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Anton Giulio Barrili
Il tesoro di Golconda

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Il sole era tramontato dietro le lontane creste di Sattara e le ombre della notte cadevano d'improvviso sul lago d'Hussein. Per altro, anche di notte, la strada della Residenza era sicura, assai più sicura di tante altre, nelle città principali di Europa. Lungo i parapetti dell'argine, si vedevano qua e , come profili confusamente abbozzati nel fosco dell'aria, i soldati della Residenza, posti in sentinella, per invigilare il tragitto del forestiero.

All'apparire del palanchino sulla spianata del palazzo, sir Giorgio, vestito di nero con la cravatta bianca, tanto per far vedere che non era punto imbarbarito, come gli era piaciuto di scrivere, discese la scalinata della verandah, per farsi incontro al suo ospite. Lo spagnuolo gli era stato raccomandato dal governatore di Bombay come un viaggiatore di qualità, a cui bisognava agevolare il passo attraverso gli stati del Nizam, dov'egli si recava per istruzione e diporto. Ora si capisce che sir Giorgio, davanti alla lettera di passo per Haiderabad mettesse un invito a pranzo; cosa del resto naturalissima in un paese dove i personaggi d'importanza non capitano mica a diecine, e dove l'arrivo d'un viaggiatore europeo è una fortuna, una benedizione del cielo. Si barattano quattro ciarle, si rifà la mano alle usanze civili della patria lontana, si discorre di politica e d'arte; infine, si ripiglia un pochino di familiarità con l'Europa. L'ospite è un amico, un messaggero, un libro, una rassegna, un giornale parlato, che vi la materia di molti stampati, e vi costa meno e vi diverte di più.

Sir Giorgio Lawson era uno di que' tipi inglesi, che ci vuol poco a dipingerli, perché constano di poche linee e di pochissime tinte. Aveva i capegli quasi bianchi e li portava tagliati a spazzola; stretta la fronte e sporgente su d'un naso aquilino e lungo, che dominava le due curve delle guance, curve a dir vero un po' rapide, ma interrotte a tempo da due fedine, alquanto più nere dei capegli, che aiutavano a dissimulare l'ampiezza cartilaginosa delle orecchie; gli occhi limpidi e pieni di vita; la bocca rigida, asciutta, ma ornata di bei denti, che non avrebbero sfigurato, per la bianchezza dell'avorio, davanti a quelli di un giovane elefante; il mento e il labbro superiore accuratamente rasi; alta la persona, e leggermente curve le spalle, ma non per difetto naturale, sibbene per un certo vezzo diplomatico di tenere il collo affondato nella cravatta. Già si sa, un diplomatico deve sempre aver l'aria di nascondere qualche cosa. Nel complesso appariva un uomo scarno, ma solidamente costrutto. Poteva aver cinquant'anni; i capegli bianchi e quel po' d'incurvatura delle spalle gliene facevano dare sessanta; le fedine scure, gli occhi azzurri e limpidi e il sorriso che metteva in mostra una dentiera invidiabile, gli meritavamo di essere ricondotto ai cinquanta.

Il degno gentiluomo si avanzò cortesemente verso il palanchino, come per aiutare il duca di Marana a discendere. Ma questi non gli diè tempo di scomodarsi fino a tal segno, e scivolò destramente dal cuscino, meglio che non avesse fatto la bella biondina in quel medesimo giorno, obbligata com'era a ravviarsi i lembi della veste. La gentilezza di sir Giorgio si restrinse adunque, e si espresse con maggior forza, nel saluto britannico dello shake hand, atto di umanità che qualche volta vi fa così male, perché vi sloga un braccio, o ve ne irrigidisce le articolazioni. La qual cosa fa ricordare il colpo dei giuocolieri egiziani, che ancora ai nostri tempi rinnovano un antico miracolo, quello di mutare i serpenti in verghe, poiché li afferrano per la coda, li scagliano a tutta forza fin dove può andarne la testa, e sorridenti vi offrono quella loro mazza improvvisata, che voi certamente non vi fidate di agguantare dal pomo.

