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Il giorno dei Santi, poi
quello dei Morti, poi quello delle medaglie a noi, terza festa nella malinconia
della stagione.
Là in faccia alla reggia,
dove tutto dice che i Borboni non torneranno più, la
piazza di San Francesco di Paola era parata di bandiere. In mezzo, un seggio,
delle dame, dei generali, dei grandi intorno al Dittatore che ancora aveva il
cappello di Marsala. Vidi il Carini, ora generale, balioso,
ringiovanito, col braccio al collo, pareva felice. La legione ungherese faceva
scorta d'onore, e vi erano i Granatieri schierati che facevano scorta
anch'essi. Noi davamo le spalle alla Reggia, aspettando. A un certo Punto il
Dittatore si alzò, e venne verso noi dicendo con la sua voce limpida ed alta: -
Soldati della indipendenza italiana, Veterani benché giovani dell'esercito
liberatore, vi consegno le medaglie che il Municipio di Palermo, decretò per
voi. Comincieremo dai morti, i nostri morti...
E allora un ufficiale
cominciò a chiamare a nome i morti che rispondevano in noi, con l'improvviso
ritorno della loro visione. Ma passato questo giorno non saranno ricordati
solennemente mai più? Furono da cento nomi d'umili ignoti o d'illustri, e a
ogni nome un fremito correva tutta la nostra fila. Meglio morti o vivi? Si
diffondeva una malinconia cupa che pur pareva entusiasmo.
Quando toccò a noi, si
andò chiamati ad uno ad uno dinanzi al seggio, dove una giovinetta, alzandosi
sulla punta dei piedi, ci metteva la medaglia sul petto, e intanto guardava di
sotto in su con due grandi occhi gioiosi. Chi fosse non so, né chiesi di lei.
Che giova il nome? Udii il Generale che volgendosi a una dama vicino a lui,
diceva: - Vede? Quelle facce le conosco tutte, le vedrò finché vivrò.
Intanto le bande
suonavano, e quella dei Granatieri pareva dicesse: Basta, ora basta, andate!
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