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Anton Giulio Barrili
Il tesoro di Golconda

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Invidia e ipocrisia! Graziosi sentimenti, dirà il lettore, per un eroe da romanzo come il duca di Marana. Ma vogliate por mente, amico lettore, vogliate concedere e vogliate distinguere; sopra tutto distinguere. Si tratta di quantità; si tratta anche del grado di malleveria che può averci un uomo, nei pensieri che gli si affacciano alla mente. La chimica, vedete, ha trovato l'oro e il ferro, nella composizione del bipede in discorso, come ci ha trovato il fosforo, l'arsenico, lo zolfo, ed altre diavolerie senza fine. Che cosa ne possiamo noi, se siamo una drogheria ambulante? Merito nostro, se a certe parti di noi non lasciamo prendere il vantaggio sul tutto.

Ora, il duca di Marana non era mica troppo contento di averceli in corpo, quei due sentimenti peccaminosi. Credete pure che essi entravano per due terzi nel malumore con cui egli si presentava al saluto del sole. Il resto andava sul conto della vigilia prolungata; di cui intendeva ricattarsi tra breve, cioè dopo aver date le disposizioni opportune per mettere a lavoro la sua gente.

Quanto a ritornare, lo aveva detto: non prima di sera. I lavori di sterro dovevano essere incominciati vigorosamente. Egli, poi, voleva castigarsi un tantino di quella sua facilità infiammatoria che sapete; voleva… che cosa non voleva, il mio duca? per , dopo aver ricevute le notizie del Sahibgar, voleva anche indugiare il suo incontro coi Lawson. E di questo indovinerete la ragione con molta facilità. Una donna che ci è piaciuta tanto e quanto, non la vediamo volentieri in presenza di un'altra che ci turba gli spiriti. In queste posizioni ambigue l'uomo ci si trova sempre impacciato, e finisce anche col mostrarsi ridicolo. Notate inoltre che Guido, parlando di miss Maud, gli aveva detto ridendo (ma anche ridendo si può dire una verità): «voi l'amate; voi l'amerete.» E la signora Luisa, dal canto suo, si sarebbe forse astenuta dal dirgli: «avevate torto; miss Maud è una bella ragazza

Ora, il meglio che potesse fare il duca, di Marana, era appunto di ritardare l'incontro. Anche a doverci cascare, erano sempre otto o dieci ore di confusione, risparmiate alla sua dignità mascolina. Perciò, come ebbe ripreso il suo ufficio di sopraintendente ai lavori, si volse all'amico e gli disse:

- Non vorrete mica annoiarvi quassù? Tornate ai vostri studi, mio caro: io verrò questa sera.

- Che! - rispose Guido. - Non mi muovo neanch'io. -

Don Fernando inarcò le ciglia a quella escita di Guido.

- Stiamo a vedere che diventate un archeologo; - esclamò.

- Fate conto che lo sia già; voglio tenervi compagnia.

- Grazie, ma almeno, la vostra tigre…, volete che stia qui a marcire, a questi stelloni?

- No, certamente; la manderò a casa più tardi. Ma non capite, benedetto uomo, che non c'è nessuna ragione di muoversi da Karma Vridi, quando…

- Quando, che cosa?

- Quando il Sahibgar si muove lui, per venire a questa volta. Sicuro, Fernando; - proseguì il Laurenti ridendo dello stupore del duca; - voi non pensavate ad andare incontro ai vostri amici di Secanderabad, ed i vostri amici di Secanderabad sono a quest'ora in cammino per venire da voi. S'intende che fanno una scampagnata, e appunto per questo hanno accettato di restare un giorno con noi. Ma la ragione ultima, la ragione ultima qual è? Io credo che sir Giorgio Lawson sia innamorato di voi. Albione accarezza la Spagna. Scommetto che vuol cedergliGibilterra!

- Matto! - esclamò don Fernando, che non potè trattenersi dal ridere. - E siete voi che lo dite… con tanta calma? Voi che trovate bella miss Maud?