- Perdonate, signor Duca… - incominciò a dire sir Giorgio, adoperando la lingua francese, come la più comune e la più facile ad intendersi.

Ma il duca di Marana lo interruppe alle prime parole.

- Parliamo inglese, milord, ve ne prego. L'inglese è la lingua dei viaggiatori. Siete gli alfieri della civiltà e avete il diritto di chiedere che vi si parli nel vostro idioma nazionale.

- Io vi ringrazio; - rispose sir Giorgio, dopo avergli mostrato in un sorriso amabilissimo i suoi trentadue magnifici denti.

E gli regalò frattanto una seconda strappata, che avrebbe dato da pensare seriamente ad ogni gentiluomo troppo amico dei complimenti. Infatti, guai a fargliene tre o quattro di seguito; c'era il pericolo di rimetterci un braccio.

- Non ero più in uffizio e non potevo certamente aspettarmi l'onore di una vostra visita; - riprese a dire sir Giorgio, parlando liberamente la sua lingua. - Il degno signor Blackburne mi aveva bensì annunziato il vostro arrivo, ma senza farmelo sperare così sollecito. Avrete domattina, a quell'ora che vi piacerà, il foglio d'introduzione presso il divano di Haiderabad; noi vedremo intanto di farvi sopportare con pazienza questo piccolo contrattempo.

- Milord, che dite voi mai? Nessun contrattempo sarà mai stato per un povero viaggiatore più piacevole di questo. -

Così dicendo, il duca di Marana prese arditamente la mano di sir Giorgio e la strinse egli tra le sue. Era quello il buon metodo.

- Ho piacere che la intendiate così; - disse allora sir Giorgio. - Noi dunque compiremo l'opera senza tanti discorsi. Voi non potete rimanere questa notte al dak bungalow; non è luogo per voi, signor duca. Se permettete, il mio segretario andrà a far ritirare le vostre valigie. Non mi dite di no; in queste solitudini l'uomo si guasta, diventa autoritario, prepotente, e non patisce contraddizioni; abbiate dunque pazienza fino all'ultimo.

- Milord, voi possedete il segreto di farvi amare ed obbedire da chiunque vi vede per la prima volta, ed anche da chi riceve due righe di vostro pugno. Questo si direbbe un saggio di magnetismo a distanza. Io ho obbedito alla vostra lettera; obbedirò doppiamente alla vostra parola. Mi duole soltanto che per me…

- Oh, non cerimonie, vi supplico. Qui abbiamo dovuto smetterne una metà, per servirci anche assai poco dell'altra. Venite, signor duca; lady Lawson ci aspetta.

Questo nome di lady Lawson fece una strana impressione sull'animo del duca di Marana. Tra le cortesie ospitali del residente di Secanderabad e la veduta di quella graziosa biondina che sapete, egli non avrebbe voluto a nessun costo il ravvicinamento di una immagine matrimoniale. Ma il duca si rasserenò, entrando nel salotto. La signora Lawson era , seduta presso il suo tavolincino da lavoro, sotto la luce diffusa di una lampada Carcel, che metteva in evidenza le sue forme matronali. Bionda lo era, e bianca del pari; ma il biondo del capegli era assai più vivo di quello che egli aveva veduto e ammirato due ore prima; il bianco delle carni era più lucido, e a mezzo delle guance sottilmente venato di rosso. Né queste erano le sole differenze tra la figura che gli stava dinanzi e quell'altra. La signora Lawson poteva dirsi ancora una bella donna, nel senso più largo della parola; ma i contorni della persona non avevano più quell'aria di eleganza, che deriva da un certo grado di snellezza. A farvela breve, la compagna di sir Giorgio non era più una ninfa, e, poiché siamo nella patria di Brama, diciamo che avrebbe sostenuta con miglior esito la parte d'idolo indiano.

