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Dissi all'amico Sclavo: tu, quello che vedesti ai Ponti della Valle, me
l'hai da scrivere qui, tra le mie note. Egli prese il taccuino e scrisse.
«Garibaldi, tre o quattro
giorni prima del fatto d'armi, era venuto a trovar Bixio e gli aveva detto: Mi
fido a voi; queste sono le nostre Termopili.
«Tale fu la consegna:
tutti sapevamo che là si doveva stare o morire. Aspettavamo.
«Il mattino del 13
d'ottobre, eccoti la divisione von Meckel, otto o nove mila uomini, avanzarsi da Ducenta, mirando al passo dei Ponti della Valle per Maddaloni. La testa della colonna era formata da uno
squadrone di dragoni con elmo e rivolte rosse; seguivano due cannoni e un
battaglione di cacciatori. Giunta a Valle quella testa di colonna spiegò i
cacciatori sulla sua destra, e questi cominciarono a tentar l'altura dov'ero
con la mia compagnia. Tiravano da settecento metri, lentamente, con quelle loro
buone carabine, alle quali noi non potevamo rispondere. Intanto il grosso della
colonna continuava a marciare accennando ai Ponti, centro della nostra linea.
«Mandai subito certo
Calogero messinese, che avevo meco per guida,
avvisando con un biglietto il maggior Boldrini che
eravamo assaliti. Ebbi in risposta che badassi bene a non prendere lucciole per
lanterne. E male ce ne incolse, perché quel battaglione di cacciatori già
invadeva il bosco a sinistra e cominciava ad avvolgerci incalzando con fuoco
ben nutrito.
«Allora il maggiore Boldrini volò a noi con due compagnie, e senz'altro dove
vide spuntar le canne dei fucili, tra gli alberi fitti, là si slanciò,
gridando: Alla baionetta, Viva l'Italia!
«Non aveva ancor detto
che già una palla entrata nel petto gli usciva per la scapola destra. Cercai di
sorreggerlo e di tirarlo via, giacché il nemico irrompeva dal bosco e dovevamo
ritirarci, ma egli non volle, mi respinse. - Lasciatemi, che ormai sono un uomo
inutile! - Disse, cosi, e dove cadde rimase. Noi indietreggiammo sopraffatti, e
poi tornammo rinforzati da una cinquantina di bersaglieri Menotti. Guardai; il
povero maggior Boldrini non v'era più. Seppi poi che
i Bavaresi lo avevano trascinato testa e piedi giù per i dirupi, sino a Valle,
dove lo abbandonarono, e fu poi raccolto morente dai nostri, dopo la vittoria.
«Caddero in quel nostro
ritorno molti dei nostri, morti e feriti, tra gli altri Evangelisti e Carbone,
genovesi dei vostri di Marsala. Ma non era ancor nulla, eravamo appena al
principio. Sai come il tempo vola. Continuavano gli assalti. Verso le undici, o
poco dopo, ecco i Bavaresi sulla posizione di Menotti. Cominciavano ad
avvolgere il poggio della Siepe, contrafforte di Monte Caro. Quivi li
ricevevano a schioppettate e a baionettate, e li rintuzzavano le compagnie di Bedeschini e di Meneghetti,
dirette da Dezza e da Menotti e da altri ufficiali
che in quel momento facevano da capi e da soldati.
«Intanto altri Bavaresi
apparivano sulla vetta del monte Calvo e vi si piantavano, e si vedeva che
volevano postarvi due cannoni da montagna, per coprir di granate e di mitraglia
noi più bassi e da quella posizione spingere forse qualche colonna alle spalle
di Bixio. Sarebbe bastata ben poca gente a tagliargli le comunicazioni col quartier generale di Caserta, e a portar l'incendio
borbonico nella Terra di Lavoro. Era un momento angoscioso. Tutti, anche i meno
esperti, indovinavano il gran pericolo.
«Ma ecco spuntare lassù
un battaglione: Son nostri? - son
nostri! - Improvviso, dritto, marcia verso il cocuzzolo di monte Calvo. Maraviglioso! Il Comandante si vedeva dinanzi a tutti, col
berretto in cima alla spada, e pareva di sentirlo gridare; gli altri correvano
dietro a lui, per quell'erta, a gran passi, serrati.
«Era Taddei!
«Quel fare, quell'affronto, impone ai Bavaresi che oscillano un
momento, ma si difendono, resistono, uccidono: poi si rompono, abbandonano la
posizione, i morti, i feriti e fuggono in rotta.
«Noi, combattendo giù,
vedevamo e ammiravamo quei vincitori lassù, e guardavamo pure l'attacco che in
quel momento faceva la grossa, serrata colonna borbonica del centro, ai Ponti
della Valle, dov'era Bixio coi picciotti. Era una cosa da far tremare. Se
rompono, dicevamo noi, se passano sul corpo di Bixio, quelli stasera entrano in
Napoli, e ricomincia l'orgia del 1799. Li vedevamo a mezza falda tra il piano e
i muriccioli a secco della via trasversale che si allinea con l'acquedotto; e
dietro quei muriccioli rosseggiavano i nostri quatti quatti,
senza far fuoco, incantati. Noi pativamo, fremevamo; udii sin bestemmiare: Cosa
fanno? Ma quando i borbonici arrivarono quasi al ciglio di quei muriccioli,
allora quelle camicie rosse scoppiarono, 49 e su quelle teste di colonna si
rovesciò un torrente, un uragano... urla feroci, baionettate. Si gelava, si
infuocava il sangue a vedere. - I borbonici non ebbero agio né spazio di
spiegarsi, e si volsero in fuga una sezione sull'altra, via, via, rovinando, e
tutta la colonna scompigliata fuggiva alla meglio verso Valle.
«Di dove eravamo noi si
dominava lo spettacolo, e si capiva che l'anima di tutta quella massa eroica di
picciotti era l'anima di Bixio. Dunque Bixio e Taddei,
eroi!
«La sera, ne contammo di
morti! Ma le più gravi perdite le sofferse il mio battaglione. Morì Innocenzo
Stella, colpito nella testa da una palla, furono feriti Herter,
anch'egli, come Stella, vostro di Marsala, e Rambosio
e Rugerone. Povero Rugerone!
Colpito nel ventre da una scheggia di granata che gli uscì per la schiena, lo
trovarono la sera in un burrone, lo trasportarono a Villa Gualtieri,
dolorò diciotto ore, e alla fine la morte lo liberò. Antonio Traverso, della
mia compagnia, andò a morire, non si sa come, nel boschetto, presso il
battaglione Menotti, dove io lo trovai l'indomani mattina, trapassato il petto
da una palla, con un fazzoletto bianco alla bocca, tutto insanguinato. Delle
tre compagnie Boldrini, soltanto una ventina d'uomini
col tenente Baroni di Lovere, ferito nel capo, si
unirono alla sera a Menotti, e servirono a riformare il battaglione disfatto».
Ecco quel che l'amico
scrisse.
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