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Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica; Congregazione per i Vescovi
Mutuae relationes

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  • Parte seconda DIRETTIVE E NORME
    • Capitolo VI IMPEGNI E RESPONSABILITA' NEL CAMPO OPERATIVO
      • Esigenze della missione pastorale
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Esigenze della missione pastorale

36. Il concilio afferma che i religiosi e le religiose "appartengono anch'essi sotto un particolare aspetto alla famiglia diocesana, recano un grande aiuto alla sacra gerarchia, e, nelle accresciute necessità dell'apostolato, possono e debbono recarne ogni giorno sempre più" (CD 34).

Nei territori, dove sono vigenti più riti, i religiosi, svolgendo attività rivolte ai fedeli di rito diverso dal loro, si atterranno a quelle norme, che sono state previste nei rapporti da avere con vescovi di altro rito (cf. ES 1, 23).

E' urgente la necessità che vengano applicati di fatto tali criteri, non solo in fase conclusiva, ma anche nel determinare ed elaborare il programma di azione, fermo restando, tuttavia, il ruolo nel decidere proprio del vescovo.

I religiosi presbiteri, a motivo della stessa unità del presbiterio( cf. LG 28; CD 28, 11) e in quanto partecipano alla cura delle anime, "sono da considerarsi di appartenere, per un certo reale aspetto, al clero della diocesi" (CD 34); essi possono, perciò, e debbono servire a meglio unire reciprocamente e coordinare in campo operativo i religiosi e le religiose con il clero e i vescovi locali.

37. Si cerchi di suscitare tra il clero diocesano e le comunità dei religiosi rinnovati vincoli di fraternità e di collaborazione (cf. CD 35, 5). Si dia perciò grande importanza a tutti quei mezzi, anche se semplici propriamente formali, che giovino ad accrescere la mutua fiducia, la solidarietà apostolica e la "fraterna concordia" (cf. ES I, 28). Ciò servirà davvero non solo a irrobustire una genuina coscienza della chiesa particolare, bensì anche a stimolare ognuno a rendere e a chiedere servizi con animo lieto, ad alimentare il desiderio di cooperare, nonché ad amare la comunità umana ed ecclesiale, nella cui vita si trova inserito, quasi come patria della propria vocazione.

38. I superiori maggiori s'impegneranno con grande sollecitudine per conoscere non solo le doti e le possibilità dei loro confratelli, ma anche le necessità apostoliche delle diocesi, nelle quali il proprio istituto è chiamato ad operare. E' auspicabile, pertanto, che si realizzi un dialogo concreto e globale tra il vescovo e i superiori dei vari istituti presenti nella diocesi, così che, soprattutto in considerazione anche di certe precarie situazioni e della persistente crisi di vocazioni, il personale religioso possa essere distribuito in modo più equo e più proficuo.

39. Campo privilegiato di collaborazione tra i vescovi e i religiosi deve essere considerato l'impegno pastorale per seguire le vocazioni (cf. PO 11; PC 24; OT 2). Tale impegno pastorale consiste in un'azione concorde della comunità cristiana per tutte le vocazioni, così che la chiesa venga edificata secondo la pienezza di Cristo e secondo la varietà dei carismi del suo Spirito.

In fatto di vocazione questo al di sopra di ogni altra cosa deve essere ben considerato, che cioè lo Spirito santo, il quale "spira dove vuole" Gv 3,8), chiama i fedeli ai diversi uffici e ai diversi stati per il maggior bene della chiesa. A tale azione divina è chiaro che nessun ostacolo dev'essere posto; ma, al contrario, si deve provvedere che ognuno risponda con la massima libertà alla propria vocazione. La storia stessa, del resto, può abbondantemente testimoniare che le diversità delle vocazioni, e soprattutto la coesistenza e la collaborazione dell'uno e dell'altro clero, diocesano e religioso, non vanno a detrimento delle diocesi, anzi piuttosto le arricchiscono di nuovi tesori spirituali e ne accrescono notevolmente la vitalità apostolica.

Pertanto sarà opportuno che le molteplici iniziative siano sapientemente coordinate sotto la guida dei vescovi: cioè secondo i compiti che spettano ai parenti e agli educatori, ai religiosi e alle religiose, ai presbiteri e a tutti gli altri, che operano nel campo pastorale. Perciò quest'impegno dovrà essere assolto in comune e concordemente e con piena dedizione di ognuno; e il vescovo stesso guidi gli sforzi di tutti nella loro convergenza verso il medesimo intento, sempre memore che tali sforzi sono in radice originati dall'impulso dello Spirito. In considerazione di ciò, quindi, urge anche la necessità di promuovere con frequenza iniziative di preghiera.