- Ah ah! Questa è una frecciata in pieno; osservò Guido Laurenti. - Sareste geloso, per avventura?

- No; accennavo semplicemente un fatto.

- Quand'è così, mettiamolo in chiaro a dirittura. Io ho lodata la bellezza di miss Maud, in omaggio alla verità, e per vendicarla da un giudizio ingiusto che ne avete voi dato l'altro , voglio credere per celia. Che cosa ci vedete di strano? Senza secondi fini, si può riconoscere il bello anche fuori di casa propria. -

Il duca di Marana accettò per buono l'argomento, quantunque, a dir vero, gli paresse un po' troppo da marito. I mariti, si sa, trovano sempre il modo di conciliare le loro ammirazioni di fuori via con la mezza divozione al santo di casa.

- Viva dunque miss Maud! - gridò egli allegramente. - La loderò anch'io, senza secondi fini; perché in verità non sarà lei che mi farà rinunziare al celibato. Che ve ne pare? Ecco una ragazza che ha trovati due giudici molto imparziali, fin troppo imparziali! Ella forse preferirebbe una lode più modesta, ma assai meno indipendenza di cuore. Per fortuna, c'è un biondo Lionello, che non si contenta di giudicare, ma mette anche la sua berretta nera ai piedi della cugina.

- Un bel giovinotto! - esclamò Guido Laurenti. - E voi credete

- Credo quel che ho veduto. Non fa altro che covarla, da mattina a sera. La sposerà, se Dio vuole, e se la porterà a Calcutta, dove ha l'impiego,

- Amen, se così vi piace, amico Fernando; - disse Guido, inchinandosi.

Erano le otto del mattino, e la squadra degli indiani, che il duca di Marana aveva mandata a Paravady per le provvigioni, non era anche arrivata. Giunse in quella vece sulle nove, ma cresciuta di numero e d'importanza. Due elefanti torreggiavano nel mezzo, portando in groppa gli haoda, o sedie di gala, su cui stavano seduti a due a due gli annunziati visitatori di Karma Vridi. Il duca di Marana ravvisò subito sul primo haoda le due donne che gli dispiaceva tanto di vedere insieme, per quella astruseria psicologica che vi ho detto poc'anzi. Né gli dispiacque meno di presentarsi a loro con la faccia d'uno che aveva perduto la nottata. Ma ci voleva pazienza, e il meglio che potesse fare in quel punto era di muovere incontro alle dame.

Un po' tardi, veramente, per fare il suo debito di cavaliere al montatoio. La signora Luisa scendeva per la prima; e Lionello, il biondo Lionello, balzato già prima dalla groppa del secondo elefante, era stato sollecito ad offrirle la mano. Si rivolse allora a miss Maud, che smontava dopo la signora Luisa; ma , nella calca, Guido Laurenti veniva a trovarsi meglio impostato di lui, per cogliere la palla al balzo. Ed egli, dopo tutto, non si ficcò in mezzo, per contendergli quell'onore. Che anzi, volete sapere quel che fece? Andò più in e si fece sotto al secondo elefante, per dar la mano a sir Giorgio, il quale, da buon diplomatico, scendeva con tutti i suoi comodi.

- Oh, ben trovato, signor duca! - gridò egli, con l'accento di Archimede, quando ebbe sciolto il suo famoso problema. - Ed anche molto cercato e desiderato! - soggiunse. - Bisognava proprio fare per voi il miracolo di Maometto.

- Venire alla montagna, sir Giorgio; - rispose il duca. - Ma pensate che la montagna non ne sapeva nulla; altrimenti, vi giuro che si sarebbe posta le ali al piede. Eh eh! che cosa ne dite, di questa montagna che vola

- L'immagine è ardita; - osservò sir Giorgio; - ma l'ho provocata io e non posso lagnarmene. Ma sapete, signor duca, che voi siete il più irrequieto degli uomini?

