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Il sole era tramontato dietro le
lontane creste di Sattara e le ombre della notte cadevano d'improvviso sul lago
d'Hussein. Per altro, anche di notte, la strada della Residenza era sicura,
assai più sicura di tante altre, nelle città principali di Europa. Lungo i
parapetti dell'argine, si vedevano qua e là, come profili confusamente
abbozzati nel fosco dell'aria, i soldati della Residenza, posti in sentinella,
per invigilare il tragitto del forestiero.
All'apparire del palanchino
sulla spianata del palazzo, sir Giorgio, vestito di nero con la cravatta
bianca, tanto per far vedere che non era punto imbarbarito, come gli era
piaciuto di scrivere, discese la scalinata della verandah, per farsi
incontro al suo ospite. Lo spagnuolo gli era stato raccomandato dal governatore
di Bombay come un viaggiatore di qualità, a cui bisognava agevolare il passo
attraverso gli stati del Nizam, dov'egli si recava per istruzione e diporto.
Ora si capisce che sir Giorgio, davanti alla lettera di passo per Haiderabad
mettesse un invito a pranzo; cosa del resto naturalissima in un paese dove i
personaggi d'importanza non capitano mica a diecine, e dove l'arrivo d'un
viaggiatore europeo è una fortuna, una benedizione del cielo. Si barattano
quattro ciarle, si rifà la mano alle usanze civili della patria lontana, si
discorre di politica e d'arte; infine, si ripiglia un pochino di familiarità
con l'Europa. L'ospite è un amico, un messaggero, un libro, una rassegna, un
giornale parlato, che vi dà la materia di molti stampati, e vi costa meno e vi
diverte di più.
Sir Giorgio Lawson era uno di que'
tipi inglesi, che ci vuol poco a dipingerli, perché constano di poche linee e
di pochissime tinte. Aveva i capegli quasi bianchi e li portava tagliati a
spazzola; stretta la fronte e sporgente su d'un naso aquilino e lungo, che
dominava le due curve delle guance, curve a dir vero un po' rapide, ma
interrotte a tempo da due fedine, alquanto più nere dei capegli, che aiutavano
a dissimulare l'ampiezza cartilaginosa delle orecchie; gli occhi limpidi e
pieni di vita; la bocca rigida, asciutta, ma ornata di bei denti, che non
avrebbero sfigurato, per la bianchezza dell'avorio, davanti a quelli di un
giovane elefante; il mento e il labbro superiore accuratamente rasi; alta la
persona, e leggermente curve le spalle, ma non per difetto naturale, sibbene
per un certo vezzo diplomatico di tenere il collo affondato nella cravatta. Già
si sa, un diplomatico deve sempre aver l'aria di nascondere qualche cosa. Nel
complesso appariva un uomo scarno, ma solidamente costrutto. Poteva aver
cinquant'anni; i capegli bianchi e quel po' d'incurvatura delle spalle gliene
facevano dare sessanta; le fedine scure, gli occhi azzurri e limpidi e il
sorriso che metteva in mostra una dentiera invidiabile, gli meritavamo di
essere ricondotto ai cinquanta.
Il degno gentiluomo si avanzò cortesemente
verso il palanchino, come per aiutare il duca di Marana a discendere. Ma questi
non gli diè tempo di scomodarsi fino a tal segno, e scivolò destramente dal
cuscino, meglio che non avesse fatto la bella biondina in quel medesimo giorno,
obbligata com'era a ravviarsi i lembi della veste. La gentilezza di sir Giorgio
si restrinse adunque, e si espresse con maggior forza, nel saluto britannico
dello shake hand, atto di umanità che qualche volta vi fa così male,
perché vi sloga un braccio, o ve ne irrigidisce le articolazioni. La qual cosa
fa ricordare il colpo dei giuocolieri egiziani, che ancora ai nostri tempi
rinnovano un antico miracolo, quello di mutare i serpenti in verghe, poiché li
afferrano per la coda, li scagliano a tutta forza fin dove può andarne la
testa, e sorridenti vi offrono quella loro mazza improvvisata, che voi
certamente non vi fidate di agguantare dal pomo.
