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Invidia e ipocrisia! Graziosi
sentimenti, dirà il lettore, per un eroe da romanzo come il duca di Marana. Ma
vogliate por mente, amico lettore, vogliate concedere e vogliate distinguere; sopra
tutto distinguere. Si tratta di quantità; si tratta anche del grado di
malleveria che può averci un uomo, nei pensieri che gli si affacciano alla
mente. La chimica, vedete, ha trovato l'oro e il ferro, nella composizione del
bipede in discorso, come ci ha trovato il fosforo, l'arsenico, lo zolfo, ed
altre diavolerie senza fine. Che cosa ne possiamo noi, se siamo una drogheria
ambulante? Merito nostro, se a certe parti di noi non lasciamo prendere il
vantaggio sul tutto.
Ora, il duca di Marana non era mica
troppo contento di averceli in corpo, quei due sentimenti peccaminosi. Credete
pure che essi entravano per due terzi nel malumore con cui egli si presentava
al saluto del sole. Il resto andava sul conto della vigilia prolungata; di cui
intendeva ricattarsi tra breve, cioè dopo aver date le disposizioni opportune
per mettere a lavoro la sua gente.
Quanto a ritornare, lo aveva
detto: non prima di sera. I lavori di sterro dovevano essere incominciati
vigorosamente. Egli, poi, voleva castigarsi un tantino di quella sua facilità
infiammatoria che sapete; voleva… che cosa non voleva, il mio duca? Lì per lì,
dopo aver ricevute le notizie del Sahibgar, voleva anche indugiare il suo
incontro coi Lawson. E di questo indovinerete la ragione con molta facilità. Una
donna che ci è piaciuta tanto e quanto, non la vediamo volentieri in presenza
di un'altra che ci turba gli spiriti. In queste posizioni ambigue l'uomo ci si
trova sempre impacciato, e finisce anche col mostrarsi ridicolo. Notate inoltre
che Guido, parlando di miss Maud, gli aveva detto ridendo (ma anche ridendo si
può dire una verità): «voi l'amate; voi l'amerete.» E la signora Luisa, dal
canto suo, si sarebbe forse astenuta dal dirgli: «avevate torto; miss Maud è
una bella ragazza?»
Ora, il meglio che potesse fare
il duca, di Marana, era appunto di ritardare l'incontro. Anche a doverci
cascare, erano sempre otto o dieci ore di confusione, risparmiate alla sua
dignità mascolina. Perciò, come ebbe ripreso il suo ufficio di sopraintendente
ai lavori, si volse all'amico e gli disse:
- Non vorrete mica annoiarvi
quassù? Tornate ai vostri studi, mio caro: io verrò questa sera.
- Che! - rispose Guido. - Non mi
muovo neanch'io. -
Don Fernando inarcò le ciglia a
quella escita di Guido.
- Stiamo a vedere che diventate
un archeologo; - esclamò.
- Fate conto che lo sia già;
voglio tenervi compagnia.
- Grazie, ma almeno, la vostra
tigre…, volete che stia qui a marcire, a questi stelloni?
- No, certamente; la manderò a
casa più tardi. Ma non capite, benedetto uomo, che non c'è nessuna ragione di
muoversi da Karma Vridi, quando…
- Quando, che cosa?
- Quando il Sahibgar si muove
lui, per venire a questa volta. Sicuro, Fernando; - proseguì il Laurenti
ridendo dello stupore del duca; - voi non pensavate ad andare incontro ai
vostri amici di Secanderabad, ed i vostri amici di Secanderabad sono a
quest'ora in cammino per venire da voi. S'intende che fanno una scampagnata, e
appunto per questo hanno accettato di restare un giorno con noi. Ma la ragione
ultima, la ragione ultima qual è? Io credo che sir Giorgio Lawson sia
innamorato di voi. Albione accarezza la Spagna. Scommetto che vuol cedergli…
Gibilterra!
