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Ieri Burgeto
mi parve un agguato. Dalle case bieche, mezzo nascoste tra gli olivi giganti, i
paesani ci guardavano muti, come una processione di spettri. Ho notato una
cosa. Se un popolo ci accoglie con gioia, l'altro che troviamo subito dopo ci
sta contegnoso e freddo.
Passammo.
Per una via scavata nella
montagna arida, traversammo una gola, dove ci fu sopra il vento freddo del
crepuscolo, a minacciarci una brutta nottata. Sul tardi riposammo su questa
montagna. Un vero anfiteatro. Quando si giunse eravamo stanchi, stanchi assai.
Da Alcamo a questo, che si chiama Passo di Renna, corrono molte miglia. Ma noi
le abbiamo percorse senza contarle, anzi si cantò sino a Partinico.
Là cessarono i canti e l'allegrezza.
Non ho più dormito come
stanotte, da quando lasciai le panche della scuola. La testa sulla sacca, la
sacca sovra una pietra, il corpo supino lungo il margine della via. Ma stamane che gioia! Alla punta del giorno, la banda di non
so che villaggio vicino venne a svegliarci, suonando un'aria dei Vespri
siciliani. Io balzai, corsi sulla rupe più alta, questa dove scrivo, e il mio
sguardo si perdé nella Conca d'oro. Palermo! Era laggiù incerta tra la nebbia e
il mare. Si vedevano le navi lungo la rada, tante come se vi si fossero date
convegno tutte le marinerie d'Europa, per vederci il giorno in cui piomberemo
improvvisi sulla città. O cacciatori dell'Alpi benedetti!
Tutti corrono ad una
grande cisterna là in fondo, e si lavano i panni e le persone. Come una scena
della Bibbia, nelle valli della Giudea.
* * *
Dimenticavo che ieri sera
verso le dieci, mentre ci eravamo appena accampati e accendevamo i fuochi,
alcuni signori palermitani, venuti traverso a chi sa quanti pericoli,
capitarono quassù. Io li vidi, quando si incontrarono col colonnello Carini.
Egli che torna in patria, coll'armi in pugno, dopo
dieci anni d'esiglio, e quei signori amici suoi
d'antico, si abbracciarono d'affetto, dicendosi cogli occhi e coi singhiozzi un
mondo di cose. Poi intesi da loro che in Palermo tutto è pronto che appena
saremo alle porte, la cittadinanza irromperà dalle case, a sopraffare i
ventimila soldati che tengono la città. E narrarono ancora che la polizia vuol
dar a credere al popolo che noi siamo saccheggiatori, l'ira di Dio, come si
dice qui. Parlavano dei birri. Ah! i birri di Palermo debbono essere una gran
laidezza. A sentire quei signori, i birri si vantano che uno di questi giorni
dovranno far un eccidio di patriotti; e le trecce
delle dame palermitane, dicono di volerle a far cuscini per le loro mogli.
Dei soldati si sa che
portarono da Calatafimi un'impressione profonda. Ne
sono ancora sbalorditi, ma si tengono compatti e fedeli al Re. Di noi, del
continente, di quel che fuori dell'isola si sa sulle operazioni nostre, sulla
nostra vittoria, nulla.
Prima di partirsi da noi,
quei signori ci vollero baciare, e ci diedero convegno a Palermo, nelle loro
case. Benedini dottore tirò fuori il taccuino, e alla
luce del fuoco ne volle scrivere gli indirizzi.
- «Che fate? - esclamò
uno di loro afferrandogli la mano, - quelle cose lì si tengono a memoria!».
Previdenti i Siciliani,
ed esperti nelle cospirazioni.
Nessuno di noi avrebbe
pensato al pericolo in cui uno può essere posto, per un indirizzo trovato
indosso ad un altro. Terremo a memoria quello di quei signori e li cercheremo;
purché nel ritorno non siano caduti in mano dei regi.
* * *
Il tenente colonnello Tuköry cavalca su e giù per la strada, esercitando un
morello, che non tocca la terra da tanto che è vispo. Giovanissimo per il suo
grado, quest'ufficiale mi parve l'immagine viva
dell'Ungheria, sorella nostra nella servitù. La sua faccia, d'un pallido scuro,
è fina di lineamenti e illuminata da un par d'occhi fulminei e mesti. Egli era
a quelle battaglie di dieci anni or sono, i cui nomi strani ponevano a me
fanciullo uno sgomento indicibile in cuore. Vide i reggimenti italiani al
servizio dell'Austria dare il colpo di grazia alla patria sua. Ma l'amore di
quella generosa nazione per noi sopravvisse. Soltanto non sappiamo quanto la
nostra guerra fortunata dell'anno scorso, le sia stata funesta. Essa ha qui due
rappresentanti degni, Tuköry e Türr,
oltre a due gregari; quel selvaggio che vidi a bordo e il sergente Goldberg della mia compagnia, soldato vecchio, taciturno,
ombroso, ma cuore ardito e saldo. Lo vedemmo a Calatafimi!
* * *
Ho saputo di Tuköry che fu aiutante del generale Bem,
che è un vero ingegno militare e che ha menato vita d'esule a Costantinopoli,
dal quarantanove in qua, onoranda come quella di tutti i nostri fuorusciti del
ventuno, primavera sacra d'Italia.
* * *
Tra poco saremo alla
pioggia. «Fortunato chi potrà avere un cantuccio laggiù, nel Ministero della
guerra!», disse Giusti, un astigiano sempre gaio
d'umore, come gli corresse pel sangue il vino de'
suoi colli. Il Ministero della guerra poi, è una carrozza mezzo sconquassata,
che ci viene dietro menando I'Intendenza, le carte e
il tesoro militare, a quel che intesi un trentamila franchi. Ma in quella
carrozza ve n'hanno due dei tesori; il cuore di Acerbi e l'intelletto di
Ippolito Nievo. Nievo è un poeta veneto, che a ventott'anni
ha scritto romanzi, ballate, tragedie. Sarà il poeta soldato della nostra
impresa. Lo vidi rannicchiato in fondo alla carrozza, profilo tagliente, occhio
soave, gli sfolgora l'ingegno in fronte: di persona dev'essere
prestante. Un bel soldato.
* * *
E là cinque grandi botti
di vino, e sigari a ceste, e un monte di ferraioli, mandati da non so che
Municipio, per coprirci e scaldarci. Carità!
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