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Giuseppe Cesare Abba
Da Quarto al Volturno

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    • 2. DA QUARTO A MARSALA.
      • 4. Talamone, 7 maggio.
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4. Talamone, 7 maggio.

 

Vedevamo lontano un villaggio, una torre svelta, sottile, lanciata al cielo; una bandiera su quella agitata dal vento. Bandiera italiana, villaggio toscano. Era questo di Talamone, sulle coste maremmane. Quando fummo vicini a terra, una barca venne a gran forza di remi verso di noi, portando il Comandante di questo castelluccio. Il valentuomo era mezzo sepolto sotto due spalline enormi, e aveva in capo una lanterna tutta galloni.

Che paese di povera gente! Carbonai e pescatori. La nostra discesa gli ha rallegrati.

- Come si chiama quel monte in faccia?

- Monte Argentaro.

- E quelle case bianche, mezzo tuffate in mare?

- Porto San Stefano.

- Con una veduta come questa sempre dinanzi agli ocche, dovete fare una bella vita!

- Sì se si mangiasse cogli occhi. Ma... Basta... finché si campa!

Cosi mi diceva un giovane carbonaio, mentre seguitava a discorrere, per farmi dire a sua volta chi siamo, e dove andiamo; io pendeva, proprio pendeva, dalle sue labbra, bevendo il dolce della sua lingua e pensando al mio dialetto aspro.

 

* * *

 

Lo rividi disceso a terra. Lento e sorridente se ne veniva su per la salita, vestito da generale dell'esercito piemontese. I lunghi capelli e la barba intera combinavano male con quei panni. Il capitano Montanari, che pare suo grande amico, gli veniva a fianco celiando, e gli diceva: «Così vestito mi sembrate un leone in gabbia». Il Generale sorrideva.

 

* * *

 

Son voluto entrare in chiesa. Una piccola chiesa disadorna e tranquilla, fatta proprio per pregarvi e null'altro. Mi sono seduto tra le panche, per respirare un po' di quell'aria fresca che era dentro, e invece mi si riempì l'animo di malinconia. Uscito, ho subito scritto a casa mia, confessando d'esser qui, e dicendo con chi e dove vado.

 

* * *

 

Mi sono tuffato in mare con una voluttà indicibile. Le acque erano tiepide, per tutta la riva una festa di nuotatori, sui poggi, a brigate, si vedevano i nostri godere il fresco dell'erba. Lungo la strada che mena ad Orbetello un gran viavai.

Ma che cosa facciamo qui? Che cosa si aspetta? Stanotte dormiremo a terra, e i nostri legni staranno all'àncora. Dicono che furono menati via dal porto di Genova per sorpresa. Che colpo, se venisse una nave da guerra a ripigliarceli! Il meglio sarebbe tirar via. Ma forse il Generale attende notizie, o altra gente, o armi. Appunto, sino ad ora non abbiamo armi. Soltanto alcuni se ne vanno attorno, con certe carabine che si tengono care come spose. Le hanno sempre in ispalla. Sono genovesi, tutti tiratori da lunga mano, preparati a questi tempi con fede ed amore. Quell'uomo dai capelli grigi, non vecchio ancora ma neanche più giovane, è un professore di lettere, amico di Mazzini, uscito di carcere l'anno scorso. V'era stato chiuso pei fatti di Genova del 1857. Si chiama Savi. Ho inteso dire che nel 1856, quando fu formata la Società Nazionale, e Garibaldi vi si iscrisse uno dei primi, il Savi l'abbia rimproverato d'aver accettato l'iniziativa monarchica, lui capo militare del partito repubblicano uscito da Roma. Ma ora per l'Italia è venuto anche lui. Se ne sta in disparte modesto e taciturno; ma si vede che è amato e cercato. Chi non sa chi sia, gli passa vicino rispettoso e lo saluta.

 

* * *

 

Ci siamo provati in quattro a mettere insieme un po' di erudizione. Uno disse che i Galli Gesati, armati di spiedi, e incamminati alla volta di Roma, devono essere stati più qua e più a campo, nella pianura verso Orbetello, quando furono colti e distrutti dai Romani, sbarcati qui tornando dalla Sardegna. E qui Mario approdò furtivo, reduce dall'esilio d'Africa, coll'anima traboccante degli odi, nati nella palude di Minturno e inaspriti dagli ossequi concessi a Silla. Qui, sul finire del secolo scorso, le schiere napoletane del conte di Damas videro per la prima volta le insegne dei repubblicani di Francia. E i posteri aggiungeranno che qui discese Garibaldi coi suoi, navigando verso Sicilia.

 




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