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Anton Giulio Barrili
Il tesoro di Golconda

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Seguito da una cinquantina d'indiani, che aveva presi al suo servigio per la magnifica impresa, e disposto a prenderne un maggior numero, se lo avesse creduto necessario dopo una ispezione diligente dei luoghi, don Fernando si pose in viaggio, la mattina per tempo, alla volta di Karma Vridi.

Faceva volentieri quel suo tentativo, quantunque in lui combattessero di continuo la speranza di trovare la nicchia meravigliosa e il timore di uscirne con un leggiero spruzzo di ridicolo sulla nobilissima testa. Ma pensate, a sua scusa, che don Fernando sentiva il bisogno di non istupidire sotto un atrio di casa, a veder ricamare una donna, e che gli pareva altresì di dover cogliere con ogni studio la prima occasione di passare per un personaggio non affatto disutile nella piccola colonia europea di Paravady.

Con questi pensieri, lascio immaginare a voi come andasse franco alla meta. Passata la Godavery a un miglio di distanza dal villaggio e dal munder, ma senza indugiarsi col vecchio Lacmana, don Fernando prese la via verso settentrione, evitando per quanto era possibile di entrar nella macchia, dove i brutti incontri non erano mica difficili. All'aperto, e di giorno, una comitiva, anche di poche persone, non ha nulla a temere dalle belve, che stanno volentieri appiattate nel folto, e al ruscello non vanno per solito che di notte. Ma guai ad avventurarsi nella macchia e lasciarvisi cogliere in guisa da non poter fare manipolo contro un assalto, che non si sa mai donde venga.

Due ore dopo la sua partenza dal Sahibgar, il duca di Marana giunse in vista di Karma Vridi. Era un poggio, anzi un rialto di terra verdeggiante, chiazzato qua e di grigio, pei ruderi che vi erano sparsi. Don Fernando riconobbe le rovine del tempio, e dalla giacitura dei pezzi più alti argomentò che alcuni tronchi di colonne fossero rimasti in piedi, facendo puntello a qualche frammento di vôlta.

Mentre i suoi uomini preparavano la colazione, don Fernando fece il giro del rialto, per riscontrare la traccia delle mure maestre e vedere da qual parte fosse il prospetto del tempio. La qual cosa non riuscì molto difficile, essendo noto come tutti gli edifizi religiosi dell'India avessero uno sporto sulla fronte, a guisa di pronao greco, ma assai più ristretta, e da paragonarsi piuttosto agli atrii dei conventi cristiani.

Trovata la postura dello sciàori (che questo nome ha in lingua indostana la parte anteriore d'un tempio) il duca di Marana si fece con molta attenzione ad esaminare il rialto, per vedere se da quelle linee esteriori si potesse argomentare qualche cosa intorno all'ampiezza delle navate e alla distribuzione delle colonne. Rammentate, spero, che egli doveva bensì rivolgere le sue indagini ad un certo punto della navata di destra, e di costa al muro, ma che quel punto era determinato dal suo riscontro con la quarta colonna.

Questo esame, quantunque don Fernando ci si mettesse con tutte le forze dell'intelletto, non gli fruttò nessuna scoperta. Rimanendo adunque nell'incertezza, bisognava incominciare gli scavi dal prospetto del tempio, e andar oltre, prendendo norma dagli imbasamenti delle colonne. Era l'unica via da seguirsi; certamente la più lunga, ma anche la più sicura. E come ebbe fermato l'animo su quella, pensò di imitare i suoi compagni e di far colazione, mettendo mano ad una scatola di conserve alimentari, non ultima tra le novità con cui il popolo più viaggiatore dell'Europa aiuta a colonizzare le regioni meno ospitali del mondo.

Ora, alternando i pezzi di biscotto coi pezzi di salmone, don Fernando pensò che gli scavi, incominciati da quel punto, sarebbero andati per le lunghe, e che i giorni sarebbero anche diventati settimane. I suoi uomini, poco lungi da lui, scodellavano il riso, bollito nell'acqua, e diventato come una poltiglia, a forza di cuocere. Alcuni di essi, approfittando dell'indugio, erano andati più oltre, verso un piccolo poggio, e con frasche tagliate qua e edificavano una capanna; certo con la buona intenzione di offrire al Sahib un piccolo osservatorio, donde egli potesse sopraintendere ai lavori, stando al coperto dai raggi del sole.