La padrona di casa, a cui fu presentato il nostro viaggiatore, si chiamava lady Evelina. Il nome vi parrà che contrasti un pochettino col fisico; ma che ci posso far io, se l'idolo indiano portava il nome gentile, sottilino, affusolato di Evelina? Quante Aurore non si trovano sulla faccia del globo, che son nere come la notte? quante Malvine, che pesano cento chilogrammi? quante Margherite, che giuocano a tombola e si scaldano colla cassetta da piedi? Ma lasciamo queste piccolezze, e passiamo a sbrigarci di un'altra. Quello di lady è un titolo che tocca alla signora Lawson, quantunque non sia moglie di conte, e neanche di baronetto. Suo marito appartiene alla gentry, quella classe tutta britannica, in cui i secondogeniti e i terzogeniti dei grandi signori, di coloro che siedono alla Camera alta, si trovano mescolati con tutti i figli del popolo, innalzati dal lavoro, dalla educazione, dalla ricchezza, a meritare il nome di gentlemen, in attesa che riescano a meritarsene un altro, che non cancella questo, ma gli fa compagnia. Del resto, un altro titolo il nostro residente lo ha; è esquire, cioè un quissimile di cavaliere; l'ufficio diplomatico che esercita gli ha fruttato di poter mettere il Sir in luogo del Mister. Diciamo dunque Lady Evelina, scambio di Mistress Evelina, e su queste miserie non ci si torni più.

Il duca di Marana osservò con piacere come la moglie del suo ospite fosse tutt'altra da quella che egli per un momento aveva temuto. Temuto! Sì, proprio temuto, mantengo la parola, quantunque non sia da attribuirle il significato d'una paura molto profonda. Che cosa ci trovereste di strano se la vista di una bella creatura gli avesse fatto senso laggiù, in una mezza solitudine indiana, più che non ne faccia di solito una vista consimile in una città europea, dove le bionde e le brune, secondo i gusti, s'incontrano a centinaia?

Del resto, lettori umanissimi, mettetevi una mano sul cuore e degnatevi di riconoscere la verità. Anche senza uscire da una città europea, e stando in mezzo al semenzaio delle belle, tutti vi siete un po' scossi, vedendone una che fosse nulla nulla più appariscente delle altre; tutti ci avete pensato e ripensato più volte in un giorno; tutti avete edificato qualche castello in aria, dandogli sesto e popolandolo a vostro modo, con quel concetto egoistico di possesso esclusivo ed assoluto, che si annida nell'animo di ogni fedel cristiano. Ora portate questi pensieri tra il 76° e il 77° grado di longitudine dal meridiano di Parigi; fateli covare dalla solitudine, scaldare dal sole dei tropici e più ancora dagli occhi di una bella europea, capitata per come una visione, e poi… e poi scagliate la prima pietra, se vi l'animo, al signor duca di Marana.

Il quale, dopo tutto, non ne aveva mica presa una cotta. Gli era piaciuta la giovine signora del palanchino, la bionda e bianca figliuola d'Albione, che faceva contrasto così vivo e gradevole con le facce di cioccolata di quelle regioni predilette del sole; l'avrebbe riveduta molto volentieri, e non avrebbe detto di no a chi gli avesse lasciato intravvedere un miccino di flirtation, di innocente galanteria; ma certo non era andato più oltre, non pensava affatto a incominciare un romanzo, come potreste argomentare voi altri, che vedete i cominciamenti del mio.

Per intanto, con tutto il piacere che avrebbe provato a rivederla, non fu punto addolorato di non ritrovarla; che anzi, egli si sentì molto più libero e franco presso lady Evelina, donna a cui bisognava render giustizia, come in generale bisogna renderla alle donne inglesi, donne così piene di misura e di senno, e nel governo della casa insuperabili.