- Matto! - esclamò don Fernando,
che non potè trattenersi dal ridere. - E siete voi che lo dite… con tanta
calma? Voi che trovate bella miss Maud?
- Ah ah! Questa è una frecciata
in pieno; osservò Guido Laurenti. - Sareste geloso, per avventura?
- No; accennavo semplicemente un
fatto.
- Quand'è così, mettiamolo in
chiaro a dirittura. Io ho lodata la bellezza di miss Maud, in omaggio alla
verità, e per vendicarla da un giudizio ingiusto che ne avete voi dato l'altro
dì, voglio credere per celia. Che cosa ci vedete di strano? Senza secondi fini,
si può riconoscere il bello anche fuori di casa propria. -
Il duca di Marana accettò per
buono l'argomento, quantunque, a dir vero, gli paresse un po' troppo da marito.
I mariti, si sa, trovano sempre il modo di conciliare le loro ammirazioni di
fuori via con la mezza divozione al santo di casa.
- Viva dunque miss Maud! - gridò
egli allegramente. - La loderò anch'io, senza secondi fini; perché in verità
non sarà lei che mi farà rinunziare al celibato. Che ve ne pare? Ecco una
ragazza che ha trovati due giudici molto imparziali, fin troppo imparziali!
Ella forse preferirebbe una lode più modesta, ma assai meno indipendenza di
cuore. Per fortuna, c'è un biondo Lionello, che non si contenta di giudicare,
ma mette anche la sua berretta nera ai piedi della cugina.
- Un bel giovinotto! - esclamò
Guido Laurenti. - E voi credete…
- Credo quel che ho veduto. Non
fa altro che covarla, da mattina a sera. La sposerà, se Dio vuole, e se la
porterà a Calcutta, dove ha l'impiego,
- Amen, se così vi piace,
amico Fernando; - disse Guido, inchinandosi.
Erano le otto del mattino, e la
squadra degli indiani, che il duca di Marana aveva mandata a Paravady per le
provvigioni, non era anche arrivata. Giunse in quella vece sulle nove, ma
cresciuta di numero e d'importanza. Due elefanti torreggiavano nel mezzo,
portando in groppa gli haoda, o sedie di gala, su cui stavano seduti a
due a due gli annunziati visitatori di Karma Vridi. Il duca di Marana ravvisò
subito sul primo haoda le due donne che gli dispiaceva tanto di vedere
insieme, per quella astruseria psicologica che vi ho detto poc'anzi. Né gli
dispiacque meno di presentarsi a loro con la faccia d'uno che aveva perduto la
nottata. Ma ci voleva pazienza, e il meglio che potesse fare in quel punto era
di muovere incontro alle dame.
Un po' tardi, veramente, per
fare il suo debito di cavaliere al montatoio. La signora Luisa scendeva per la
prima; e Lionello, il biondo Lionello, balzato già prima dalla groppa del
secondo elefante, era stato sollecito ad offrirle la mano. Si rivolse allora a
miss Maud, che smontava dopo la signora Luisa; ma lì, nella calca, Guido
Laurenti veniva a trovarsi meglio impostato di lui, per cogliere la palla al
balzo. Ed egli, dopo tutto, non si ficcò in mezzo, per contendergli
quell'onore. Che anzi, volete sapere quel che fece? Andò più in là e si fece
sotto al secondo elefante, per dar la mano a sir Giorgio, il quale, da buon
diplomatico, scendeva con tutti i suoi comodi.
- Oh, ben trovato, signor duca!
- gridò egli, con l'accento di Archimede, quando ebbe sciolto il suo famoso
problema. - Ed anche molto cercato e desiderato! - soggiunse. - Bisognava
proprio fare per voi il miracolo di Maometto.
- Venire alla montagna, sir
Giorgio; - rispose il duca. - Ma pensate che la montagna non ne sapeva nulla;
altrimenti, vi giuro che si sarebbe posta le ali al piede. Eh eh! che cosa ne
dite, di questa montagna che vola?