- Perdonate, signor Duca… -
incominciò a dire sir Giorgio, adoperando la lingua francese, come la più
comune e la più facile ad intendersi.
Ma il duca di Marana lo
interruppe alle prime parole.
- Parliamo inglese, milord, ve
ne prego. L'inglese è la lingua dei viaggiatori. Siete gli alfieri della
civiltà e avete il diritto di chiedere che vi si parli nel vostro idioma
nazionale.
- Io vi ringrazio; - rispose sir
Giorgio, dopo avergli mostrato in un sorriso amabilissimo i suoi trentadue
magnifici denti.
E gli regalò frattanto una
seconda strappata, che avrebbe dato da pensare seriamente ad ogni gentiluomo
troppo amico dei complimenti. Infatti, guai a fargliene tre o quattro di
seguito; c'era il pericolo di rimetterci un braccio.
- Non ero più in uffizio e non
potevo certamente aspettarmi l'onore di una vostra visita; - riprese a dire sir
Giorgio, parlando liberamente la sua lingua. - Il degno signor Blackburne mi
aveva bensì annunziato il vostro arrivo, ma senza farmelo sperare così
sollecito. Avrete domattina, a quell'ora che vi piacerà, il foglio
d'introduzione presso il divano di Haiderabad; noi vedremo intanto di farvi
sopportare con pazienza questo piccolo contrattempo.
- Milord, che dite voi mai?
Nessun contrattempo sarà mai stato per un povero viaggiatore più piacevole di
questo. -
Così dicendo, il duca di Marana
prese arditamente la mano di sir Giorgio e la strinse egli tra le sue. Era
quello il buon metodo.
- Ho piacere che la intendiate
così; - disse allora sir Giorgio. - Noi dunque compiremo l'opera senza tanti
discorsi. Voi non potete rimanere questa notte al dak bungalow; non è
luogo per voi, signor duca. Se permettete, il mio segretario andrà a far
ritirare le vostre valigie. Non mi dite di no; in queste solitudini l'uomo si
guasta, diventa autoritario, prepotente, e non patisce contraddizioni; abbiate
dunque pazienza fino all'ultimo.
- Milord, voi possedete il
segreto di farvi amare ed obbedire da chiunque vi vede per la prima volta, ed
anche da chi riceve due righe di vostro pugno. Questo si direbbe un saggio di
magnetismo a distanza. Io ho obbedito alla vostra lettera; obbedirò doppiamente
alla vostra parola. Mi duole soltanto che per me…
- Oh, non cerimonie, vi
supplico. Qui abbiamo dovuto smetterne una metà, per servirci anche assai poco
dell'altra. Venite, signor duca; lady Lawson ci aspetta.
Questo nome di lady Lawson fece
una strana impressione sull'animo del duca di Marana. Tra le cortesie ospitali
del residente di Secanderabad e la veduta di quella graziosa biondina che
sapete, egli non avrebbe voluto a nessun costo il ravvicinamento di una
immagine matrimoniale. Ma il duca si rasserenò, entrando nel salotto. La
signora Lawson era là, seduta presso il suo tavolincino da lavoro, sotto la
luce diffusa di una lampada Carcel, che metteva in evidenza le sue forme
matronali. Bionda lo era, e bianca del pari; ma il biondo del capegli era assai
più vivo di quello che egli aveva veduto e ammirato due ore prima; il bianco
delle carni era più lucido, e a mezzo delle guance sottilmente venato di rosso.
Né queste erano le sole differenze tra la figura che gli stava dinanzi e
quell'altra. La signora Lawson poteva dirsi ancora una bella donna, nel senso
più largo della parola; ma i contorni della persona non avevano più quell'aria
di eleganza, che deriva da un certo grado di snellezza. A farvela breve, la
compagna di sir Giorgio non era più una ninfa, e, poiché siamo nella patria di
Brama, diciamo che avrebbe sostenuta con miglior esito la parte d'idolo
indiano.