Confessiamolo liberamente; è proprio nella donna inglese che si manifesta la nobiltà di quella schiatta colonizzatrice, la quale porta le sue costumanze domestiche, il suo at home, dovunque ha spinti i segni della sua operosità insaziabile. E ciò aiuta a farla rispettare, e a farle aver pazienza per ciò che riguarda l'amore dei popoli; cosa che potrà venire più tardi e di cui, alla stretta dei conti, si può anche far senza. Ora, il miracolo di questa rispettabilità oltre i confini della patria è tutto della donna e della sua partecipazione agli ardimenti del marito. Operoso, audace, temerario, egli si avanza da per tutto, dall'equatore ai poli; ma cento inglesi sommati insieme non sono più di cento inglesi, come cento francesi non sono più di cento francesi. Tuttavia, mentre cento francesi, anche ammogliati, quando vadano a vivere lontani dalla terra natale, si sparpagliano facilmente e si mescolano volentieri col popolo a cui hanno chiesto ospitalità, cento inglesi, nelle medesime condizioni domestiche, non si fondono, non si confondono; fanno manipolo, diventano colonia, e valgono per diecimila. Una gentile compagna, che è donna in giusta misura e delle altre donne non ha tutte le debolezze, né tutte le pretensioni, una casa che contiene ogni cosa necessaria alla vita ed anche ogni cosa superflua, il fumante alla sua ora e le inevitabili sandwiches, i bambini snelli che ruzzano in giardino con le gambe nude e pavonazze dal freddo nel cuor dell'inverno, son cose che si vedono, per opera d'una coppia inglese, in ogni parte e sotto ogni latitudine meno ospitale del globo. L'Inghilterra militante estende così la fitta rete de' suoi avamposti. Rule, Britannia! E di ciò va gran merito alla donna inglese. Non già che le altre, generalmente parlando, non sappieno aver casa e governarla a dovere; ma il fatto è questo, che essa ci mette una devozione più costante, una solennità più continua. Dove, per esempio, la donna francese regna, la donna inglese pontifica.

Queste cose, che vanno intese sui generali, essendoci donne di tal fatta in tutti i paesi d'Europa, andava pensando il duca di Marena nel salotto di lady Evelina. Al nostro spagnuolo certi dispiaceri di gioventù, ma più ancora le consuetudini della sua vita randagia, avevano tolti i dirizzoni del capo. Il viaggiatore incomincia dall'ufficio di giudico e passa insensibilmente alla dignità di filosofo. Gl'indiani direbbero che egli ha raggiunto il nirvana, il colmo della felicità nella muta contemplazione dell'essere.

Soggiungo, perché non l'abbiate in conto d'uomo grave, che il duca di Marana era un giudice poco severo e un filosofo sui generis, che girava naturalmente al poeta. Si accendeva per le belle cose con la facilità di uno zolfanello. Credo che con eguale facilità si spegnesse, ma senza volerne convenire. In gioventù, come sanno i lettori che lo hanno veduto tra i personaggi di un'altra storia, aveva amato e sofferto; donde gli era venuto un sacro orrore por certi vincoli e morbidezze del cuore. Ma perché queste sono le conseguenze inevitabili della vita ristretta in un dato luogo, egli aver presa saviamente la risoluzione di non fermarsi a lungo in nessuno. Il che non gl'impediva di render giustizia, d'intenerirsi, di fare omaggio alla bellezza; e appunto or ora lo abbiamo veduto alla prova.

Una figura che gli piacque poco, sebbene tanto carina, fu quella di un giovane, quasi di un adolescente, che era nel salotto, e che sir Giorgio gli presentò come il signor Lionello Edgeworth, figlio di una sua sorella, e addetto come lui alla amministrazione delle Indie. I cugini, si sa, piacciono sempre poco agli stranieri, forse per contrapposto alla simpatia che ispirano qualche volta alle cugine.