- L'immagine è ardita; - osservò
sir Giorgio; - ma l'ho provocata io e non posso lagnarmene. Ma sapete, signor
duca, che voi siete il più irrequieto degli uomini?
- Perché, di grazia?
- Perché? C'è bisogno di dirlo?
Giunto appena tra i vostri amici, prendete la via della jungla; uccidete i
serpenti (perché sappiamo anche questa, delle vostre imprese, e abbiamo veduta
la vostra vittima), visitate i monumenti, e poi vi date alla macchia.
- Per amore dell'archeologia; -
rispose don Fernando; - per amore dell'archeologia, vi prego di crederlo. È
l'unica scienza che il mio amico Laurenti mi abbia lasciata, lui che sa tutto e
di tutto si occupa.
- È un gran dotto, il vostro
amico; ha già uno studio maraviglioso, un vero museo. Gli proporremo di
comperarglielo, per arricchire quello di Londra. Mia figlia è rimasta incantata
a vederlo, lei che è la scienziata di casa. Ma parliamo di voi; che cosa
contate di trovare, frugando in quelle rovine?
- Il terzo avatara di Visnù; -
rispose gravemente il duca di Marana.
Don Fernando diceva la verità.
Non si poteva giungere al sotterraneo, senza trovare il bassorilievo del terzo
avatara di Visnù.
- Diamine - esclamò sir Giorgio.
- Ed è per un terzo avatara, che lasciate gli amici? Benedetti gli archeologi!
Ma già, tutti i gusti son gusti.
- Non sa nulla del tesoro; -
pensò don Fernando tra sé.
Indi, prese a difendersi dalla
celia del suo amico sir Giorgio. Il terzo avatara di Visnù non era senza importanza.
Nessun museo d'Europa ne possedeva una immagine. Era anche rarissimo in India,
dove il culto di Siva, del Mahadeva, come era comunemente detto, era
sottentrato, mercè la violenza, a quello di Visnù. Egli, don Fernando Solis,
duca di Marana y Cueva, era un viaggiatore, un giramondo, un ebreo errante; ma
a che servirebbe un viaggiatore, se non cercasse di rendersi utile in qualche
modo alla scienza? Don Fernando Solis, duca di Marana y Cueva, ne chiamava
giudice il suo buon amico sir Giorgio Lawson, residente britannico a
Secanderab. Era permesso ad un viaggiatore, che non volesse parere un pazzo
sconclusionato, era permesso di trovarsi in India, di supporre che sotto un
mucchio di rovine, a poche miglia discosto da lui, ci fosse un terzo avatara di
Visnù, senza andarlo a cercare, senza tentare il colpo di recarne un esemplare
in Europa?
Queste ragioni persuasero sir
Giorgio, che del resto parlava per celia, volendo fare una dimostrazione della
sua amorevolezza pel duca di Marana, suo ospite di pochi giorni addietro.
- Intanto, ci siete mancato
iersera; - diss'egli. - L'annunzio della vostra fermata in questo deserto è
stato un vero disastro per la società di Paravady.
- Ma sì, - entrò a dire la
signora Luisa, che don Fernando aveva ossequiata poc'anzi, ma senza poter
guizzare di mano a sir Giorgio, - vi siete fatto molto desiderare, iersera.
- Signora mia, quale onore! -
balbettò don Fernando.
La signora Luisa diede in un
allegra risata.
- Con che aria lo dite, signor
duca! Per caso, in queste poche ore di lontananza, saremmo noi diventati
semplici conoscenti, da rimetterci così in cerimonia? -
Il duca di Marana avrebbe voluto
dirlo lui, o almeno lasciarlo trapelare con due parole un po' calde quel che
era diventato, e in pochi giorni di dimora a Paravady. Ma la signora Luisa
aveva sempre al fianco il vezzoso Lionello Edgeworth, che pareva essersi
costituito suo cavaliere per tutta la giornata.
