Il Veloce che nel 1848 era
un legno da guerra della Rivoluzione siciliana, preso poi dai Borboni, fu ricondotto alla Rivoluzione da un Anguissola, e ribattezzato col nome di Tuköry.
A Milazzo lavorò da buono; e l'altra notte il Piola,
ufficiale della marina sarda, lo condusse a un'impresa che se riusciva!... Si
voleva spingersi a Castellamare, impadronirsi del
Monarca, vascello borbonico da ottanta cannoni, e a rimorchio menarlo qui, per
piantarlo al Faro come una fortezza. Il Tuköry arrivò
a Castellamare senza incontri. Era mezzanotte: il
Monarca giganteggiava nero sull'acque. Pareva cosa fatta. Alcuni dei nostri
bersaglieri del battaglione Bonnet, si calarono nelle
lance per tagliare le gomene del Monarca; altri davano già la scalata; ma ecco
l'allarme, le trombe, i tamburi, tutta la guarnigione di Castellamare
corsa a far fuoco; e cannonate, e schioppettate a grandine. Fu forza rinunciare
alla presa. Il comandante del Tuköry stimò inutile
stare a farsi cogliere e si ritirò; ma lento come Ajace,
a suo agio, lasciando i Napoletani a mitragliare le tenebre.
* * *
Spira un'aria di mistero
che pare venga fuori da non so che antro. Non si è più visto il Dittatore da
parecchi giorni, e chi dice che è via, chi vuole che se ne stia chiuso nella
Torre del Faro. Come il Corrado di Byron, se ci fosse
Gulnara!
* * *
Ho voluto dare una corsa
fino a Giardini. Quella costa, quelle cittadette mi
erano rimaste tanto nel cuore! Trovai per via molti amici della brigata Bixio,
che tutti hanno ormai qualcosa di lui nel fare, nel dire, sin nella guardatura. Questo generale pare fatto per tempi come
questi e per noi. Piglia la gente, la rimpasta, la rifà: con lui o fare, o
rimanere spezzati in mezzo alla via. Uno sguardo, una parola; non basta? gli
scatta via magari una sciabolata: e questa è la sola deformità del suo essere.
Se ne lagnano tutti; ogni poco i suoi volontari vorrebbero abbandonarlo. È
violento, è insopportabile! «Ebbene? Sotto chi preferireste servire? Sentiamo».
«Ma!... eh!... sotto Bixio!». Infatti non ci sono in Italia trenta come lui. Se
una palla lo toglie di mezzo, sarebbe come ad avere le nostre forze scemate a
un tratto un bel poco: e se il Borbone avesse un
ufficiale come Bixio, forse... ma no, non voglio scrivere questo pensiero.
Dicono che Bosco vale lui? Eresia!
Bixio in pochi giorni ha
lasciato mezzo il suo cuore a brani, su per i villaggi dell'Etna scoppiati a
tumulti scellerati. Fu visto qua e là, apparizione terribile. A Bronte, divisione di beni, incendi, vendette, orgie da oscurare il sole, e per giunta viva a Garibaldi. Bixio
piglia con sé un battaglione, due; a cavallo, in carrozza, su carri, arrivi chi
arriverà lassù, ma via. Camminando era un incontro continuo di gente scampata
alle stragi. Supplicavano, tendevano le mani a lui, agli ufficiali, qualcuno
gridando: Oh non andate, ammazzeranno anche voi! Ma Bixio avanti per due
giorni, coprendo la via de' suoi che non ne potevano
più, arriva con pochi: bastano alla vista di cose da cavarsi gli occhi per
l'orrore! Case incendiate coi padroni dentro; gente sgozzata per le vie; nei
seminari i giovanetti trucidati a pié del vecchio
Rettore. «Caricateli alla baionetta!». Quei feroci sono presi, legati, tanti
che bisogna faticare per ridursi a sceglier i più tristi, un centinaio. Poi un
proclama di Bixio è lanciato come lingua di fuoco: «Bronte
colpevole di lesa umanità è dichiarato in istato
d'assedio: consegna delle armi o morte: disciolti Municipio, Guardia Nazionale,
tutto: imposta una tassa di guerra per ogni ora sin che l'ordine sia
ristabilito». E i rei sono giudicati da un Consiglio di guerra. Sei vanno a
morte, fucilati nel dorso con l'avvocato Lombardi, un vecchio di sessant'anni, capo della tregenda infame. Fra gli esecutori
della sentenza v'erano dei giovani dolci e gentili, medici, artisti in camicia
rossa. Che dolore! Bixio assisteva cogli occhi pieni di lagrime.
Dopo Bronte,
Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri
villaggi lo videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono
dietro: Belva! ma niuno osò più muoversi. Sia pur lontano quanto ci porterà la
guerra, il terrore di rivederlo nella sua collera, che quando si desta prorompe
da lui come un uragano, basterà a tenere quieta la gente dell'Etna. Se no, ecco
quello che ha scritto: «Con noi poche parole; o voi restate tranquilli, o noi,
in nome della giustizia e della patria nostra, vi struggiamo come nemici
dell'umanità».
Vive chi ricorda d'una
sommossa avvenuta per quei paesi lassù, sono quarant'anni.
Un generale Costa v'andò con tremila soldati e quattro cannoni, ma dové dare di volta senza aver fatto nulla.
E sul finire del secolo
passato, il titolo di duca di Bronte, fu dato a
Nelson. Bixio che titolo gli daremo? Non questo che fu di chi strozzò Caracciolo!
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