Ma lei, la cugina, dov'era? Ed era poi certo che ci fosse? La bionda del palanchino non poteva essere una visitatrice, un'amica di lady Evelina? A Secanderabad, dove c'era una residenza britannica, col debito rinforzo di ufficiali militari e civili, poteva trovarsi benissimo un certo numero d'inglesine, mogli o figliuole di maggiori, di medici, di provveditori, di giudici, e chi più n'ha ne metta.

Pure, il duca di Marana non disperò. Una voce interna gli diceva che la bionda del palanchino apparteneva alla residenza e doveva apparire da un momento all'altro sul limitare del salotto, ove si stava aspettando l'ora del pranzo; un pranzo in ritardo, com'era naturale che fosse, in un paese tropicale, e privo per giunta di quei divertimenti che occupano da noi le lunghe ore serali.

Dopo qualche minuto di conversazione, sir Giorgio domandò a sua moglie:

- E Maud?

- Voi lo sapete, amico mio, - rispose lady Evelina, a quest'ora Maud passa in rassegna la sua piccola corte. Ma ecco miss Elena che ne saprà qualche cosa. Miss Elena, vi prego, - soggiunse lady Evelina, parlando ad una persona giunta allora nel salotto, nella quale il duca di Marana riconobbe la meno appariscente tra le due signore del palanchino, - chiamate miss Maud; suo padre desidera di vederla.-

Miss Elena si ritirò, facendo un inchino; intanto il duca di Marana ripeteva mentalmente il nome di Maud.

Quel nome gli era suonato dolcemente all'orecchio. Era un monosillabo; ma, contro il consueto dei monosillabi, aveva un non so che di soave e di lento. Bontà del dittongo, diranno i lettori. Ma, pensate, signori che quel dittongo, anche un tal po' strascicato, come portava l'uso, si riduceva ad una sola vocale, e proprio quella per cui meglio si arrotonda la bocca. Aggiungete che la prima lettera di quel grazioso monosillabo vuole un leggiero sbattimento di labbra, e che l'ultima non richiede altra fatica fuor che di stringere i denti e di premervi mollemente colla lingua. Dove trovare, in più breve spazio, un più dolce raccozzamento di suoni?

La graziosa portatrice di quel nome apparve finalmente sull'uscio, accompagnata da miss Elena, che non aveva durato fatica a trovarla. Miss Maud, secondo la frase di lady Evelina, passava in rassegna la sua corte; a dirvela in termini più volgari, era andata a visitare la sua uccelliera e il suo pollaio, per sincerarsi co' suoi occhi se i bengalini dormissero tranquilli sui loro bastoncelli, se le galline cinesi, i fagiani di Siam e gli uccelli del paradiso non mancassero di becchime, e specialmente d'acqua, per la mattina vegnente; infine, se i graticolati delle gabbie fossero sicuri da ogni invasione notturna. La precauzione non era soverchia laggiù, dove i giardini non sono sempre così ermeticamente chiusi, né le aiuole così aperte alla vista, che non possa strisciarvi e appiattarvisi una bestia malefica, ingannando la vigilanza degli schiavi più accorti.