La padrona di casa, a cui fu
presentato il nostro viaggiatore, si chiamava lady Evelina. Il nome vi parrà
che contrasti un pochettino col fisico; ma che ci posso far io, se l'idolo
indiano portava il nome gentile, sottilino, affusolato di Evelina? Quante
Aurore non si trovano sulla faccia del globo, che son nere come la notte?
quante Malvine, che pesano cento chilogrammi? quante Margherite, che giuocano a
tombola e si scaldano colla cassetta da piedi? Ma lasciamo queste piccolezze, e
passiamo a sbrigarci di un'altra. Quello di lady è un titolo che tocca
alla signora Lawson, quantunque non sia moglie di conte, e neanche di
baronetto. Suo marito appartiene alla gentry, quella classe tutta
britannica, in cui i secondogeniti e i terzogeniti dei grandi signori, di
coloro che siedono alla Camera alta, si trovano mescolati con tutti i figli del
popolo, innalzati dal lavoro, dalla educazione, dalla ricchezza, a meritare il
nome di gentlemen, in attesa che riescano a meritarsene un altro, che
non cancella questo, ma gli fa compagnia. Del resto, un altro titolo il nostro
residente lo ha; è esquire, cioè un quissimile di cavaliere; l'ufficio
diplomatico che esercita gli ha fruttato di poter mettere il Sir in
luogo del Mister. Diciamo dunque Lady Evelina, scambio di Mistress
Evelina, e su queste miserie non ci si torni più.
Il duca di Marana osservò con
piacere come la moglie del suo ospite fosse tutt'altra da quella che egli per
un momento aveva temuto. Temuto! Sì, proprio temuto, mantengo la parola,
quantunque non sia da attribuirle il significato d'una paura molto profonda.
Che cosa ci trovereste di strano se la vista di una bella creatura gli avesse
fatto senso laggiù, in una mezza solitudine indiana, più che non ne faccia di
solito una vista consimile in una città europea, dove le bionde e le brune,
secondo i gusti, s'incontrano a centinaia?
Del resto, lettori umanissimi,
mettetevi una mano sul cuore e degnatevi di riconoscere la verità. Anche senza
uscire da una città europea, e stando in mezzo al semenzaio delle belle, tutti
vi siete un po' scossi, vedendone una che fosse nulla nulla più appariscente
delle altre; tutti ci avete pensato e ripensato più volte in un giorno; tutti
avete edificato qualche castello in aria, dandogli sesto e popolandolo a vostro
modo, con quel concetto egoistico di possesso esclusivo ed assoluto, che si
annida nell'animo di ogni fedel cristiano. Ora portate questi pensieri tra il
76° e il 77° grado di longitudine dal meridiano di Parigi; fateli covare dalla
solitudine, scaldare dal sole dei tropici e più ancora dagli occhi di una bella
europea, capitata lì per lì come una visione, e poi… e poi scagliate la prima
pietra, se vi dà l'animo, al signor duca di Marana.
Il quale, dopo tutto, non ne
aveva mica presa una cotta. Gli era piaciuta la giovine signora del palanchino,
la bionda e bianca figliuola d'Albione, che faceva contrasto così vivo e
gradevole con le facce di cioccolata di quelle regioni predilette del sole;
l'avrebbe riveduta molto volentieri, e non avrebbe detto di no a chi gli avesse
lasciato intravvedere un miccino di flirtation, di innocente galanteria;
ma certo non era andato più oltre, non pensava affatto a incominciare un
romanzo, come potreste argomentare voi altri, che vedete i cominciamenti del
mio.
Per intanto, con tutto il
piacere che avrebbe provato a rivederla, non fu punto addolorato di non
ritrovarla; che anzi, egli si sentì molto più libero e franco presso lady
Evelina, donna a cui bisognava render giustizia, come in generale bisogna
renderla alle donne inglesi, donne così piene di misura e di senno, e nel
governo della casa insuperabili.
