldi.
Le vocazioni crescono in modo consolante (circa 1000 novizi); le opere
salesiane, specialmente le missioni, si sviluppano ad un ritmo impressionante e
ci si trova costantemente di fronte a nuove richieste; gli Ispettori non
dispongono di personale per tante opere e non poche volte si sacrificano gli
studi, e con essi la formazione dei giovani confratelli.
Di fronte a questa situazione,
consapevole che la missione non si può compiere senza la dovuta preparazione,
don Rinaldi scrive sugli Atti del Capitolo Superiore del settembre 1928:
"Ho perciò deciso, con la piena approvazione del Capitolo Superiore, che,
durante il quadriennio 1929-1930-1931 e 1932 non si accettino più nuove
fondazioni né di case, né di missioni. Questa tregua, ben intesa dagli
Ispettori e dai Direttori, sarà un bene per le Ispettorie; apporterà
tranquillità alle Case e sollievo a tutti i Confratelli; segnerà un vero
progresso per la nostra Società, anziché una sosta dannosa, perché servirà per
coltivare meglio le vocazioni e preparare la Congregazione a svilupparsi in
modo più solido nell’avvenire".
Completo questo riferimento alla nostra
storia, riportando alcune espressioni scritte da don Ricceri nel 1966
nella presentazione ufficiale dei documenti del CGXIX. Se ne comprende
facilmente il contesto. Appena finito il Concilio Vaticano II, si era agli
inizi della scoperta dei nuovi orizzonti ed esigenze pastorali determinati
dalla incoraggiante visione della Chiesa, della sua missione, del suo rapporto
con il mondo. "Connessa con questa esigenza formativa – scrive don Ricceri
– vi è l’altra non meno importante della qualificazione del singolo Confratello
per i compiti vari cui lo chiamerà l’obbedienza. Oggi la società si rifiuta di
inserire nelle sue strutture dei generici, degli uomini senza specializzazione
culturale, tecnica, professionale... La gente, la Chiesa prima fra tutti, ci
ritiene degli autentici specialisti di pedagogia e dell’apostolato... Dobbiamo
quanto più è possibile rispondere a questa attesa... Non basta più una certa
pratica... Ormai ogni manifestazione della nostra attività reclama gente
qualificata... Non si dice qui di fare collezione di titoli accademici, di alte
specializzazioni, tanto meno si vuole incoraggiare un’egoistica o ambiziosa
corsa a studi di propria soddisfazione ma sterili per l’apostolato; si richiede
solo una preparazione veramente adeguata per lavorare con frutto in qualcuno
degli innumerevoli campi d’azione cui la Provvidenza ci chiama. Si intravvedono
subito quali e quante conseguenze provengono da questi orientamenti per
Superiori e Confratelli". "Bisognerà fare di più – scrive qualche
mese dopo sugli Atti del Consiglio – per dare a tutte le attività dei salesiani
quella qualificazione che non è un lusso, ma una necessità sempre più evidente,
se si vuole rispondere alle esigenze irrinunciabili della nostra
missione".
Il periodo immediatamente precedente al
nostro d’altra parte, orientato da don Egidio Viganò, ha sottolineato la
stessa esigenza e ha dato passi efficaci per risolverla con la riorganizzazione
dei processi formativi riformulati nella Ratio, con l’aggiornamento dei
programmi di studio conforme all’evoluzione di quasi tutti i rami della
teologia e del sapere, con l’inizio e la diffusione della formazione permanente
e con la fondazione di nuovi Istituti corrispondenti a competenze attuali
(pastorale, comunicazione sociale).
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