Un'idea balenò tosto alla mente del duca. Ci vuole generalmente anche meno, per far nascere un'idea nella testa di un uomo. A Galileo Galilei bastò il ciondolar d'una lampada nel duomo di Pisa, per trovare non so che cosa, forse l'isocronismo del pendolo; a Isacco Newton la caduta d'una mela sul naso, per trovare la legge della caduta dei gravi e via via tutto il suo mirabile sistema della gravitazione universale. Al duca di Marana poteva dunque bastare la vista di quella capanna improvvisata, per immaginare che, senza troppa fatica e con utile sommo della spedizione, si sarebbe potuta fabbricare una casa.

Subito fece venire a sé il capo della comitiva.

- Come ti chiami? - gli disse.

- Berar; - rispose quell'altro.

Era il nome del medico di Gundwana, che, secondo la cronaca di Haruti, aveva nascosto il tesoro di Golconda nel tempio di Karma Vridi. Quella coincidenza gli parve di buon augurio per l'esito della sua intrapresa.

- Dimmi, Berar, - proseguì don Fernando, - saresti capace, co' tuoi compagni di aggiustare quel poggio a mo' di terrapieno, con un po' di fossa intorno, e di farci sopra una capanna più vasta? magari anche una casa? Ci si riposerebbe tutti, la notte, senza bisogno di andare ogni giorno avanti e indietro da Karma Vridi a Paravady. Ogni sera, una squadra di dieci uomini andrebbe laggiù, e si farebbe a torno tra voi altri, per veder la famiglia e portare le provvigioni al nostro accampamento. -

La proposta piacque a tutti gl'indiani. Un desiderio del Sahib Marana era una legge per essi, che dalla sua munificenza avevano ottanta pai, al giorno, come a dire il valsente d'una lira, mentre una ventina di pai bastano laggiù per la quantità di riso necessaria al sostentamento di un uomo. Vedete che con una lira al giorno, in India, un uomo può anche metter da parte i suoi bravi sparagni. Eppure (tale è la legge delle proporzioni!) anche in India mancano spesso all'uomo i venti pai, che gl'impediscano di morir di fame.

Berar e i suoi quarantanove compagni si diedero tosto a lavorare con ardore intorno alla casa immaginata dal duca di Marana. Il fosso fu subito tracciato, e senza alcuna difficoltà, perché doveva appunto abbracciare il breve giro del poggio. Due ore dopo incominciato il lavoro, aveva già l'aspetto d'una di quelle fortificazioni passeggiere, che gli eserciti improvvisano sull'aperta campagna, per custodirsi contro ogni possibile sorpresa del nemico. E quei cinquanta non erano forse un piccolo esercito, nella solitudine di Karma Vridi? E il nemico non ronzava egli forse in quelle vicinanze?

Per ricevere degnamente ogni importuno visitatore, i solitari di Karma Vridi ci avevano una mezza dozzina di carabine; inoltre, quasi tutti avevano portate le lance, insieme coi picconi e le zappe. Ed erano allegri, lavorando attorno a quella loro piccola fortezza; allegri come si è sempre in campagna, quando si fa una cosa nuova, di cui si vede l'utilità immediata.

Data forma al terrapieno, occorreva rizzarvi su i muri a secco. E neppur questo era difficile, poiché gli stessi ruderi del tempio, dovunque si mostrassero a fior di terra, fornivano i sassi alle squadre dei manovali.

Intanto, il duca di Marana, seduto sulle rovine di Karma Vridi come Mario su quelle di Cartagine, o, se vi piace meglio, come lo Chateaubriand su quelle di Sparta, pensava ai casi suoi; ma questa volta senza azzeccare un'idea. Anche il genio si affatica, lo sapete, e due idee luminose sarebbero troppa ricchezza in un giorno. Il duca di Marana pensava a Donna Luisa, e si rallegrava (vedete contraddizione!) di essere per un po' di tempo, mettiamo anche per una giornata, così lontano da lei.