Confessiamolo liberamente; è
proprio nella donna inglese che si manifesta la nobiltà di quella schiatta
colonizzatrice, la quale porta le sue costumanze domestiche, il suo at home,
dovunque ha spinti i segni della sua operosità insaziabile. E ciò aiuta a farla
rispettare, e a farle aver pazienza per ciò che riguarda l'amore dei popoli;
cosa che potrà venire più tardi e di cui, alla stretta dei conti, si può anche
far senza. Ora, il miracolo di questa rispettabilità oltre i confini della
patria è tutto della donna e della sua partecipazione agli ardimenti del
marito. Operoso, audace, temerario, egli si avanza da per tutto, dall'equatore
ai poli; ma cento inglesi sommati insieme non sono più di cento inglesi, come
cento francesi non sono più di cento francesi. Tuttavia, mentre cento francesi,
anche ammogliati, quando vadano a vivere lontani dalla terra natale, si
sparpagliano facilmente e si mescolano volentieri col popolo a cui hanno
chiesto ospitalità, cento inglesi, nelle medesime condizioni domestiche, non si
fondono, non si confondono; fanno manipolo, diventano colonia, e valgono per
diecimila. Una gentile compagna, che è donna in giusta misura e delle altre
donne non ha tutte le debolezze, né tutte le pretensioni, una casa che contiene
ogni cosa necessaria alla vita ed anche ogni cosa superflua, il tè fumante
alla sua ora e le inevitabili sandwiches, i bambini snelli che ruzzano
in giardino con le gambe nude e pavonazze dal freddo nel cuor dell'inverno, son
cose che si vedono, per opera d'una coppia inglese, in ogni parte e sotto ogni
latitudine meno ospitale del globo. L'Inghilterra militante estende così la
fitta rete de' suoi avamposti. Rule, Britannia! E di ciò va gran merito
alla donna inglese. Non già che le altre, generalmente parlando, non sappieno
aver casa e governarla a dovere; ma il fatto è questo, che essa ci mette una
devozione più costante, una solennità più continua. Dove, per esempio, la donna
francese regna, la donna inglese pontifica.
Queste cose, che vanno intese
sui generali, essendoci donne di tal fatta in tutti i paesi d'Europa, andava
pensando il duca di Marena nel salotto di lady Evelina. Al nostro spagnuolo
certi dispiaceri di gioventù, ma più ancora le consuetudini della sua vita
randagia, avevano tolti i dirizzoni del capo. Il viaggiatore incomincia
dall'ufficio di giudico e passa insensibilmente alla dignità di filosofo.
Gl'indiani direbbero che egli ha raggiunto il nirvana, il colmo della
felicità nella muta contemplazione dell'essere.
Soggiungo, perché non l'abbiate
in conto d'uomo grave, che il duca di Marana era un giudice poco severo e un
filosofo sui generis, che girava naturalmente al poeta. Si accendeva per
le belle cose con la facilità di uno zolfanello. Credo che con eguale facilità
si spegnesse, ma senza volerne convenire. In gioventù, come sanno i lettori che
lo hanno veduto tra i personaggi di un'altra storia, aveva amato e sofferto;
donde gli era venuto un sacro orrore por certi vincoli e morbidezze del cuore.
Ma perché queste sono le conseguenze inevitabili della vita ristretta in un
dato luogo, egli aver presa saviamente la risoluzione di non fermarsi a lungo
in nessuno. Il che non gl'impediva di render giustizia, d'intenerirsi, di fare
omaggio alla bellezza; e appunto or ora lo abbiamo veduto alla prova.
Una figura che gli piacque poco,
sebbene tanto carina, fu quella di un giovane, quasi di un adolescente, che era
nel salotto, e che sir Giorgio gli presentò come il signor Lionello Edgeworth,
figlio di una sua sorella, e addetto come lui alla amministrazione delle Indie.
I cugini, si sa, piacciono sempre poco agli stranieri, forse per contrapposto
alla simpatia che ispirano qualche volta alle cugine.
