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Ieri, dopo il tramonto, i marinai delle
antenne vedevano ancora come un'ombra del Piemonte. A prora, un giovane che
pare nato alle grandi avventure, accendeva fiocchi di stoppa incatramata, e
sempre per un verso li buttava in mare. Che fossero segnali? Il bagliore di
quelle fiamme rossicce, dava a tratti uno strano risalto alla faccia
d'adolescente di quel giovane, e la sua fronte pareva fuggisse sotto i ricci
biondi. Io guardava le sue mani ben fatte, il suo petto ampio, il suo collo robusto
e bello, cinto di un fazzoletto di seta ricadente giù per le spalle; e pensava
ai mari d'oriente e al Corsaro di Byron.
Mi rannicchiai in un angolo, con un
visibilio nel capo, e mi addormentai come un morto.
- Su! su! - mi disse Airenta, scuotendomi
forte, non so a che ora.
Balzai. Tutti quelli che erano sul ponte
stavano ginocchioni, curvi, sporgendo le faccie a sinistra. Non si udiva che,
un sussurro; le baionette luccicavano inastate.
- Ma che c'è?
E Airenta a me: - Una nave viene a furia
verso di noi.
- Borbonica?
- Ha già suonato la campana, e Bixio ha
comandato di non rispondere.
La nave veniva dritta sul nostro fianco,
e il rumore delle sue ruote era concitato e rabbioso. Mi pare che il suo camino
gettasse fiamme. Bixio piantato sul castello la investiva cogli occhi. Certo si
preparava a qualche tragedia; magari a far saltare in aria sé, noi e la nave
che ci era ormai quasi addosso. Non ho potuto capir bene quel che seguì, per un
po' di confusione che mi nacque vicino: solo intesi Bixio gridare: «Generale!».
E poi fu una grande allegria.
Quella nave era il Piemonte. Il Generale
che ci aveva preceduti, scoperta la crociera borbonica, tornò indietro in cerca
di noi; ci trovò, si parlarono con Bixio, e ci riponemmo in via, mutando rotta.
Credo che ora siamo più vicini all'Africa
che alla Sicilia,
* * *
Si torna a navigare verso Sicilia.
A poppa, i Lombardi cantavano le canzoni
dei loro laghi. Non sono meste come quelle dei miei monti, non rendono le pene delle
generazioni nate a patire all'ombra dei castelli, che ora, rovine senza gloria,
coronano i poggi sopra i villaggi delle mie vallate; ma qualcosa di patetico vi
è anche in esse, e toccano il cuore profondamente.
Ho qui vicino un Ungherese, che veggo da
ieri girare in mezzo a noi. Non sa dire una parola. Mi guarda con quei suoi
occhi piccini, aggrottati, verdi. Ha i capelli a lucignoli sulla fronte
stretta, e il naso da Unno. Cuoce meditabondo e cupo, sdraiato a questo sole; e
forse sta pensando alla sua patria, mentre viene a morir per la mia.
* * *
Gran bella veduta d'isolette! Sembrano
emerse ora dal mare. C'è del verde di tutti i toni; c'è della roccia
splendente, c'è un'aria azzurra che avvolge tutto; e le isole hanno una.zona
d'argento al piedì.
Sento che in quelle isole vi sono
prigioni orribili. Il Re di Napoli vi tiene chiusi i prigionieri di Stato, e le
famiglie che ve ne hanno qualcuno, dicono: «Meglio i morti!».
* * *
La Sicilia! La Sicilia! Pareva qualcosa
di vaporoso laggiù nell'azzurro tra mare e cielo, ma era l'isola santa! Abbiamo
a sinistra le Egadi, lontano in faccia il monte Erice che ha il culmine nelle
nubi. Un siciliano che era meco sulla tolda, mi narrava le avventure di Erice
figlio di Venere, ucciso da Ercole su quelle vette. Erano ameni gli antichi, ma
quant'è pure ameno l'amico mio, che trova ora tempo di parlare di mitologia! Ei
mi disse che su quel monte c'è un villaggio che si chiama San Giuliano, dove
nascono le più belle donne della Sicilia.
* * *
Come si conoscono gli esuli siciliani!
Eccoli là a prora tutti affollati. In questo momento non vivono che cogli
occhi. Saranno una ventina, di tutte le età. Miracolo se il colonnello Carini
sbarcherà vivo, se non gli si romperà il cuore dalla allegrezza.
* * *
Il dottor Marchetti che ride sempre
quando mi vede scrivere, non sa che ora scrivo del suo figliuolo. Compagno
d'esilio, l'ha voluto seco sin qui. Il giovinetto può avere dodici anni; eppure
è di piglio sì ardito! Fortunato lui, che ha un mattino così splendido nella sua
vita! Se la morte non lo coglierà, sarà un uomo levatosi per tempo nella sua
giornata. Che c'è? Tutti guardano da poppa...
* * *
Due navi corrono a vista dietro di noi!
Si è messo un po' di vento in poppa.
Tutte le vele sono spiegate, i marinai lavorano che sembrano uccelli. Bixio
comanda, ubbidito a puntino. Ha gridato che chi gli sbaglia una manovra, lo
farà impiccare all'albero di maestra! Voliamo.
* * *
Un piccolo legno veniva da terra.
Bandiera inglese. Bixio prese un foglio vi scrisse sopra qualcosa, fece fendere
un pane e nel fesso mise il foglio. Poi quando il legno passò quasi rasente a
noi, gettò il pane che cadde in mare. «Allora - gridò facendo tromba colle
mani, - dite a Genova che il generale Garibaldi è sbarcato a Marsala, oggi a
un'ora pomeridiana!».
Sul piccolo legno fu un levar di mani, un
battere di applausi, uno sventolare di fazzoletti, evviva, viva, viva!
* * *
Eccola lì Marsala, le sue mura, le sue
case bianche, il verde de' suoi giardini, il bel declivio che ha innanzi. Nel porto
poco naviglio; una nave da guerra sta alla bocca e si è tutta pavesata.
- Pronti, figliuoli - grida Bixio, tutto
per noi; e se avesse la forza ci lancerebbe in un colpo alla riva. Ma siamo
certi di sbarcare, sebbene le due navi ci inseguano sempre. Hanno guadagnato un
bel tratto. Vengono sbuffando.
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