Non ignorate certamente, poiché di queste cose ognuno ha fatta più o meno l'esperienza nel suo proprio cuore, non ignorate, dico, che ogni amor novellino ci ha sempre qualche cosa di acerbo, come ce l'hanno sempre le frutte primaticce. Si sente l'effetto di una bella immagine, e si vorrebbe non sentirlo tanto; si amerebbe star saldi, custodirsi un po' meglio contro una certa facilità di cascar nella pania. E allora piace qualche ora di solitudine, che giova a fortificarci contro quel grande pericolo; e gran mercè se si riconosce che lei è freddina parecchio, e noi matti altrettanto. Quella resistenza alla tentazione, che pareva impossibile, stando vicini a lei, o nel raggio della sua influenza magnetica (e dite pure nel circolo magico de' suoi sortilegi, che per me fa lo stesso), sembra una cosa abbastanza facile, e fino ad un certo punto piacevole, quando, se Dio vuole, si va un po' fuori del tiro. Ma, per contro, quando si torna vicini a lei, come si ricasca! «Scendono i filinguelli al paretaio» ha detto il poeta. Quei fieri proponimenti svaniscono, o si trasformano; il savio diventa uno sciocco, o si rimette ad operare come tale.

Intanto, il lavoro degli indiani procedeva sollecito, e, verso le cinque del pomeriggio, la casa appariva sbozzata. Casa, veramente, non si sarebbe potuta dire; somigliava piuttosto ad uno di quei recinti preistorici, che si trovano qua e sulle coste di Bretagna, e che l'opinione popolare attribuisce al culto druidico. Non era vasta, e dei cinquanta uomini che la edificavano con tanta furia ne avrebbe potuto contenere a stento la metà. Ma fin qui, niente di male, poiché dieci di quegli uomini dovevano andare prima di notte a Paravady; e i quaranta destinati a restare avevano a spartirsi in due drappelli, e alternarsi nel servizio di guardia. La vigilanza era necessaria, poiché le mura non erano condotte ancora ad una altezza sufficiente, e il tetto era alla meglio imbastito con canne di bambù ed un intreccio di frasche. Aggiungete che l'uscio non era più alto delle mura, né più saldo del tetto.

Al duca di Marana parve tuttavia che quella costruzione fosse già un bel riparo, per una prima notte di solitudine. Ma di che cosa non si contenta il viaggiatore? Certi disagi e certe peripezie sono anzi il meglio della sua vita.

Del resto, sapete che il duca di Marana ci provava un po' di gusto, a passare quella notte lontano dal Sahibgar. Laggiù si sarebbero occupati della sua assenza, avrebbero sentita la sua mancanza. Già, sono gli assenti, quelli che possono farsi desiderare; ai presenti non resta che di dar noia.

Don Fernando non era anche venuto a capo d'intendere che cosa pensasse quella donna di lui, e con che occhi si disponesse a vedere la sua assiduità, la sua divozionevia, diciamo pane al pane, la sua corte spietata. Veramente, troppo pochi giorni erano scorsi dall'arrivo di lui, e poteva anche darsi che Donna Luisa non avesse posto mente ai suoi lavori d'approccio, confondendoli forse con le naturali espansioni d'una schietta amicizia. Ma il signor duca, come tanti cavalieri del suo stampo assuefatti a trinciarsi liberamente la loro parte nei beni della vita, aveva la pretensione d'indovinar certe cose alla bella prima. E non gli pareva mica di sentire soverchiamente di sé. Aveva pure notata fin dal giorno del suo arrivo a Paravady quella gentile freddezza che governava le relazioni coniugali di casa Laurenti!

Or dunque, come andava quell'altra faccenda? Perché non gli riesciva di leggere ugualmente nell'animo della signora, per ciò che risguardava il più infiammabile tra tutti i grandi di Spagna? Don Fernando non ci si raccapezzava. Ed anche per questo non gli dispiaceva di star lontano un giorno da lei. La facilità con cui rinunziava ad una serata nel boschetto delle magnolie, poteva giovargli benissimo in due modi, e presso due persone ugualmente; toglieva un appiglio a futuri sospetti, se pure ne potevano nascere nella mente di Guido, e a lui, don Fernando, offriva modo di fare le più sottili induzioni sulle accoglienze che gli sarebbero toccate al ritorno.