Ma lei, la cugina, dov'era? Ed
era poi certo che ci fosse? La bionda del palanchino non poteva essere una
visitatrice, un'amica di lady Evelina? A Secanderabad, dove c'era una residenza
britannica, col debito rinforzo di ufficiali militari e civili, poteva trovarsi
benissimo un certo numero d'inglesine, mogli o figliuole di maggiori, di
medici, di provveditori, di giudici, e chi più n'ha ne metta.
Pure, il duca di Marana non
disperò. Una voce interna gli diceva che la bionda del palanchino apparteneva
alla residenza e doveva apparire da un momento all'altro sul limitare del
salotto, ove si stava aspettando l'ora del pranzo; un pranzo in ritardo,
com'era naturale che fosse, in un paese tropicale, e privo per giunta di quei divertimenti
che occupano da noi le lunghe ore serali.
Dopo qualche minuto di
conversazione, sir Giorgio domandò a sua moglie:
- E Maud?
- Voi lo sapete, amico mio, -
rispose lady Evelina, a quest'ora Maud passa in rassegna la sua piccola corte.
Ma ecco miss Elena che ne saprà qualche cosa. Miss Elena, vi prego, - soggiunse
lady Evelina, parlando ad una persona giunta allora nel salotto, nella quale il
duca di Marana riconobbe la meno appariscente tra le due signore del
palanchino, - chiamate miss Maud; suo padre desidera di vederla.-
Miss Elena si ritirò, facendo un
inchino; intanto il duca di Marana ripeteva mentalmente il nome di Maud.
Quel nome gli era suonato
dolcemente all'orecchio. Era un monosillabo; ma, contro il consueto dei monosillabi,
aveva un non so che di soave e di lento. Bontà del dittongo, diranno i lettori.
Ma, pensate, signori che quel dittongo, anche un tal po' strascicato, come
portava l'uso, si riduceva ad una sola vocale, e proprio quella per cui meglio
si arrotonda la bocca. Aggiungete che la prima lettera di quel grazioso
monosillabo vuole un leggiero sbattimento di labbra, e che l'ultima non
richiede altra fatica fuor che di stringere i denti e di premervi mollemente
colla lingua. Dove trovare, in più breve spazio, un più dolce raccozzamento di
suoni?
La graziosa portatrice di quel
nome apparve finalmente sull'uscio, accompagnata da miss Elena, che non aveva
durato fatica a trovarla. Miss Maud, secondo la frase di lady Evelina, passava
in rassegna la sua corte; a dirvela in termini più volgari, era andata a
visitare la sua uccelliera e il suo pollaio, per sincerarsi co' suoi occhi se i
bengalini dormissero tranquilli sui loro bastoncelli, se le galline cinesi, i
fagiani di Siam e gli uccelli del paradiso non mancassero di becchime, e
specialmente d'acqua, per la mattina vegnente; infine, se i graticolati delle
gabbie fossero sicuri da ogni invasione notturna. La precauzione non era
soverchia laggiù, dove i giardini non sono sempre così ermeticamente chiusi, né
le aiuole così aperte alla vista, che non possa strisciarvi e appiattarvisi una
bestia malefica, ingannando la vigilanza degli schiavi più accorti.