- Maledetto inglesino! -
borbottò don Fernando. - O perché non va al suo posto, presso la cuginetta?
La cuginetta andava in compagnia
di Guido Laurenti. Era giusto che il padrone di casa facesse il cavaliere alla
dama forestiera; e poiché lady Evelina non si era mossa da Secanderabad, Guido
non poteva dicevolmente che accompagnare miss Maud. Per contro, sir Giorgio
avrebbe dovuto dare il braccio alla signora Luisa. Ma che cos'era invece
avvenuto, e proprio per colpa di don Fernando? Che il braccio di sir Giorgio
era andato a noleggiarselo lui, e Lionello Edgeworth aveva colta l'occasione
per cacciarsi avanti con la signora. A farlo a posta, non poteva andar peggio.
Visitando il campo di Karma
Vridi, si era giunti davanti alla tigre, che alcuni indiani stavano coprendo di
frasche, in attesa di portarla al Sahibgar. La vista di quell'animale, che era
certamente tra i più grossi e i più begli esemplari della sua specie, destò
l'ammirazione di tutti, ma più specialmente di miss Maud.
- E chi l'ha uccisa? - domandò
la fanciulla.
- Vorrei dirvi che l'ho uccisa
io; - rispose don Fernando, con aria malinconica. - Ma in verità, l'ha uccisa,
con due colpi maravigliosi, il mio amico Laurenti.
- Come? - gridò la signora
Luisa. - La tigre lo aveva aspettato proprio lui?
- Pare di sì; forse io non le
ero sembrato un degno avversario. -
E qui, facendosi un obbligo di
raccontare ogni cosa che tornasse ad onore dell'amico Laurenti, narrò appuntino
tutti i particolari di quella caccia notturna. Miss Maud, che, come sappiamo da
suo padre, amava le forti commozioni, lo stava ad udire con molta attenzione, e
il piacere che risentiva dal racconto di don Fernando le si leggeva negli
occhi.
- Il guaio è stato proprio
questo, - conchiuse il duca, - che il mio amico Laurenti, giunto a tempo per
ammazzare la tigre, non me ne ha lasciata un'altra per mo' di consolazione.
Quando egli è andato a dormire, ho pure avuto il destro di fare un colpo, ma
pur troppo inutilmente.
In quel mentre, giungeva Berar,
in compagnia di quattro uomini che tornavano da attinger acqua.
- Sahib Marana, - diss'egli,
avvicinandosi al duca, - laggiù, verso il torrente, si vedono i sassi macchiati
da una striscia di sangue.
- Uomo di poca fede,
ricredetevi! - esclamò Guido Laurenti. - Avete colpita la vostra tigre anche
voi.
- Ma essa è fuggita; - notò don
Fernando. Ed anche questo aiuta a provare che io non son nato sotto una buona
stella. Ad ogni modo, amico Berar, - soggiunse egli, rivolgendosi all'indiano,
- sii ringraziato, per la tua buona intenzione.
- Non è una buona intenzione; è
una notizia, mi pare; - osservò sir Giorgio. - Andiamo a vedere la traccia del
sangue. -
La comitiva, seguendo l'invito
di sir Giorgio, andò tutta verso il torrente. Era il meno che si potesse fare,
per consolazione del duca di Marana, cavaliere sfortunato con le tigri, ed
anche un pochino con le donne. Videro il sangue, ond'era chiazzato per una
lunga striscia il sentiero, fino al margine dell'acqua, dove se ne era formata
una piccola pozza, e dove il terreno appariva anche tormentato dalle unghie di
una fiera.
- Si potrebbe passar l'acqua e
andare sull'orme; - disse Berar. - La tigre sarà andata a morire in quei boschi
laggiù.
- O a guarirci: - aggiunse il
duca di Marana, dando un'alzata di spalle. - Lasciamola guarire e ridere dei
fatti miei.