Quante parole, per non riuscir poi a farvi intendere con precisione ciò che il duca di Marana intendeva già tanto poco da sé! Ma il cuore è un labirinto così intricato che guai ad entrarci! Ogni piega vi lascia intravvedere una strada, e tutte aiutano a confondervi, prima che abbiate infilata la buona. Ma c'è, poi, la buona tra tante? E non può dipendere da un nulla che lo stesso proprietario ci si smarrisca anche lui? Avviene in simili casi che la via senza uscita si apra da sé, mentre se ne chiude un'altra, che pareva la meglio tracciata. È la storia dei semi gittati in un pezzo di terreno. Son tutti vitali ad un modo; ma dipende da un nulla che l'uno avvizzisca e l'altro s'ingrossi, che questo si arresti a mezzo della sua espansione, e l'altro improvvisamente si riabbia e germogli.

Risoluto di dormire nel suo accampamento di Karma Vridi, il duca di Marana aperse il suo taccuino e ne strappò una pagina, su cui scrisse alcuni versi con la matita.

«Il luogo è bello (diceva egli all'amico Laurenti), ma queste rovine mi promettono un lungo lavoro. Non mi sgomento, anzi ho incominciato a fabbricare una casa. Non istante in ansietà; la squadra che viene a Paravady vi dirà come ho concertato il servizio. Considerandomi un soldato come tutti gli altri, prenderò domani a sera il mio turno di vacanza

Scritto questo saggio di eloquenza spartana, piegò il foglietto e lo consegnò al capo della squadra che doveva andare a Paravady pei viveri. La squadra si componeva di dieci uomini, armati di lancie e coltelli. A due di loro, il duca di Marana aveva distribuite le carabine, precauzione forse soverchia, poiché c'erano ancora due ore di sole, e la squadra sarebbe giunta all'abitato prima dell'imbrunire. Ma il duca, che aveva già corsa la sua parte di mondo e non voleva lasciar nulla al caso, pensò che due carabine sarebbero state sempre una buona compagnia per la squadra. Al grosso del suo campo ne restavano quattro, senza contare la sua, e la rivoltina che gli pendeva dal fianco.

Gli uomini partiti dal campo potevano già essere arrivati al Sahibgar, quando il duca di Marana si dispose a cenare, davanti all'entrata della sua piccola fortezza. Gl'indiani, al solito, mangiavano il riso bollito; ed anche don Fernando volle assaggiarne, ma torcendo il viso a quella minestra cotta senza sale, e in un'acqua che non gli sembrava molto pulita.

A proposito d'acqua, i suoi uomini erano andati ad attingerla da un fossatello, che si vedeva distante un cinquecento passi di . Ritornando con le brocche ripiene, essi narrarono al Sahib di aver notate orme di fiere sui margini del torrente.

- Benissimo! - esclamò don Fernando, che non era più nuovo a simili incontri. - Vedremo anche le tigri, stanotte. Per fortuna ci abbiamo cinque carabine, e munizioni bastanti a sostenere anche un assedio. Per altro, bisognerà vigilare attentamente da ogni parte, poiché il muro non è troppo alto, e il tetto non ci riparerebbe da un salto nemico nella piazza.

- Non dubitare, Sahib; - disse il capo degli indiani; - siamo avvezzi a questi vicini, e abbiamo la vista acuta. -

Intanto, scendeva la notte. Venti uomini entrarono nella casa, a prendersi cinque ore di sonno, sdraiati l'uno a fianco dell'altro; venti rimasero in piedi, per vegliare intorno al recinto, distribuiti in quattro squadre, sui lati del terrapieno. Questi ultimi non dovevano dormire che dalla mezzanotte alle cinque del mattino

Il duca di Marana, da buon capitano, volle rimanere tra coloro che vegliavano, e scelse per se il lato che guardava dalla parte del torrente. Da quella, piuttosto che da un'altra, poteva esserci un pericolo, poiché i corsi d'acqua sono i notturni ritrovi delle fiere.

Un'ora dopo, le ombre regnavano sovrane sulla valle di Karma Vridi. Indra spiegava nel campo azzurro del firmamento le sue scolte vigilanti, il cui scintillio nelle tenebre ha dato immagine e nome alle prime adorazioni degli uomini. Una notte indiana è sempre un grande spettacolo, e ce lo fa gustare più intimamente quel profondo silenzio delle cose, in mezzo a cui vegliano, tacendo, la coscienza nel petto, e le stelle nel cielo. Una meteora fiammeggiante che attraversi lo spazio, un ruggito di fiera in lontananza, il verso malinconico dei bulbul, l'usignuolo dell'Asia, tra le liane della selva, turbano a tratti quel silenzio profondo e quella pace solenne della natura, come turba i riposi della coscienza un pensiero doloroso che attraversi lo spirito. Ma la quiete universale riprende tosto i suoi dritti; la gran madre si riaddormenta, e l'uomo estatico ne invigila i sonni.

