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Non so per che guasti, il treno s'è
fermato. Siamo vicini a Montebello. Che gaie colline, e che esultanza di ville
sui dossi verdi! Ho cercato coll'occhio per tutta la campagna. È appena passato
un anno, e non un segno di quel che avvenne qui. Il sole tramonta laggiù. In
fondo ai solchi lunghi, un contadino parla ai suoi bovi. Essi aggiogati
all'aratro tirano avanti con lui. Forse egli vide e sa dove fu il forte della
battaglia? Ho negli occhi la visione di cavalli, di cavalieri, di lance, di
sciabole cavate fuori da trecento guaine, a uno squillo di tromba; tutto come
narrava quel povero caporale dei cavalleggieri di Novara tornato dal campo due
giorni dopo il fatto. Affollato da tutta la caserma, colla sciabola sul
braccio, col mantello arrotolato a tracolla, coi panni che gli erano sciupati
addosso, lo veggo ancora piantato là in mezzo a noi, fiero, ma niente spavaldo.
- Dunque, e Novara?
- Novara la bella non c'è più! Siamo
rimasti mezzi per quei campi...
E narrò di Morelli di Popolo, colonnello
dei cavalleggieri di Monferrato morto, di Scassi morto, di Govone morto, e di
tanti altri, lungo e mesto racconto.
- E i francesi?
- Coraggiosi! - rispondeva egli: - ma
bisognava sentirli come i loro ufficiali parlavano di noi!
Io lo avrei baciato, tanto diceva con
garbo.
Povero provinciale di quei di Crimea,
richiamato per la guerra, aveva a casa moglie, figliuoli e miseria. Non amava i
volontari: gli pareva che se fossero rimasti alle loro case in Lombardia, egli
non si sarebbe trovato lì, con trent'anni sul dorso e padre, a dolersi della
pelle messa in giuoco un'altra volta. Del resto non si vantava di capire molto
le cose: ciò che piaceva ai superiori, piaceva a lui: tutto per Vittorio e
pazienza. Avessimo due o tre centinaia d'uomini come lui, buoni a cavallo e a
menar le mani, quando saremo laggiù!
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