- Perché, di grazia?

- Perché? C'è bisogno di dirlo? Giunto appena tra i vostri amici, prendete la via della jungla; uccidete i serpenti (perché sappiamo anche questa, delle vostre imprese, e abbiamo veduta la vostra vittima), visitate i monumenti, e poi vi date alla macchia.

- Per amore dell'archeologia; - rispose don Fernando; - per amore dell'archeologia, vi prego di crederlo. È l'unica scienza che il mio amico Laurenti mi abbia lasciata, lui che sa tutto e di tutto si occupa.

- È un gran dotto, il vostro amico; ha già uno studio maraviglioso, un vero museo. Gli proporremo di comperarglielo, per arricchire quello di Londra. Mia figlia è rimasta incantata a vederlo, lei che è la scienziata di casa. Ma parliamo di voi; che cosa contate di trovare, frugando in quelle rovine?

- Il terzo avatara di Visnù; - rispose gravemente il duca di Marana.

Don Fernando diceva la verità. Non si poteva giungere al sotterraneo, senza trovare il bassorilievo del terzo avatara di Visnù.

- Diamine - esclamò sir Giorgio. - Ed è per un terzo avatara, che lasciate gli amici? Benedetti gli archeologi! Ma già, tutti i gusti son gusti.

- Non sa nulla del tesoro; - pensò don Fernando tra sé.

Indi, prese a difendersi dalla celia del suo amico sir Giorgio. Il terzo avatara di Visnù non era senza importanza. Nessun museo d'Europa ne possedeva una immagine. Era anche rarissimo in India, dove il culto di Siva, del Mahadeva, come era comunemente detto, era sottentrato, mercè la violenza, a quello di Visnù. Egli, don Fernando Solis, duca di Marana y Cueva, era un viaggiatore, un giramondo, un ebreo errante; ma a che servirebbe un viaggiatore, se non cercasse di rendersi utile in qualche modo alla scienza? Don Fernando Solis, duca di Marana y Cueva, ne chiamava giudice il suo buon amico sir Giorgio Lawson, residente britannico a Secanderab. Era permesso ad un viaggiatore, che non volesse parere un pazzo sconclusionato, era permesso di trovarsi in India, di supporre che sotto un mucchio di rovine, a poche miglia discosto da lui, ci fosse un terzo avatara di Visnù, senza andarlo a cercare, senza tentare il colpo di recarne un esemplare in Europa?

Queste ragioni persuasero sir Giorgio, che del resto parlava per celia, volendo fare una dimostrazione della sua amorevolezza pel duca di Marana, suo ospite di pochi giorni addietro.

- Intanto, ci siete mancato iersera; - diss'egli. - L'annunzio della vostra fermata in questo deserto è stato un vero disastro per la società di Paravady.

- Ma sì, - entrò a dire la signora Luisa, che don Fernando aveva ossequiata poc'anzi, ma senza poter guizzare di mano a sir Giorgio, - vi siete fatto molto desiderare, iersera.

- Signora mia, quale onore! - balbettò don Fernando.

La signora Luisa diede in un allegra risata.

- Con che aria lo dite, signor duca! Per caso, in queste poche ore di lontananza, saremmo noi diventati semplici conoscenti, da rimetterci così in cerimonia? -

Il duca di Marana avrebbe voluto dirlo lui, o almeno lasciarlo trapelare con due parole un po' calde quel che era diventato, e in pochi giorni di dimora a Paravady. Ma la signora Luisa aveva sempre al fianco il vezzoso Lionello Edgeworth, che pareva essersi costituito suo cavaliere per tutta la giornata.

- Maledetto inglesino! - borbottò don Fernando. - O perché non va al suo posto, presso la cuginetta?