Il duca di Marana, seduto davanti al suo accampamento notturno, pensava al Sahibgar, e si figurava di contemplare quello spettacolo da una nota radura del boschetto di magnolie.

- Che cosa faranno adesso? - chiedeva egli fra sé. - Parleranno certamente di me e del mio pazzo disegno. È un argomento come un altro e non ne debbono aver troppi, per farci su quattro chiacchiere. Ma sì, vedete che caso è il loro! Non ci hanno mica molto da dirsi, e sono freddini parecchio. Chi lo avrebbe mai detto ad uno di loro, cinque anni fa? È proprio un peccato, che il cuore si muti a questo modo! Ma già, questa è la storia di tutti; ci si raffredda a mano a mano, e quasi senza avvedercene. Non c'è che l'amore contrastato, che duri. Ma dura anche questo davvero? Via, diciamo le cose come stanno; il più delle volte è vanità offesa; e quella corda è gelosa, il suono acuto più dei cantini. Brutta cosa, la vanità! E quanto è miserabile cosa la vita! O ve ne fate una prosa corrente, e allora tante gioie, e le più delicate, si perdono; oppure… Ma non dimentichiamo nemmeno che spesso è impossibile di rinunziare a certe soddisfazioni dell'intelletto. L'idealità è un bisogno della natura umana. Viviamo, a buon conto, delle nostre facoltà, e tra queste c'è l'astrazione. Si filosofa su tutto; segno che il bisogno è in noi. Perché si legge? perché si studia? È una necessità. Il gaudio intellettuale scaturisce da questa propensione dello spirito, come il gaudio materiale dalla salute e dalla ricchezza. -

Il signor duca andava sfilosofando la parte sua; ma vogliate scusarlo, vi prego; la notte era così tranquilla, ed egli così sfaccendato! Del resto, rallegratevi; il pensiero della ricchezza lo ricondusse in carreggiata.

- La ricchezza! Anche questa giova e non giova. E qualche volta procaccia dei brutti quarti d'ora. Vedete Gundwana! E il suo medico Berar, e il povero mahunt di Karma Vridi! Eccolo , un tesoro; venticinque milioni sepolti sotto quelle rovine, con uno sciocco sconclusionato, che ammazza il tempo cercandoli. Se ci saranno poi! Ma se li trovassi davvero? Vediamo un po', che cosa debbo farne, di questo tesoro? Già, si capisce, che il duca di Marana non può esser venuto in India per diventare un ricco sfondato. Il più bel diamante ha da esser per lei, l'ho promesso. Col resto, farò di Paravady un paese di cuccagna. Tutte le famiglie di questi poveri indiani avranno la loro casetta linda e ben provveduta. Oppure, no, s'impianta un'industria, che dia da vivere a tutti, e guarentisca la prosperità di parecchie generazioni. Che non si possa trar profitto dalle acque del Godavery? Basta, vedremo. Ma guardate che bel matto son io! Fo i conti sul tesoro, come se lo avessi già in tasca.

Il soliloquio del duca fu interrotto da uno sparo improvviso. Don Fernando balzò in piedi di scatto.

I suoi uomini si strinsero intorno a lui, come per chiedergli il suo avviso su quella novità. Nessuna parola era stata ancora scambiata tra lui e gli indiani, che un altro colpo s'intese. Il suono veniva da mezzogiorno, e non pareva che il tiratore fosse a troppa distanza.

- Chi sarà mai? - chiese il duca di Marana tra sé. - Forse l'amico Laurenti ha mandato qualcheduno a farmi compagnia. Ma come si fa a muovergli incontro, con questa oscurità, lasciando una parte degli uomini senza guida? -

Don Fernando, sulle prime, aveva creduto che si trattasse di due colpi tirati a qualche animale; ma poi venne a pensare che poteva anche trattarsi di un segnale dato a lui, per ottenere risposta e regolare la marcia secondo la direzione del suono. Si pentì allora di non aver seguita un'idea che gli era venuta in prima sera, di accendere un falò in vicinanza della sua fortezza improvvisata. Frattanto, per dar cenno della sua presenza ai lontani, fece rispondere ai due spari, uditi poc'anzi, con due altri colpi di carabina.