- Le tigri non ridono; - osservò
ingenuamente miss Maud.
- È vero, signorina; c'è al
mondo un solo animale che ride, e questo animale io debbo rappresentarlo
degnamente. Vedete, come rido? E adesso, signore mie, col loro permesso, vo a
fare l'archeologo. La pianta del prospetto del tempio è già allo scoperto, e
voglio in giornata rinvenire la linea delle navate. -
Signore e cavalieri seguirono il
duca, per dare un'occhiata curiosa a quelle rovine che tanto gli stavano a
cuore. Miss Maud, che era, come sappiamo da suo padre, la scienziata di casa
Lawson, volle conoscere la storia di Karma Vridi.
- Raccontatela voi, Guido, che
sapete ogni cosa; - disse il duca di Marana, che non poteva disfarsi del suo
malumore.
- Non ogni cosa, - rispose Guido
con la sua calma consueta, - ma questo brano di storia sì, per contentare la
signorina. -
E preso l'aire da un sorriso
della bella inglesina, Guido Laurenti narrò la storia di Karma Vridi, come
l'aveva risaputa egli stesso dal vecchio Lacmana, ma senza entrare nella
faccenda del tesoro nascosto, che avrebbe forse fatto ridere i Lawson ed anche
il vezzoso Lionello Edgeworth alle spalle di don Fernando, che sopraintendeva
frattanto con molta dignità agli scavi del tempio. L'archeologia è una passione
seria, e da potersi confessare liberamente, anche davanti a coloro che l'hanno
per una vera mania. La passione archeologica salvava adunque le apparenze con
gli ospiti; senza contare che non sarebbe stato prudente di accennare alla
possibilità di trovare un tesoro, destando le cupidigie di qualcheduno tra que'
braccianti indiani, che poteva anche intendere alla meglio il francese, lingua
diplomatica, usata dai nostri personaggi nella loro conversazione, dirò così,
internazionale.
Dopo la storia, venne la
colazione, fatta all'aperto e con una allegria veramente campestre. Non potrei
giurarvi che il duca di Marana vi partecipasse molto; ma già, lo sapete, don
Fernando per quel giorno brillava pochino. Solita disgrazia dei malcontenti, e
di coloro che hanno perduta la notte.
Vi ho detto che lady Evelina non
si era mossa dalla residenza di Secanderabad. La brava signora, sul punto di
mettersi in viaggio, era stata presa da un po' d'emicrania. L'invio della
figlia, in compagnia del babbo, teneva luogo d'una visita della padrona di
casa; e babbo e figlia potevano dire ai Laurenti come una loro visita un po'
lunga alla residenza fosse aspettata con desiderio da lady Evelina e da loro.
La signora Luisa promise, e suo marito del pari.
- Noi potremmo fare una cosa
bellissima; aveva aggiunto sir Giorgio. - Siamo due famiglie, due sentinelle
perdute dell'Europa in questa solitudine indiana, e viviamo a poche ore di
distanza l'una dall'altra. Non vi sembra che sarebbe bene di vederci spesso?
- Sarebbe una fortuna per noi; -
rispose Guido Laurenti, che non poteva onestamente rispondere diverso.
- Ogni settimana, dunque; vi
pare? Ma intendiamoci; una volta noi altri da voi, a Paravady, un'altra voi
alla residenza di Secanderabad. -
Come dire di no ad una offerta
così gentilmente fatta? La signora Luisa assentì col capo, e Guido Laurenti con
la voce, alle condizioni di sir Giorgio. Quella convenzione del gentile
diplomatico inglese si chiamò, con un nome abbastanza sonoro, il trattato di
Karma Vridi.
