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Una sfilata d'ufficiali.
Quel colonnello quadrato, che camminando tentenna la testa grigia come
minacciasse qualcuno dinanzi a sé, è un inglese che colla carabina coglie dove
vuole. Si chiama Peard. Non ha un comando, ma tiene
sempre dietro al corpo più vicino al nemico. Porta i suoi cinquant'anni
come noi i nostri venti, fa la guerra da invaghito, tira in campo come a una
caccia di tigri, ed ama l'Italia. L'altro che gli somiglia un po' è il maggiore
Specchi. Artista e soldato, ha sparso del proprio sangue dovunque si è
combattuto per la libertà, in Italia e fuori, Non è mai stato al fuoco che non
abbia toccata una ferita. L'ultima l'ebbe a Milazzo. Il Dittatore gli vuol bene
come a un fratello; perché hanno vissuto insieme pel mondo, dopo la caduta
della Repubblica romana, adorando e sperando. Quello con gran barba, un po'
curvo, vestito di scuro, era De Flotte. Camminava a lato di Specchi, e come
vecchi amici parlavano tra loro. De Flotte è una di quelle persone la vita delle
quali si indovina alla mestizia serena, che hanno in tutto l'essere: e la
fantasia vede la croce sotto il cui peso camminano stentando. Egli,
rappresentante del popolo quando il colpo di Stato si gettò sopra Parigi,
stette fino all'ultimo della resistenza, poi esulò. Credo che fosse ufficiale
di marina. Qui non è che un uomo di buona volontà che rispose alla chiamata
d'Italia come i Polacchi, gli Ungheresi, tutti i generosi d'altre patrie, che
ci hanno portato le loro spade gloriose.
Vidi Nicola Fabrizi, una figura da Condottiero biblico. Se quest'uomo fosse comparso in un congresso di Re, a
domandare giustizia per l'Italia, i Re si sarebbero alzati a riverire in lui il
popolo che può dare un cittadino della sua sorte. Semplice, non mai accigliato,
pare che spanda intorno un'aura di benevolenza; passa, e si vorrebbe mettersi a
camminargli dietro, sicuri d'andar con lui a buona meta. Se un fanciullo gli si
abbracciasse alle ginocchia in un momento che per Fabrizi
fosse di vita o di morte, egli si chinerebbe a carezzarlo. Dai tempi di Ciro
Menotti, va innanzi costui! Ha creduto, gli è cresciuta la fede ogni dì; non si
è mai volto addietro; gli anni non gli han fatto
cadere le penne, ed ebbe sempre certezza di vedere il gran giorno d'Italia. Ora
che si comincia a sapere come il Dittatore poté lanciarsi a questa impresa, si
sa che Fabrizi da Malta, Crispi
e Bixio in Genova, gli hanno messo nella coscienza che l'Italia si deve farla
in quest'anno o forse mai più.
* * *
Ho riveduto il maggiore
Vincenzo Statella con un taglio di traverso nel naso,
che rialza la fierezza impressa sulla sua faccia. Un ufficiale ungherese
trottava da Torre del Faro, portando non so che ordini del Dittatore. A un
certo segno si fermò a pié d'una batteria, chiedendo
qualcosa a Statella che era lassù. Statella, o non badasse o non capisse, l'Ungherese gridò, Statella rispose stizzito. Quattro e quattr'otto,
fu combinato lì per lì, di scambiare due colpi di sciabola; Statella
ne toccò, l'Ungherese tirò avanti al suo destino.
Questo figlio di prìncipi, che ha il padre generale borbonico dei più vecchi
e dei più devoti, capitò anelando a Palermo ad abbracciare il Dittatore, il suo
vecchio capitano del 1849, venuto a liberargli l'isola. Chi l'avrebbe sognato?
È di Siracusa. La sua nobiltà l'ha scritta in fronte; ma il suo coraggio!... Ne
parleranno i lancieri borbonici potuti scampare a Milazzo da Missori e da lui.
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