Non si era ingannato, dopo una quindicina di minuti, si udì un nuovo colpo, ma questo ad una distanza molto minore della prima volta. Il tiratore doveva esser già nella valle, forse cinquecento metri discosto. E il duca di Marana fece rispondere con un terzo colpo, ma tirando in arcata, che non avessero a succedere disgrazie.

Indi a non molto si udì un rumore di passi e di voci. Un drappello d'uomini armati veniva frettoloso verso il fortino. Don Fernando si mosse e diede una voce agli sconosciuti. Un'altra voce gli rispose, ed era quella di Guido Laurenti.

- Ecco un bel modo di trovar l'orma; - diss'egli, avvicinandosi e stringendo la mano al duca di Marana. - Ma che diavolo vi salta, amico Fernando, di piantarci così, e di far testa, per la notte, in un luogo come questo? Se me lo aveste detto prima!…

- Che male c'è? - chiese candidamente il duca.

- Dio buono, c'è questo, - rispose Guido, - che non è prudente di stare la notte in un punto così deserto della jungla. Le fiere non vi lasceranno mica senza contrasto i loro diritti di possesso notturno.

- Oh, eravamo ben preparati a riceverle; non vedete?

- Vedo ed ammiro; ma siccome in questi casi le precauzioni non sono mai troppe, scusate, Fernando, avreste fatto meglio a ritirarvi entro le mura del Sahibgar, che sono un poco più salde di queste.

- Ne convengo; - disse il duca ridendo; - ma dopo tutto, l'India mi conosce, e queste notti, alla locanda della Stella, non sono nuove per me.

- Quando non potevate farne di meno, pazienza! Ma con la casa, distante appena due ore di strada; con la vostra stanzetta che vi aspettava!..

- Ma voi, Guido, non avete abbandonata la vostra anche voi? Vi combatto con le vostre ragioni.

- Bravo. Ma ditemi, potevo io farne di meno? Lasciarvi qui solo, mentre ci siete anche un pochino per colpa mia? Infatti, questa impresa di Karma Vridi ve l'ho proposta io.

- Non mi dispiace di esserci venuto. Il luogo è stupendo e m'ha preso la tentazione di restarci.

- Per far l'ufficio d'un drago, alla guardia del tesoro? Ottimamente. Ma le nostre chiacchiere all'ombra delle magnolie, come vi ha dato il cuore di lasciarle? E quel che è peggio

- C'è di peggio?

- Sicuro; per esempio, il farsi rimpiangere da una bella creatura. -

Il duca di Marana fremette involontariamente a quella escita inattesa.

- Che dite voi ora? - gridò.

- Dico che oggi, durante la vostra assenza, abbiamo avuta una visita al Sahibgar. Indovinate di chi?

- Dei Lawson? - balbettò don Fernando, a cui tornava il respiro.

- Per l'appunto; abbiamo in casa sir Giorgio, la sua amabile figliuola ed anche, se vi fa piacere saperlo, un leggiadro cugino di lei. Ci siamo adoperati come potevamo a far gli onori di casa; ma non abbiamo potuto dar loro ciò che non era più in nostra mano, come a dire un certo duca, che ha lasciata, a quanto pare, una memoria indelebile del suo passaggio alla residenza britannica di Secanderabad. Son certo che a quest'ora una bionda miss tremerà per l'assente archeologo, che io sono venuto a cercare.

- Voi credete? - domandò Fernando, che in verità non sapeva quello che si dicesse in quel punto.

- Lo credo fermamente, e ve ne faccio le mie più sincere congratulazioni. È tanto carina, miss Maud!

Il duca di Marana non rispose. - Sta a vedere, - pensò, - che se ne innamora lui! Faccia pure, io non ho da lagnarmene; che anzi!