Il duca di Marana vedeva
stringersi frattanto i vincoli di una grande intimità fra miss Maud e la
signora Luisa. Erano sedute ambedue all'ombra della sua casa, e formavano un
quadro delizioso. Belle ambedue, ma d'una bellezza diversa; bruna l'italiana e
bionda l'inglese, quella più florida all'aspetto e più efficace
nell'espressione, questa più snella, quasi acerba, ma promettente la parte sua;
insomma, che vi dirò? due leggiadre figure, da contentar tutti i gusti; ed
anche da far perdere al duca di Marana quel po' di cervello che ancora gli
restava. Figuratevi! Lionello Edgeworth da una parte e Guido Laurenti
dall'altra, l'uno per foga di gioventù, l'altro per debito di cortesia, si
tenevano ai fianchi delle dame, le avevano come a dire impegnate. E a lui non
restava di libero che sir Giorgio; un amico eccellente, un diplomatico
rispettabile; ma un uomo, ahimè, nient'altro che un uomo.
Ci avete badato mai? Qualche
volta, senza ragioni apparenti, e quasi per arcana potenza divinatoria, il
cuore vi avverte di ciò che si pensa e si prepara dintorno a voi. Sembra allora
che gli uomini vi diventino trasparenti, per modo da lasciarvi scorgere i fili nascosti
che li fanno muovere in questo senso o in quell'altro, e sarei forse per dire
le intenzioni che dànno moto a quei fili.
Ora, al duca di Marana, posto
dal caso in quella condizione psicologica che vi ho detto, parve proprio di
vedere quelle intenzioni e quei fili. Quanto a Lionello Edgeworth, veramente
non c'era nulla da indovinare. Lionello, ardente di tutto il fuoco della sua
gioventù, aveva presa una cotta improvvisa per la signora Laurenti, e di ciò
poteva accorgersi don Fernando, anche senza gli avvertimenti misteriosi del
cuore, come avrebbe potuto accorgersene miss Maud, se nulla nulla si fosse data
pensiero del suo bel cuginetto. Ma se ne accorgeva la signora Luisa, che era
l'argomento di tante premure, la meta di tante ingenue adorazioni? Sì certo, se
ne accorgeva, ma aveva anche l'aria di non prenderle sul serio.
Una donna, segnatamente quando
abbia dovuto farci l'abitudine, non dà più una particolare importanza a certi
omaggi, che sono una conseguenza necessaria della sua bellezza, e spera sempre
(tanti ha potuto conoscerne alla prova delle chiacchiere) che anche il più
recente de' suoi adoratori si raffredderà a mano a mano, smetterà le sue
pretensioni d'innamorato, per diventare un amico. S'intende, quando costui
meriti d'essere accettato come tale. E al duca di Marana sembrava appunto che
la signora Luisa la vedesse così, e pel biondo Lionello e per lui. Anche per
lui, sicuramente. Don Fernando si metteva in ispirito al posto di Lionello,
faceva le sue medesime sciocchezze, e gli toccava la medesima sorte.
Ragione per non farle, direte. E
don Fernando si prometteva appunto di non cascare nella imitazione di quel
ragazzo inesperto. Ma intanto soffriva di vederlo là, tutto inteso a piacerle;
e soffriva non meno, pensando al futuro e non vedendoci chiaro.
Ma che cosa faceva in quel
mentre il suo ospite, l'indianista Laurenti? In primo luogo, non badava affatto
alle smancerie del signor Lionello. Già, era sempre lui, freddino parecchio,
noncurante della moglie. Di che cosa si sarebbe egli ingelosito, se non poteva
più sentire la gelosia? Felice amico! E come la signorina Maud era tutta
gentilezza per lui! Badate, non c'era nulla di esagerato nel loro contegno
scambievole; a tutta prima, e senza sofisticarci su, si poteva credere che
fosse compitezza di buon cavaliere da una parte, e stima dall'altra, come
poteva averne una ragazza per bene, amante dei forti caratteri e delle forti
commozioni, per un uomo della tempra di Guido Laurenti, così candido e gentile
nella sua gravità, così modesto nella sua dottrina e nel suo coraggio. Ma non
per nulla il duca di Marana aveva al suo servizio quel raggio di luce che dovea
rischiarargli le fibre più riposte dei cuori, e andava sicuro dietro a quel
raggio, come il popolo d'Israele dietro alla sua colonna di fuoco. Guido
Laurenti, per lui, era rimasto colpito dalle grazie giovanili di miss Lawson.