40. Nel rinnovamento della prassi pastorale e dell'aggiornamento delle opere di apostolato sono da prendersi in seria considerazione i profondi rivolgimenti prodottisi nel mondo contemporaneo (cf. GS 43,44); per cui è necessario talora affrontare delle situazioni non poco difficili, soprattutto "per ovviare ai bisogni delle anime e alla penuria del clero" (ES I, 36).

I vescovi, in dialogo con i superiori religiosi e con tutti coloro che operano nel campo pastorale della diocesi, cerchino di discernere che cosa esige lo Spirito e studino i modi di apprestare nuove presenze apostoliche, così da poter affrontare le difficoltà germogliate nell'ambito stesso della diocesi. La ricerca, però, di un rinnovamento della presenza apostolica non deve minimamente indurre a non tenere in debito conto la validità ancora attuale di altre forme di apostolato, che sono proprie della tradizione, come quella della scuola (cf. S. Congr. per l'ed. cat., La scuola cattolica, 19.3.1977: OR 6.7.1977; EV V, 2239-2333), delle missioni, dell'operosa presenza negli ospedali, dei servizi sociali ecc.; tutte queste forme di tradizione, per altro, è necessario che senza ulteriori indugi e secondo le norme orientative del concilio e le necessità dei tempi vengano diligentemente e opportunamente aggiornate.

41. Le innovazioni apostoliche, a cui successivamente si dia inizio, siano progettate con attento studio. E' dovere dei vescovi da una parte, "non di estinguere lo Spirito, ma di sottoporre ogni cosa ad esame e ritenere ciò che è buono" (cf. 1 Tess 5, 12 e 19-21; LG 12), "in modo però che lo zelo spontaneo di coloro che hanno parte nell'opera sia salvaguardato e incoraggiato" (AG 30); da parte loro i superiori religiosi cooperino vitalmente e in dialogo con i vescovi nel ricercare soluzioni, nel disporre le programmazioni sulle scelte operate, nell'avviare esperienze, anche del tutto nuove, sempre tuttavia agendo sia in ragione delle più urgenti necessità della chiesa sia in conformità alle norme e agli orientamenti del magistero e secondo l'indole del proprio istituto.

42. Non si trascuri mai l'impegno del reciproco scambio di aiuti tra i vescovi e i superiori nel valutare obiettivamente e nel giudicare con equità le nuove esperienze già iniziate, al fine di evitare non solo evasioni e frustrazioni, ma anche i pericoli di crisi e deviazioni. Di queste iniziative, quindi, si faccia in determinati periodi la revisione; e se il tentativo non ha raggiunto un buon esito( cf. EN 58), si usi umiltà, ma insieme anche la necessaria fermezza, per correggere o sospendere od orientare più adeguatamente l'esperimento esaminato.

43. Sarà non poco a danno dei fedeli il fatto che troppo a lungo si usi tolleranza di fronte a certe iniziative aberranti o riguardo all'ambiguità di alcuni fatti compiuti. Pertanto i vescovi e i superiori, nutrendo sentimenti di reciproca fiducia e secondo l'adempimento dei compiti a ciascuno spettanti e l'esercizio della responsabilità di ognuno, provvederanno con ogni sollecitudine, affinché con manifesta decisione e chiare disposizioni, sempre nella carità, ma anche con la dovuta fermezza, siano prevenuti e corretti siffatti errori.

Soprattutto nel campo liturgico urge la necessità di porre rimedio a non pochi abusi, introdotti sotto opposta insegna. I vescovi, in quanto autentici liturghi della chiesa locale (cf. SC 22,41; LG 26; CD 15: cf. nn. 5-9), e i superiori religiosi, per quanto concerne i loro confratelli, siano vigilanti, affinché si faccia un adeguato rinnovamento del culto, e intervengano tempestivamente per correggere o rimuovere qualunque deviazione e abuso in questo settore tanto significativo e centrale (cf. SC 10). I religiosi, poi, ricordino anch'essi che è loro dovere attenersi alle leggi e alle direttive della santa sede, nonché ai decreti del vescovo locale circa l'esercizio del pubblico culto (cf. ES I, 26, 37, 38).




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