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Sino a Torre del Faro è
una deliziosa passeggiata. Per un tratto villaggi puliti anche assai; dopo, una
landa sabbiosa via via fin dove balza la Torre bianca
su da un mucchio di casupole grame. Poco verde là intorno; ma splende nel fondo
il mare, poi la lontananza dove non si vede più che colla fantasia, chi n'ha.
In faccia a Torre del
Faro, di là dallo Stretto, tira l'occhio una riga di verde cupo, a' pié delle montagne, che paiono
incalzarsi e venir giù rovinando per colmare i fondi del mare tra le due terre.
Qua e là quel verde è interrotto da villaggi biancheggianti; sulla spiaggia move gente; file di armati luccicano di continuo di su di
giù per una strada che deve menare a Reggio. In mare, le navi della crociera,
che guardano qua dove si lavora di zappa e di badile, a piantare certi cannoni!
Riconobbi tra quei ferravecchi la colubrina che portammo da Orbetello.
La civettona sta là in batteria, allunga il collo verde fuori della gabbionata, un bel dì farà la rota come una tacchina. Ha
una storia essa! Ma se i cannonieri che le fanno la guardia e la lisciano,
sapessero le eresie che ci ha fatto dire da Marsala a Piana de'
Greci, la butterebbero in mare.
* * *
Il Dittatore se ne sta
chiuso in una cameruccia a tetto là nella Torre, e
intorno a quella accampano i Carabinieri genovesi. Non sono più i quarantasette
di Calatafimi, drappello insuperabile per coscienza,
ardimenti, virtù militare. Ma quelli hanno formato il quadro d'un battaglione
che a Milazzo corse il campo come un uragano, e lo tenne dovunque apparve. Né
sono tutti liguri. Le loro file si sono aperte a giovani d'ogni parte d'Italia;
e quei cinque o sei sopravvissuti all'eccidio di Sapri,
che appena liberati dalle fosse della Favignana
vollero vestirne l'uniforme, portarono nel battaglione un alito della grande
anima di Pisacane.
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