Miss Maud, che bisognerà
sbozzarvi, bene o male, con quattro colpi alla lesta, era vestita di mussolina
bianca; stoffa e colore che conferiscono grandemente alla idealità delle
figure, voglio dire a quell'effetto per cui esse si accostano meglio ad un tipo
superiore, non materiale affatto e non affatto spirituale, che tutti, anche
involontariamente, ci siamo foggiato dentro di noi, un po' per consuetudine
d'astrazioni filosofiche, un po' per lunga tradizione di abbellimenti
artistici. Ad accrescere quella idealità concorrevano certi svolazzi, ond'erano
ornati, quasi fitti, i lembi della veste, e una gorgiera sottilmente
pieghettata, sminuzzata, morbida, leggerissima, che faceva pensare ai colombi,
od ai cigni, quando arruffano per vezzo le piume intorno al collo. Le grazie
del volto avevano alcun che di acerbo, che non mancava di attrattive, ma che un
giudice severo avrebbe forse gabellato per durezza di contorni. Già,
s'indovina, miss Maud ritraeva molto dal padre. Di sir Giorgio aveva gli occhi
azzurri e l'ovale del volto un pochettino allungato; di sir Giorgio i denti
bianchissimi e tutti in mostra ad ogni sorriso; certamente più piccoli, ma
sempre di quella forma salda e di quell'impianto diritto, che dinotano la
fermezza tradizionale della razza. In fondo, e per non stare a ingentilire in
forma femminea tutte le qualità e i difetti del residente britannico di Secanderabad,
dirò che miss Maud somigliava al padre, come una bella e fresca ragazza può
somigliare ad un uomo attempato, e non modellato sul tipo dell'Antinoo. Era
alta quasi come lui, ma la curva paterna diventava in lei flessuosità di
salice. Aveva di suo certi atteggiamenti di testa, certe mosse repentine, che
davano alla sua figura un carattere spiccato d'ingenua risolutezza.
Idealità, non voluttà; questo
era il sentimento che destava nell'animo la vista di miss Maud. I più volgari
osservatori potevano in quella vece fermarsi a notare la sana freschezza del
viso e una certa sprezzatura di contorni, che dava alla sua persona l'aspetto
un po' rigido ma franco delle figure tirate giù alla brava, senza tante
ricercatezze di curve e di sottosquadri. Nessuno ci avrebbe trovate quelle
morbidezze che nella fanciulla fanno presentire la donna, la sirena,
l'incantatrice, e tutto quel peggio, o meglio che vorrete voi. Offriva
l'immagine di una graziosa compagna, che all'uopo sarebbe potuta diventare
anche forte. Ma chi ci pensa, alla compagna graziosa e forte, quando si vede
per la prima volta una donna? Una schiava, magari; una regina, ecco il punto.
Alle corte, capirete che miss
Maud non doveva essere una bellezza pericolosa. Il duca di Marana, a cui ella
aveva fatto un certo senso, veduta al fianco della sua damigella di compagnia
(una donna mal riuscita, come se ne incontrano tante) e dopo una quindicina di
giorni passati in mezzo a troppe facce di bronzo, ora che la considerava più da
vicino e con animo preparato, doveva trovarci ad uno ad uno i difetti. E
questo, non senza piacere, intendiamoci. Si ammira la perfezione, o ciò che
sembra accostarvisi; ma si è contenti, dopo tutto, di non averla troppo vicina,
a confonderci lo spirito, a farci perdere quella padronanza di noi medesimi,
che è certamente il più prezioso dei beni, usciti un giorno, insieme con tanti
mali, dal vaso di madonna Pandora.
Se non temessi di farvi
arricciare il naso con certi paragoni, direi che le bellezze perfette, o giù di
li, fanno l'effetto dei pranzi solenni. L'abito nero e la cravatta bianca, le
presentazioni cerimoniose, le frasi che vanno foggiate in quel modo e mai in
quell'altro, tutto incomincia a mettervi i brividi. Poi c'è da offrire il
braccio ad una padrona di casa, che ha uno strascico lungo un miglio; poi c'è
da prender posto come vuole un servitore, e pregar Dio che vi faccia sedere a
tempo, cioè non prima che egli abbia fatta scivolare destramente la sedia fino
al punto necessario; quindi bisogna badare al modo in cui si mangia e al tempo
che ci si spende, che non sia troppo, né troppo poco; indi a pesare e a
misurare i proprii discorsi, che non escano di riga, e non vi facciano parere
un imprudente, o un noioso; il resto si omette per amore di brevità. In quella
vece, la tavola d'un amico, senza cerimonia, ma con quel piatto di buon viso
che sapete, con quelle due ciarle alla bella libera, col permesso magari di
batter la lingua contro il palato, quando il vino è buono, e di tornare a
riempir la scodella quando la minestra piace, dite, lettori, non vi sembra la
mano di Dio?
Prevedo la risposta, specie se
siete ancora a digiuno.
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