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| Giuseppe Cesare Abba Da Quarto al Volturno IntraText CT - Lettura del testo |
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4. Napoli, 14 settembre 1860.
Dieci o dodici giorni sono, quando vidi Napoli dal porto, mi sarei lanciato giù dal Carmel per arrivarvi a nuoto. Ora che ci sono, non mi par più... Forse è stordimento. Grande, immensa, varia da perdervisi, e fastosa fin nello sfoggio della miseria. Non vidi mai sudiciume portato in mostra così! Ho dato una corsa pei quartieri poveri; c'è qualcosa che dà al cervello come a traversare un padule. La gente vi brulica, bisogna farsi piccini per passare, e si vien via assordati. Ma su tutte quelle faccie si vede l'effusione di un'anima che si è destata e aspetta... Chi sa cosa vogliono, cosa sperano, chi sa? E se una notte si scatenassero, a furia, urlando Viva chi sa che Santo, che sarebbe di noi, che cosa del Dittatore? Eppure egli se ne sta sicuro nel palazzo d'Angri. Dubitosi siam noi piccini e di poca fede: egli ne ha da movere le montagne, e si sente dentro l'anima di tutto il popolo. Forse che non fece tutto quello che volle? E cosa avremmo potuto noi poche migliaia se alla testa non avessimo avuto lui? E messi tutti in un solo con tutte le loro virtù, avrebbero potuto quel che egli poté tutti i generali d'Italia? Bisognava il suo cuore, e forse quella sua testa, quella sua faccia che fa pensare a Mosè, a un Gesù guerriero, a Carlomagno. E chi lo vede è vinto.
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