Anzi, che cosa? Il pensiero di don Fernando non osò andare più oltre. Quel tasto gli rispondeva male, a quanto sembra. Il duca di Marana pensava piuttosto all'amicizia di Guido Laurenti, di quel gentile suo ospite, che, pur sapendolo accompagnato da una quarantina d'uomini, lasciava la sua casa di nottetempo, per avventurarsi nella jungla, in compagnia di pochi indiani, e correre sulle sue tracce. Non era mica un piccolo rischio, quello a cui si esponeva il Laurenti. Una grossa comitiva di cacciatori non ha troppo a temere nella campagna indiana, alla luce del sole, quando un pericolo si vede e la difesa è facile a chi sta sull'avviso; ma la notte vi è piena d'insidie, che si distinguono male, e non sempre è dato cansarle.

- Lasciamo stare le visite; - disse allora il duca. - Io penso che non vi ho ancora ringraziato di questa prova d'amicizia

- Zitto, mi ringrazierete dopo; - interruppe Guido. - Datemi piuttosto una sorsata di rum, perché, nella fretta, ho dimenticato di far le provviste.

Don Fernando fu lieto di offrirgli la sua fiaschetta.

- Caro Guido, - gli diceva frattanto, - non aspettavo davvero la vostra venuta.

- Uomo di poca fede! - esclamò Guido, sempre su quel tono di celia amichevole che aveva assunto fio dal primo istante del suo arrivo all'accampamento.- Sono un filologo, un naturalista, un imbalsamatore, e tutto quel che vorrete; ma il pericolo piace anche a me, quando s'incontra utilmente. E questo era il caso; perché, veramente, il luogo che avete scelto per passarci la notte

Un rugghio, che si faceva udire dalla parte del torrente, interruppe la frase di Guido.

- Ah, ah! - esclamò egli, rizzando la testa. - Il vicinato canta; noi suoneremo.

La tigre, poiché era lei che rugliava in quel modo, poteva essere ancora di dal fossato. Ma poco dopo ella diede un altro segno di vita, e il suono parve più vicino all'accampamento.

- È mezzanotte, l'ora dei fantasmi; - disse Guido, che aveva accostato agli occhi il suo orologio, per veder le lancette al fioco lume delle stelle. - Ma eccone uno dei fantasmi, che viene verso di noi.

- Dove?

- Laggiù; non vedete? Ora si è fermato; forse per prendere cognizione della novità architettonica che avete innalzata quassù. Evidentemente, è il padrone di questa solitudine, e noi gli sembriamo intrusi, o poco meno. Via, mettiamo mano al biglietto di visita. -

Così dicendo, e mentre don Fernando stava ancora con gli occhi tesi per discernere il corpo nero che gli era stato indicato, Guido Laurenti spianò la sua carabina, rimase tre minuti secondi aggiustando la mira, e fece fuoco; indi, afferrata un'altr'arma dalle mani d'un indiano, che gli stava da fianco, si preparò a scaricare un altro colpo. Era tempo; la fiera aveva gettato un urlo feroce; la negra mole aveva fatto un balzo in avanti.

- Fermo! - gridò Guido al duca di Marana, che stava per prendere la mira. - Serbate il colpo, pel caso che io fallisca il mio.

Intanto, calata la canna della carabina all'altezza dell'occhio, lasciò andare il secondo colpo, che certo dovette aver ferito in pieno, poiché l'animale, urlando più rabbiosamente di prima, si rovesciò sul terreno e si contorse nello spasimo dell'agonia.

- Bello il primo e bellissimo il secondo! - esclamò il duca di Marana. - Ci vedete di notte come gli uccelli di preda.

- Emulazione! - rispose Guido Laurenti. Voi di giorno azzeccate le mobili spire del cobra; io colpisco nelle masse più vistose, in mezzo alle ombre della notte. Non ero cacciatore, sapete? Ma la necessità, più ancora che l'occasione, mi ha gettato sulle orme di Nembrot.

Il duca di Marana era impaziente di veder la tigre, uccisa con tanta flemma dal suo amico Laurenti. Ma questi lo trattenne.

- No, aspettate; - gli disse. - Può avere ancora un fil di vita, quanto basta per darvi una granfiata. E poi, bisogna vedere se non ha compagni. Chi ci assicura che non ne capiti un'altra? A bere laggiù ci caleranno in parecchie.

- Giustissimo, aspettiamo; - disse Fernando.

