|
Vedevamo lontano un villaggio, una torre
svelta, sottile, lanciata al cielo; una bandiera su quella agitata dal vento.
Bandiera italiana, villaggio toscano. Era questo di Talamone, sulle coste
maremmane. Quando fummo vicini a terra, una barca venne a gran forza di remi
verso di noi, portando il Comandante di questo castelluccio. Il valentuomo era
mezzo sepolto sotto due spalline enormi, e aveva in capo una lanterna tutta
galloni.
Che paese di povera gente! Carbonai e
pescatori. La nostra discesa gli ha rallegrati.
- Come si chiama quel monte là in faccia?
- Monte Argentaro.
- E quelle case bianche, mezzo tuffate in
mare?
- Porto San Stefano.
- Con una veduta come questa sempre
dinanzi agli ocche, dovete fare una bella vita!
- Sì se si mangiasse cogli occhi. Ma...
Basta... finché si campa!
Cosi mi diceva un giovane carbonaio,
mentre seguitava a discorrere, per farmi dire a sua volta chi siamo, e dove
andiamo; io pendeva, proprio pendeva, dalle sue labbra, bevendo il dolce della
sua lingua e pensando al mio dialetto aspro.
* * *
Lo rividi disceso a terra. Lento e sorridente
se ne veniva su per la salita, vestito da generale dell'esercito piemontese. I
lunghi capelli e la barba intera combinavano male con quei panni. Il capitano
Montanari, che pare suo grande amico, gli veniva a fianco celiando, e gli
diceva: «Così vestito mi sembrate un leone in gabbia». Il Generale sorrideva.
* * *
Son voluto entrare in chiesa. Una piccola
chiesa disadorna e tranquilla, fatta proprio per pregarvi e null'altro. Mi sono
seduto tra le panche, per respirare un po' di quell'aria fresca che era là
dentro, e invece mi si riempì l'animo di malinconia. Uscito, ho subito scritto
a casa mia, confessando d'esser qui, e dicendo con chi e dove vado.
* * *
Mi sono tuffato in mare con una voluttà
indicibile. Le acque erano tiepide, per tutta la riva una festa di nuotatori,
sui poggi, a brigate, si vedevano i nostri godere il fresco dell'erba. Lungo la
strada che mena ad Orbetello un gran viavai.
Ma che cosa facciamo qui? Che cosa si
aspetta? Stanotte dormiremo a terra, e i nostri legni staranno all'àncora.
Dicono che furono menati via dal porto di Genova per sorpresa. Che colpo, se
venisse una nave da guerra a ripigliarceli! Il meglio sarebbe tirar via. Ma
forse il Generale attende notizie, o altra gente, o armi. Appunto, sino ad ora
non abbiamo armi. Soltanto alcuni se ne vanno attorno, con certe carabine che
si tengono care come spose. Le hanno sempre in ispalla. Sono genovesi, tutti
tiratori da lunga mano, preparati a questi tempi con fede ed amore. Quell'uomo
dai capelli grigi, non vecchio ancora ma neanche più giovane, è un professore
di lettere, amico di Mazzini, uscito di carcere l'anno scorso. V'era stato
chiuso pei fatti di Genova del 1857. Si chiama Savi. Ho inteso dire che nel
1856, quando fu formata la Società Nazionale, e Garibaldi vi si iscrisse uno
dei primi, il Savi l'abbia rimproverato d'aver accettato l'iniziativa
monarchica, lui capo militare del partito repubblicano uscito da Roma. Ma ora
per l'Italia è venuto anche lui. Se ne sta in disparte modesto e taciturno; ma
si vede che è amato e cercato. Chi non sa chi sia, gli passa vicino rispettoso
e lo saluta.
* * *
Ci siamo provati in quattro a mettere
insieme un po' di erudizione. Uno disse che i Galli Gesati, armati di spiedi, e
incamminati alla volta di Roma, devono essere stati più qua e più là a campo,
nella pianura verso Orbetello, quando furono colti e distrutti dai Romani,
sbarcati qui tornando dalla Sardegna. E qui Mario approdò furtivo, reduce
dall'esilio d'Africa, coll'anima traboccante degli odi, nati nella palude di Minturno
e inaspriti dagli ossequi concessi a Silla. Qui, sul finire del secolo scorso,
le schiere napoletane del conte di Damas videro per la prima volta le insegne
dei repubblicani di Francia. E i posteri aggiungeranno che qui discese
Garibaldi coi suoi, navigando verso Sicilia.
|