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10. L'INCONTRO DI
TEANO.
Non lo dimenticherò mai,
vivessi mille anni, ma non saprò mai ridirlo preciso e lucido, come mi guizzò
nella mente, il pensiero che già ebbe Catoni, conversando con me, quella notte
là, vagabondi, per la campagna oltre Maddaloni. Sono
quasi seicento anni, Carlo d'Angiò veniva in qua da
Roma segnato e benedetto dal Papa, e si pigliava la corona di Manfredi, tra i
morti di Benevento. Il papa gliela aveva data, purché se la fosse venuta a
prendere. Ma oggi un popolano, valoroso come... cos'importa dirlo? un popolano
generoso come non sarà mai nessuno, semplice come Curio Dentato, delicato come Sertorio, anche fantastico come lui e sprezzatore
come Scipione, in nome del popolo strappa quella corona al re di Napoli e dice
a Vittorio Emanuele: È tua! -
* * *
Ho quasi un capogiro.
Sono ancora pieno di quel che ho vedute, scrivo...
Una casa bianca a un gran
bivio, dei cavalieri rossi e dei neri mescolati insieme, il Dittatore a piedi;
delle pioppe già pallide che lasciavano venir giù le
foglie morte, sopra i reggimenti regolari che marciavano verso Teano, i vivi
sotto gli occhi, e nella mente i grandi morti, i romani della seconda guerra
civile, Silla, Sertorio,
che si incontrarono appunto qui, figure gigantesche come quei monti del Sannio là, e che forse non erano nulla più di qualcuna di
quelle che vedo vive. Cosa ci vorrebbe a fare lo scoppio d'una guerra civile?
A un tratto, non da lontano,
un rullo di tamburi, poi la fanfara reale del Piemonte, e tutti a cavallo! In
quel momento, un contadino, mezzo vestito di pelli, si volse ai monti di Venafro, e con la mano alle sopracciglia, fissò l'occhio
forse a legger l'ora in qualche ombra di rupi lontane. Ed ecco un rimescolio
nel polverone che si alzava laggiù, poi un galoppo, dei comandi, e poi: Viva!
Viva! Il Re! Il Re!
Mi venne quasi buio per
un istante; ma potei vedere Garibaldi e Vittorio darsi la mano, e udire il
saluto immortale: «Salute al re d'Italia!». Eravamo a mezza mattinata. Il
Dittatore parlava a fronte scoperta, il Re stazzonava il collo del suo
bellissimo storno. Forse nella mente del Generale passava un pensiero mesto. E
mesto davvero mi pareva quando il Re spronò via, ed Egli si mise alla sinistra
di lui, e dietro di loro la diversa e numerosa cavalcata. Ma Seid, il suo cavallo che lo portò nella guerra, sentiva
forse in groppa meno forte il leone e sbuffava, e si lanciava di lato, come
avesse voluto portarlo nel deserto, nelle Pampas, lontano da quel trionfo di
grandi.
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