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Mentre i miei panni
stanno asciugando al fuoco, scrivo colla testa intronata dalla gran fatica di
questa notte. La padrona di casa, buona vecchierella, che ci accolse
compassionandoci con atti e voci da madre, cuoce un po' di maccheroni per noi,
sfiniti dalla fame.
Ieri, sino a sera, un
tempo di Dio, bello e tranquillo: ma quando ripigliammo le armi, il cielo parve
corrucciarsi. Il sole era tramontato. Si partì. - Almeno questa volta si andrà
davvero a Palermo! - No, si va a San Giuseppe. - E dov'è San Giuseppe? - Qui a
destra, oltre i monti parecchie miglia.
Fatti pochi passi per la
strada militare, si arrivò ad una casetta solitaria, scura, mezzo ruinata, casa da ladri. Là ci si faceva uscir dalla strada,
a misura che si arrivava, e infilavamo un sentiero angusto e sassoso. Dinanzi
alla casetta, due uomini si sbracciavano a cavar pani da grossi cestoni, e ne davano tre a ciascuno di noi che passava. Era
come a ricevere tre punte nel cuore. Dunque dovremo camminare i monti deserti
per tre giorni? E questi pani come portarli? Inastammo le baionette, e gli
infilzammo l'uno sull'altro. Lo schioppo, così equilibrato, rompeva le spalle.
In quel momento, mi toccò
il dolore di vedere Delucchi da Genova seduto su
d'una pietra, abbracciandosi le ginocchia, tormentato da un malore che gli
toglieva le forze. «Torna indietro ai nostri carri, gli dissi, in qualche luogo
ti meneranno. Che vuoi fare qui? Noi non ti si può portare: fra mezz'ora
saranno passati tutti, verrà la notte e rimarrai solo». Lo aiutai a levarsi, e
lento s'avviò verso la coda della colonna, guardando noi che pareva gli
portassimo via il cuore. A pensare che potrebbe essere caduto in mano ai
regi!.. Ma spero che avrà raggiunto i carri e che sarà in salvo.
Colla prima oscurità,
cominciò la pioggia a darci nel viso i suoi goccioloni
grossi e impetuosi: parevano chicchi di grandine che ci si spezzasse sulle guancie. Il vento era freddo; dinanzi a noi, la terra e
l'aria furono presto come a entrare in gola a un lupo. Tuttavia il tenente Rovighi camminava a cavallo da disperato. Ma un tratto una
schioppettata, scaricatasi per disgrazia a uno della mia compagnia, lo fece
rotolare a terra. La toccò appena come un gatto, e si rizzò, balzando su senza
dire una parola. Era illeso. Ma la sua povera bestia aveva una gamba spezzata.
Passammo, lasciando Rovighi a dolersi sull'animale
che strepitava nell'oscurità.
Ci avanzammo alla meglio,
tastando la terra cogli schioppi, come una processione di ciechi. Il buio non
poteva più crescere; il sentiero veniva mancando; camminavamo da due ore, non
si era fatto un miglio: e non uno che potesse dire di non aver ruzzolato in
quel macereto.
- Animo! Issa! Da bravi!
Così sentimmo susurrare, arrivando a un punto, dove un viluppo d'uomini
si affaccendava con corde e stanghe. Volevano tirar su da un pantano quella
colubrinaccia sciagurata che portammo da Orbetello.
«O lasciatela a giacere lì per sempre, che tanto, se capita di scaricarla,
scoppia e ci ammazza mezzi!». Così stava per gridare in un impeto di buon
umore, ma la parola mi rientrò. In quel gruppo v'era il Generale, vi era Orsini, vi era Castiglia,
occupati a far portare a dorso d'uomini tutta la nostra artiglieria. Udii il Generale
incaricare Castiglia di provvedere al trasporto di
quella roba, a qualunque maniera; poi il gruppo si diradò, e tornammo a
camminare per quelle tenebre.
Volgendoci a guardare
addietro, vedevamo i fuochi del campo di Renna, vivi come se ancora vi fossimo
stati noi a goderli: sulla nostra sinistra, giù nella profondità, splendevano
altri fuochi allineati, il campo nemico presso Pioppo: dinanzi a noi, lontano,
lontano, un gran disco di luce immobile, come un occhio sovrannaturale che ci
guardasse, splendeva, forse acceso a posta, per dare la direzione alla nostra
marcia.
E la pioggia non cessava.
Eravamo fracidi fino alla pelle: e il vento colle sue buffe portava dalla testa
della colonna un nitrito, che pareva uno scherno. Verso mezzanotte si udì un
colpo d'arma da fuoco, che scosse tutti sino all'ultimo della fila. «Ah! almeno
sarà finita!» sclamò qualcuno, immaginando che la
vanguardia si fosse imbattuta nei nemici. Sarebbe stata una sventura, in quel
buio, così malconci. Ma va, va, tira innanzi, non si udì più nulla, si cadeva,
si tornava ritti, e nessuno si lagnava. Che cosa era stato quel colpo? Trovammo
un cavallo disteso morto sul margine del sentiero, e si disse che era di Bixio:
il quale irato, perché coi nitriti poteva scoprirci al nemico, gli aveva
scaricata nel cranio la sua pistola. Byron, sempre Byron! Lara l'avrebbe fatto anche lui.
Verso l'alba passammo
vicino a quel disco di luce, che era la bocca di una fornace. Dinanzi a quella
bocca, una figura alta e nera stava a guardarci. Forse era un inconscio attizzatore; ma mi piace di immaginarmi che fosse uno messo
a posta, a tenerci viva quella fiamma, come la colonna di fuoco agli Ebrei del
deserto.
Alla prima luce la
pioggia cessò. E vedevamo Palermo lì innanzi, e Monreale appena lontano quanto
è larga la Conca d'oro. Guardandoci tra noi avevamo facce di spettri: i panni
laceri e fangosi: molti erano quasi a piedi nudi. Stanchi, sfiniti, se ci fosse
capitata addosso una compagnia ci avrebbe disfatti.
Discendemmo a questo
piccolo villaggio che si chiama Parco.
I Carabinieri genovesi
instancabili, si sacrificano e vegliano fuori negli orti, perché noi si riposi
tranquilli. Per la piazza ampia, pare un incendio o un inferno. Tutti asciugano
i loro panni stando mezzo nudi. Non una finestra aperta.
Non si sa dove sia il
Generale, ma Egli veglia per tutti.
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