Infine, non l'aveva trovata bella? E miss Lawson andava in visibilio per Guido.
Non poteva essere altrimenti, per un uomo che lì per lì, tra la conversazione
della sera e il saluto della mattina, aveva uccisa una tigre. Un uomo che ha
uccisa una tigre ha sempre buon giuoco con le donne. Forse, diranno i maligni,
c'è in esse un pochino di spirito di corpo, che le consiglia a far le vendette
d'una povera estinta. Perché, già, anche il bel sesso ha i suoi detrattori.
Comunque sia, eccovi il duca di
Marana con un diavolo per occhio. Vedesse bene o male in quel punto, il fatto
era questo, che don Fernando si trovava fuori del ballo, faceva da comparsa
insieme col suo amico sir Giorgio. Forse s'ingannava, e tutte le sue fisime non
avevano altro fondamento che il malumore, conseguenza di una notte perduta. Ma
infine, ci vuol pazienza; quando si hanno le lune, bisogna portarne la pena,
sfigurando al confronto degli altri. Brillar poco, si sa, è proprio delle lune.
E per quel giorno, don Fernando non brillò affatto; egli cavaliere perfetto,
così amabile, così galante, così arguto, quando si sentiva libero di cuore, e
quando aveva dormito.
Si era allontanato dalla
comitiva, per attendere agli scavi. La sua gente lavorava di buona voglia, e
quel punto delle rovine a cui egli aveva rivolta ogni sua cura, incominciava a
scoprirsi. Ma erano tutti massi ammonticchiati, in mezzo ai quali si capiva
poco o niente della struttura antica del tempio; le colonne (se pure erano
colonne, e non pilastri di fabbrica) dovevano essere sepolte sotto parecchi
metri di rottami.
Ora l'uno ora l'altro
personaggio della brigata andava a fare un po' di chiacchiera con lui; ma più
di tutti sir Giorgio. Aveva uno scopo, sir Giorgio? Sì e no. I babbi ne hanno
sempre uno e non vanno mai con la testa per aria. In fatto d'occasioni, ogni
lasciata è persa, e i signori babbi non ne vogliono perdere alcuna.
Miss Maud si trovò per un
istante sola con lui. Era tanto carina, con quel suo cappellino bianco, che
velava appena di un'ombra leggiera la sua carnagione tutta latte e sangue!
- Ha ragione Guido, questa
ragazza è bella; disse tra sé don Fernando. - Ma egli ha torto a invaghirsene,
trascurando sua moglie. Che cosa? Dove può condurlo, questo capriccio? Oh
bella! Forse che un uomo ci pensa, a queste cose? Ed io, di grazia, non… Ma
ecco, il mio caso è diverso… Io…-
L'avvicinarsi della signora
Luisa gli ruppe il filo del ragionamento. E fu davvero un peccato, perché ne avremmo
sentite delle belle.
- Adesso, vengono. - borbottò
don Fernando. - Bisognerà metter su muso, per vederle capitare?
Intanto, volgendo gli occhi alla
donna gentile, salutò la sua venuta con un mezzo sorriso.
- E così? - disse la signora
Luisa; - immobile come Napoleone sullo scoglio di Sant'Elena? -
Don Fernando si avvide soltanto
allora che stava duro impalato al suo posto, con le braccia intrecciate sul
petto, e rise suo malgrado di quel paragone che gli andava proprio a capello.
- Signora mia, perdonate; -
diss'egli, lasciando prontamente quel suo atteggiamento statuario; questi
ruderi mi danno tanto da pensare! Dio sa quanti giorni ci vorranno, per
giungere a capirci qualche cosa.
