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Giuseppe Cesare Abba
Da Quarto al Volturno

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    • 4. DA CALATAFIMI A PALERMO.
      • 6. 21 maggio. Parco.
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6. 21 maggio. Parco.

 

Mentre i miei panni stanno asciugando al fuoco, scrivo colla testa intronata dalla gran fatica di questa notte. La padrona di casa, buona vecchierella, che ci accolse compassionandoci con atti e voci da madre, cuoce un po' di maccheroni per noi, sfiniti dalla fame.

Ieri, sino a sera, un tempo di Dio, bello e tranquillo: ma quando ripigliammo le armi, il cielo parve corrucciarsi. Il sole era tramontato. Si partì. - Almeno questa volta si andrà davvero a Palermo! - No, si va a San Giuseppe. - E dov'è San Giuseppe? - Qui a destra, oltre i monti parecchie miglia.

Fatti pochi passi per la strada militare, si arrivò ad una casetta solitaria, scura, mezzo ruinata, casa da ladri. ci si faceva uscir dalla strada, a misura che si arrivava, e infilavamo un sentiero angusto e sassoso. Dinanzi alla casetta, due uomini si sbracciavano a cavar pani da grossi cestoni, e ne davano tre a ciascuno di noi che passava. Era come a ricevere tre punte nel cuore. Dunque dovremo camminare i monti deserti per tre giorni? E questi pani come portarli? Inastammo le baionette, e gli infilzammo l'uno sull'altro. Lo schioppo, così equilibrato, rompeva le spalle.

In quel momento, mi toccò il dolore di vedere Delucchi da Genova seduto su d'una pietra, abbracciandosi le ginocchia, tormentato da un malore che gli toglieva le forze. «Torna indietro ai nostri carri, gli dissi, in qualche luogo ti meneranno. Che vuoi fare qui? Noi non ti si può portare: fra mezz'ora saranno passati tutti, verrà la notte e rimarrai solo». Lo aiutai a levarsi, e lento s'avviò verso la coda della colonna, guardando noi che pareva gli portassimo via il cuore. A pensare che potrebbe essere caduto in mano ai regi!.. Ma spero che avrà raggiunto i carri e che sarà in salvo.

Colla prima oscurità, cominciò la pioggia a darci nel viso i suoi goccioloni grossi e impetuosi: parevano chicchi di grandine che ci si spezzasse sulle guancie. Il vento era freddo; dinanzi a noi, la terra e l'aria furono presto come a entrare in gola a un lupo. Tuttavia il tenente Rovighi camminava a cavallo da disperato. Ma un tratto una schioppettata, scaricatasi per disgrazia a uno della mia compagnia, lo fece rotolare a terra. La toccò appena come un gatto, e si rizzò, balzando su senza dire una parola. Era illeso. Ma la sua povera bestia aveva una gamba spezzata. Passammo, lasciando Rovighi a dolersi sull'animale che strepitava nell'oscurità.

Ci avanzammo alla meglio, tastando la terra cogli schioppi, come una processione di ciechi. Il buio non poteva più crescere; il sentiero veniva mancando; camminavamo da due ore, non si era fatto un miglio: e non uno che potesse dire di non aver ruzzolato in quel macereto.

- Animo! Issa! Da bravi!

Così sentimmo susurrare, arrivando a un punto, dove un viluppo d'uomini si affaccendava con corde e stanghe. Volevano tirar su da un pantano quella colubrinaccia sciagurata che portammo da Orbetello. «O lasciatela a giacere per sempre, che tanto, se capita di scaricarla, scoppia e ci ammazza mezzi!». Così stava per gridare in un impeto di buon umore, ma la parola mi rientrò. In quel gruppo v'era il Generale, vi era Orsini, vi era Castiglia, occupati a far portare a dorso d'uomini tutta la nostra artiglieria. Udii il Generale incaricare Castiglia di provvedere al trasporto di quella roba, a qualunque maniera; poi il gruppo si diradò, e tornammo a camminare per quelle tenebre.

Volgendoci a guardare addietro, vedevamo i fuochi del campo di Renna, vivi come se ancora vi fossimo stati noi a goderli: sulla nostra sinistra, giù nella profondità, splendevano altri fuochi allineati, il campo nemico presso Pioppo: dinanzi a noi, lontano, lontano, un gran disco di luce immobile, come un occhio sovrannaturale che ci guardasse, splendeva, forse acceso a posta, per dare la direzione alla nostra marcia.

E la pioggia non cessava. Eravamo fracidi fino alla pelle: e il vento colle sue buffe portava dalla testa della colonna un nitrito, che pareva uno scherno. Verso mezzanotte si udì un colpo d'arma da fuoco, che scosse tutti sino all'ultimo della fila. «Ah! almeno sarà finitasclamò qualcuno, immaginando che la vanguardia si fosse imbattuta nei nemici. Sarebbe stata una sventura, in quel buio, così malconci. Ma va, va, tira innanzi, non si udì più nulla, si cadeva, si tornava ritti, e nessuno si lagnava. Che cosa era stato quel colpo? Trovammo un cavallo disteso morto sul margine del sentiero, e si disse che era di Bixio: il quale irato, perché coi nitriti poteva scoprirci al nemico, gli aveva scaricata nel cranio la sua pistola. Byron, sempre Byron! Lara l'avrebbe fatto anche lui.

Verso l'alba passammo vicino a quel disco di luce, che era la bocca di una fornace. Dinanzi a quella bocca, una figura alta e nera stava a guardarci. Forse era un inconscio attizzatore; ma mi piace di immaginarmi che fosse uno messo a posta, a tenerci viva quella fiamma, come la colonna di fuoco agli Ebrei del deserto.

Alla prima luce la pioggia cessò. E vedevamo Palermo innanzi, e Monreale appena lontano quanto è larga la Conca d'oro. Guardandoci tra noi avevamo facce di spettri: i panni laceri e fangosi: molti erano quasi a piedi nudi. Stanchi, sfiniti, se ci fosse capitata addosso una compagnia ci avrebbe disfatti.

Discendemmo a questo piccolo villaggio che si chiama Parco.

I Carabinieri genovesi instancabili, si sacrificano e vegliano fuori negli orti, perché noi si riposi tranquilli. Per la piazza ampia, pare un incendio o un inferno. Tutti asciugano i loro panni stando mezzo nudi. Non una finestra aperta.

Non si sa dove sia il Generale, ma Egli veglia per tutti.

 

 




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