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Il Generale ha percorsa la città a
cavallo. Il popolo vede lui e piglia fuoco: magia dell'aspetto o del nome, non
si conosce che lui.
Il Generale ha assunta la Dittatura in
nome d'Italia e Vittorio Emanuele. Se ne parla, e non tutti sono contenti. Ma questo
sarà il nostro grido. Alle cantonate si legge un proclama del Dittatore. Egli
si rivolge ai buoni preti di Sicilia. Un rètore ha notato che, preti buoni,
sarebbe stato meglio detto.
Le squadre arrivano da ogni parte, a
cavallo, a piedi, a centinaia, una diavoleria. E hanno bande che suonano d'un
gusto! Ho veduto dei montanari armati fino ai denti, con certe facce sgherre, e
certi occhi che paiono bocche di pistole. Tutta questa gente è condotta da
gentiluomini, ai quali ubbidisce devota.
Piove dirotto. Del nemico notizie diverse
o contraddittorie. Sono quattromila; no, diecimila, con cavalli e cannoni. Si
fortificano sui tali monti: no, sui tali altri: si avanzano, si ritirano
rapidamente. Questa notte staremo ancora qui: e intanto finiranno d'allestire i
carri per la nostra artiglieria.
* * *
Grazioso! Ieri l'altro, appena sbarcati,
alcuni dei nostri occuparono il telegrafo. L'ufficiale, fuggendo, aveva
lasciato lì un foglio, sul quale era scritto: «Due vapori sardi sbarcano
gente». Era un dispaccio mandato al Comandante militare di Trapani. E da
Trapani appunto: «Quanti sono? Che cosa vogliono?». Allora i nostri:
«Perdonate, mi sono ingannato, i legni sbarcano zolfo». Da Trapani secco secco:
«Imbecille!».
Poi un taglio dei nostri al filo
telegrafico e silenzio.
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