Miss Maud, che bisognerà sbozzarvi, bene o male, con quattro colpi alla lesta, era vestita di mussolina bianca; stoffa e colore che conferiscono grandemente alla idealità delle figure, voglio dire a quell'effetto per cui esse si accostano meglio ad un tipo superiore, non materiale affatto e non affatto spirituale, che tutti, anche involontariamente, ci siamo foggiato dentro di noi, un po' per consuetudine d'astrazioni filosofiche, un po' per lunga tradizione di abbellimenti artistici. Ad accrescere quella idealità concorrevano certi svolazzi, ond'erano ornati, quasi fitti, i lembi della veste, e una gorgiera sottilmente pieghettata, sminuzzata, morbida, leggerissima, che faceva pensare ai colombi, od ai cigni, quando arruffano per vezzo le piume intorno al collo. Le grazie del volto avevano alcun che di acerbo, che non mancava di attrattive, ma che un giudice severo avrebbe forse gabellato per durezza di contorni. Già, s'indovina, miss Maud ritraeva molto dal padre. Di sir Giorgio aveva gli occhi azzurri e l'ovale del volto un pochettino allungato; di sir Giorgio i denti bianchissimi e tutti in mostra ad ogni sorriso; certamente più piccoli, ma sempre di quella forma salda e di quell'impianto diritto, che dinotano la fermezza tradizionale della razza. In fondo, e per non stare a ingentilire in forma femminea tutte le qualità e i difetti del residente britannico di Secanderabad, dirò che miss Maud somigliava al padre, come una bella e fresca ragazza può somigliare ad un uomo attempato, e non modellato sul tipo dell'Antinoo. Era alta quasi come lui, ma la curva paterna diventava in lei flessuosità di salice. Aveva di suo certi atteggiamenti di testa, certe mosse repentine, che davano alla sua figura un carattere spiccato d'ingenua risolutezza.

Idealità, non voluttà; questo era il sentimento che destava nell'animo la vista di miss Maud. I più volgari osservatori potevano in quella vece fermarsi a notare la sana freschezza del viso e una certa sprezzatura di contorni, che dava alla sua persona l'aspetto un po' rigido ma franco delle figure tirate giù alla brava, senza tante ricercatezze di curve e di sottosquadri. Nessuno ci avrebbe trovate quelle morbidezze che nella fanciulla fanno presentire la donna, la sirena, l'incantatrice, e tutto quel peggio, o meglio che vorrete voi. Offriva l'immagine di una graziosa compagna, che all'uopo sarebbe potuta diventare anche forte. Ma chi ci pensa, alla compagna graziosa e forte, quando si vede per la prima volta una donna? Una schiava, magari; una regina, ecco il punto.

Alle corte, capirete che miss Maud non doveva essere una bellezza pericolosa. Il duca di Marana, a cui ella aveva fatto un certo senso, veduta al fianco della sua damigella di compagnia (una donna mal riuscita, come se ne incontrano tante) e dopo una quindicina di giorni passati in mezzo a troppe facce di bronzo, ora che la considerava più da vicino e con animo preparato, doveva trovarci ad uno ad uno i difetti. E questo, non senza piacere, intendiamoci. Si ammira la perfezione, o ciò che sembra accostarvisi; ma si è contenti, dopo tutto, di non averla troppo vicina, a confonderci lo spirito, a farci perdere quella padronanza di noi medesimi, che è certamente il più prezioso dei beni, usciti un giorno, insieme con tanti mali, dal vaso di madonna Pandora.

Se non temessi di farvi arricciare il naso con certi paragoni, direi che le bellezze perfette, o giù di li, fanno l'effetto dei pranzi solenni. L'abito nero e la cravatta bianca, le presentazioni cerimoniose, le frasi che vanno foggiate in quel modo e mai in quell'altro, tutto incomincia a mettervi i brividi. Poi c'è da offrire il braccio ad una padrona di casa, che ha uno strascico lungo un miglio; poi c'è da prender posto come vuole un servitore, e pregar Dio che vi faccia sedere a tempo, cioè non prima che egli abbia fatta scivolare destramente la sedia fino al punto necessario; quindi bisogna badare al modo in cui si mangia e al tempo che ci si spende, che non sia troppo, né troppo poco; indi a pesare e a misurare i proprii discorsi, che non escano di riga, e non vi facciano parere un imprudente, o un noioso; il resto si omette per amore di brevità. In quella vece, la tavola d'un amico, senza cerimonia, ma con quel piatto di buon viso che sapete, con quelle due ciarle alla bella libera, col permesso magari di batter la lingua contro il palato, quando il vino è buono, e di tornare a riempir la scodella quando la minestra piace, dite, lettori, non vi sembra la mano di Dio?

Prevedo la risposta, specie se siete ancora a digiuno.

 




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