- E a trovare il terzo avatara
di Visnù, non è vero? - chiese la signora Luisa, appoggiando la frase con un
sorrisetto malizioso. - Ma se è stato dugent'anni sepolto, non c'è niente di
male che ci stia ancora due mesi. -
La signora Luisa, evidentemente
conosceva la storia del tesoro; né il duca di Marana, doveva maravigliarsene.
Del resto, il pensiero di don Fernando aveva ben altro da fare in quel punto;
per esempio, da fermarsi con una certa compiacenza su quell'accenno a due mesi
di lavoro, che supponevano due mesi di vita comune, proposti con tanta
naturalezza dalla donna gentile.
L'intenzione poteva esserci e
non esserci; ma a don Fernando piacque di vedercela. Si crede così facilmente
tutto quello che si desidera!
Per altro, don Fernando non
credette opportuno di rilevare apertamente un significato così amorevole per lui.
- Due mesi - esclamò invece, con
aria malinconica. - Sarebbe veramente un po' troppo, per la mia impazienza. Non
sapete, signora? Io, quando faccio una cosa, ci metto l'anima. Il desiderio di
riuscire è come un fuoco interno; e il fuoco brucia.
- Sta bene, - rispose la
signora, - ma non occorre che divampi. Il divampare è proprio dei fuochi di
paglia. -
Che cosa voleva dire la signora
Luisa, con quel paragone? Don Fernando, che aveva incominciato a vedere i sensi
riposti, non poteva resistere alla tentazione di vederne un altro nelle ultime
parole di lei. Fu per guardarla in viso, ma non ne ebbe il coraggio. Già, non
aveva dormito, e temeva di aver gli occhi rossi.
La lontananza delle signore dal
terrapieno aveva fatto muovere anche i cavalieri verso le rovine. Miss Maud si
era accostata a Guido e al cugino Lionello, per invitarli a vedere un masso che
recava qualche traccia di scultura. A Guido sembrò di potervi riconoscere un
pezzo del fregio che doveva correre sull'ingresso della navata maggiore.
- Prendete dunque la cosa con
calma; - proseguiva intanto la signora Luisa. - E frattanto, intendiamoci sul
d'un punto. Voi non contate mica di restare un'altra notte a Karma Vridi?
- No, vengo stasera di certo.
- Perché stasera e non subito,
con tutti noi?
- Veramente, la casa ha bisogno
di qualche altro lavoro, perché sia un asilo sicuro nella notte. Vedete? È
appena imbastita.
- Lasciate i vostri ordini a
Berar. Cinquanta uomini possono far molto, in cinque o sei ore di giorno. Voi
qui non ci fareste altro che stare a vedere. Fate meglio; venite in giù per il
pranzo. Scusate, don Fernando, vi parlo come ad uno della famiglia….
- Mi fate onore; così amo di
essere trattato.
- Vedete, - ripigliò la signora,
- abbiamo degli ospiti. Sono venuti per noi, lo ammetto, ma siete stato voi,
l'introduttore, l'anello di congiunzione.
- È verissimo.
- Fate dunque il vostro ufficio
di anello; - conchiuse ella argutamente. - Non è neanche ben fatto lasciar così
miss Lawson. -
In tutt'altra occasione, un
simile accenno avrebbe destata l'ilarità di don Fernando, ed egli avrebbe
soggiunto che a miss Lawson non mancavano certo i cavalieri. Ma appunto
l'immagine dei cavalieri, e di certi cavalieri, affacciandosi allo spirito di
don Fernando gli fece balenare un sospetto. Che la signora vedesse di mal
occhio l'assiduità di Guido presso miss Maud? Don Fernando non istette a
cercare più addentro, e rispose con molta gravità:
- Avete ragione, signora. Do le
mie istruzioni a Berar e sono agli ordini di Vostra Mercede. -
Sapete già che il nostro
spagnuolo amava tradurre così l'Usted, di uso tanto comune nella sua
lingua natale
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