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Stamane suonava la diana, e Bixio già in sella
veniva da chi sa dove. Se invece di quella uniforme di fanteria, vestisse un
costume del cinquecento, ecco Giovanni dalle Bande Nere. Nella notte sono
arrivati a squadre molti insorti, armati di doppiette da caccia e di picche
bizzarre. Parecchi vestono pelli di pecora sopra gli altri abiti, tutti paiono
gente risoluta, e si sono messi con noi.
Quando movemmo dal campo di Rampagallo,
eravamo aggranchiti per aver dormito là senza tende, senza coperte, come
capitammo, colla gran guazza che viene giù queste notti. Ma ci liberammo dal
freddo assai presto e dopo mezz'ora di marcia si desiderava già l'acqua.
Passammo vicino a parecchie fonti, bevevamo cogli occhi; ma Bixio era sempre là
inesorabile a far guardia, e non ci lasciava nemmen bagnar le labbra. Ha fatto
bene. Uno dei nostri che riuscì a bere, cadde a mezzo della gran salita che
mena quassù. Lo vidi dibattersi per dolori atroci, fra gli amici addolorati; un
medico gli teneva il polso e tentennava il capo. Speriamo che non sia morto.
Quella salita scomunicata ci ha fatto
rompere il petto, ma pazienza. Arrivando, fummo accolti da una folla d'uomini,
di donne, di fanciulli strilloni; quasi non si sentiva la banda che ci suonava
il trionfo.
Una donna, con un panno nero giù sulla
faccia, mi stese la mano, borbottando.
- Che cosa? dissi io.
- Staio morendo de fame, Eccellenza!
- Che ci si canzona qui? - esclamai: e
allora un signore diede alla donna un urtone, e mi offerse da bere, in un gran
boccale di terra. Fui lì per darglielo in faccia; ma accostai le labbra per
creanza, poi piantai lui per raggiungere quella donna Non mi riuscì di
trovarla. Ma subito una giovane dagli occhi grandi, soavi, e smunta, malata, mi
porse un cedro colla destra, e colla sinistra tesa mi disse: - Signorino! - Un
cencio di gonnella le dava a mezzo stinco, e aveva i piedi ignudi. Le posi in
mano due prubbiche, monetuccie di qui che paion farfalle; essa le prese e corse
via. La veggo ancora, colle gambe scarne, battute dai brandelli della veste
lurida e corta, fuggire non so se lieta o vergognosa.
Quando giunse il Generale, fu proprio un
delirio. La banda si arrabbiava a suonare; non si vedevano che braccia alzate e
armi brandite; chi giurava, chi s'inginocchiava, chi benediceva: la piazza, le
vie, i vicoli erano stipati; ci volle del belloo prima che gli facessero un po'
di largo. Ed egli, paziente lieto, salutava ed aspettava sorridendo.
* * *
C'e qui un ufficiale vestito
dell'uniforme Piemontese, che mi pare tutto quello del caso di Novi. Farò di
parlargli, e, se è lui, mi scuserò di non avergli voluto dire quel che mi
chiese. Dicono che sia disertore, che si chiami De Amicis, che sia di Novara.
* * *
Ho fatto un giro per la città. L'hanno
piantata quassù che una casa si regge sull'altra, e tutte paiono incamminate
per discendere giù da oggi a domani. Avessero pur voglia di sbarcare i
Saraceni, Salemi era al sicuro! Vasta, popolosa, sudicia, le sue vie somigliano
colatoi. Si pena a tenersi ritti; si cerca un'osteria e si trova una tana. Ma i
frati, oh! i frati gli avevano belli i conventi, e questo dov'è la mia
compagnia è anche netto. Essi se ne sono andati.
Gli abitanti, non scortesi, sembrano
impacciati se facciamo loro qualche domanda. Non sanno nulla, si stringono
nelle spalle, o rispondono a cenni, a smorfie, chi capisce è bravo.
Entrai stanco in una taverna, profonda
quattro o cinque scalini dalla via. V'era una brigata di amici, che mangiavano
allegramente i maccheroni in certe ciotole di legno che... Eppure ne mangiai
anch'io. E bevemmo e chiacchierammo, e c'eravamo dimenticati d'essere qui a
questi passi, quando venne Bruzzesi delle Guide, il quale ci disse che un
grosso corpo di Napoletani è a poche miglia da noi. «Meglio! - sclamò Gatti, -
bisognerà vedere che cera ci faranno».
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