E aiutò l'amico a ricaricare le armi. Gli uomini che dormivano al coperto si erano svegliati al rumore delle schioppettate, e, poiché appunto era giunta l'ora di cambiare la guardia, avevano preso il posto dei loro compagni sui quattro lati del terrapieno.

- Andate a riposare anche voi; - disse Guido Laurenti. - due ore di sonno vi faranno bene.

- Non lo faranno meno a voi, che sarete stanco della corsa; - rispose il duca di Marana. - Del resto, io non potrei dormire. Sono geloso del vostro trionfo.

- Quand'è così, buona guardia; - ripigliò Guido;- vado io a riposare.

E mandando i fatti compagni alle parole, entrò nella casetta, non tanto per dormire, quanto per lasciare all'amico la sua parte di gloria. L'andarsene dal posto d'onore in quel modo, era anche una prova di fiducia data a Fernando, che gliene fu molto grato.

- Bisognerà ch'io faccia attenzione per due; osservò egli tra sé, come fu solo in vedetta. - E strano che io non abbia veduta subito quella massa nera; e Dio sa se, vedendola, avrei tirato così giusto come il Laurenti! Con che tranquillità d'animo e con che sicurezza d'occhio me l'ha distesa a terra! Pareva venuto a bella posta per fare quel colpo, e potrebbe scrivere a casa, come Giulio Cesare al senato di Roma: «veni, vidi, vici». Vedrete che sarà ancora tanto fortunato da restar solo sul piedistallo. Le tigri si terranno per avvisate, ed io non troverò più da ammazzare la mia. Una tigre, una tigre! Il mio tesoro per una tigre!

Così, mezzo per celia e mezzo sul serio, si lagnava il duca di Marana. Né lo ingannava il suo malinconico presentimento di cacciatore sfortunato. Nella notte si udirono ancora urli e brontolamenti di fiere; ma la tigre, o la pantera, tanto gentile da venirsi ad offrire come bersaglio a don Fernando, non si trovò. Dico male, ne apparve una, ma troppo da lungi, ed egli, per timore di vedersela sfuggire, le lasciò andare troppo presto il suo colpo. L'ombra nera sparì, ed egli non vide più nulla.

Anche gl'indiani ebbero occasione di scaricare le loro carabine, ma senza frutto apparente. Tigri e pantere si tennero lontane dall'accampamento, indovinando che non avrebbero avuto buon giuoco lassù. Le rovine di Karma Vridi cangiarono di padroni. E i vecchi abitatori di quella solitudine si ritiravano fremendo; non senza dispiacere del duca di Marana, che avrebbe desiderato da parte loro un po' più di contrasto.

- Voi lo vedete; - diss'egli la mattina a Guido Laurenti, quando l'amico si fu alzato dal suo giaciglio; - non m'è riuscito di farvi il riscontro. Anche dormendo, tenevate lontane le belve. Ma via, ci vorrà pazienza; andiamo a vedere la vostra vittima; siete così non curante della vostra gloria, da esservene anche scordato.

- Avete ragione, perbacco, non ci pensavo già più; - rispose Guido Laurenti. - Andiamo a vedere la nostra visitatrice di stanotte. -

L'animale era , disteso sul campo, a centocinquanta passi dal terrapieno. Veramente, era una tigre magnifica, smisuratamente lunga, con un bellissimo mantello a strisce nere; denti aguzzi d'avorio ed unghioni arrotati d'un bel giallo opaco, che li faceva parer d'ambra.

- È un maschio. - osservò Guido Laurenti, - e può avere da otto a dieci anni. Era proprio nel buono della sua forza, e noi possiamo vantarci di aver levato dal mondo un tristo soggetto. Almeno, - soggiunse, - se si vuol ragionare con le idee del maggior numero. Come la vedete voi, amico Fernando?

- Per me, - rispose il duca, - non fo differenza fra tigri ed uomini, se non in questo, che le tigri hanno un po' meno d'ipocrisia. -

E soggiungeva mentalmente:

- Io ne so qualche cosa. Vedete, infatti; amo questo gentiluomo, non c'è che dire; darei la mia vita, per lui. Frattanto, non so astenermi da un sentimento d'invidia contro il cacciatore fortunato. Sì, diciamo pure il cacciatore; quest'altro poco d'ipocrisia con noi stessi è veramente il sublime nel genere. -

 

 




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