La cuginetta andava in compagnia di Guido Laurenti. Era giusto che il padrone di casa facesse il cavaliere alla dama forestiera; e poiché lady Evelina non si era mossa da Secanderabad, Guido non poteva dicevolmente che accompagnare miss Maud. Per contro, sir Giorgio avrebbe dovuto dare il braccio alla signora Luisa. Ma che cos'era invece avvenuto, e proprio per colpa di don Fernando? Che il braccio di sir Giorgio era andato a noleggiarselo lui, e Lionello Edgeworth aveva colta l'occasione per cacciarsi avanti con la signora. A farlo a posta, non poteva andar peggio.

Visitando il campo di Karma Vridi, si era giunti davanti alla tigre, che alcuni indiani stavano coprendo di frasche, in attesa di portarla al Sahibgar. La vista di quell'animale, che era certamente tra i più grossi e i più begli esemplari della sua specie, destò l'ammirazione di tutti, ma più specialmente di miss Maud.

- E chi l'ha uccisa? - domandò la fanciulla.

- Vorrei dirvi che l'ho uccisa io; - rispose don Fernando, con aria malinconica. - Ma in verità, l'ha uccisa, con due colpi maravigliosi, il mio amico Laurenti.

- Come? - gridò la signora Luisa. - La tigre lo aveva aspettato proprio lui?

- Pare di sì; forse io non le ero sembrato un degno avversario. -

E qui, facendosi un obbligo di raccontare ogni cosa che tornasse ad onore dell'amico Laurenti, narrò appuntino tutti i particolari di quella caccia notturna. Miss Maud, che, come sappiamo da suo padre, amava le forti commozioni, lo stava ad udire con molta attenzione, e il piacere che risentiva dal racconto di don Fernando le si leggeva negli occhi.

- Il guaio è stato proprio questo, - conchiuse il duca, - che il mio amico Laurenti, giunto a tempo per ammazzare la tigre, non me ne ha lasciata un'altra per mo' di consolazione. Quando egli è andato a dormire, ho pure avuto il destro di fare un colpo, ma pur troppo inutilmente.

In quel mentre, giungeva Berar, in compagnia di quattro uomini che tornavano da attinger acqua.

- Sahib Marana, - diss'egli, avvicinandosi al duca, - laggiù, verso il torrente, si vedono i sassi macchiati da una striscia di sangue.

- Uomo di poca fede, ricredetevi! - esclamò Guido Laurenti. - Avete colpita la vostra tigre anche voi.

- Ma essa è fuggita; - notò don Fernando. Ed anche questo aiuta a provare che io non son nato sotto una buona stella. Ad ogni modo, amico Berar, - soggiunse egli, rivolgendosi all'indiano, - sii ringraziato, per la tua buona intenzione.

- Non è una buona intenzione; è una notizia, mi pare; - osservò sir Giorgio. - Andiamo a vedere la traccia del sangue. -

La comitiva, seguendo l'invito di sir Giorgio, andò tutta verso il torrente. Era il meno che si potesse fare, per consolazione del duca di Marana, cavaliere sfortunato con le tigri, ed anche un pochino con le donne. Videro il sangue, ond'era chiazzato per una lunga striscia il sentiero, fino al margine dell'acqua, dove se ne era formata una piccola pozza, e dove il terreno appariva anche tormentato dalle unghie di una fiera.

- Si potrebbe passar l'acqua e andare sull'orme; - disse Berar. - La tigre sarà andata a morire in quei boschi laggiù.

- O a guarirci: - aggiunse il duca di Marana, dando un'alzata di spalle. - Lasciamola guarire e ridere dei fatti miei.

- Le tigri non ridono; - osservò ingenuamente miss Maud.

- È vero, signorina; c'è al mondo un solo animale che ride, e questo animale io debbo rappresentarlo degnamente. Vedete, come rido? E adesso, signore mie, col loro permesso, vo a fare l'archeologo. La pianta del prospetto del tempio è già allo scoperto, e voglio in giornata rinvenire la linea delle navate. -

Signore e cavalieri seguirono il duca, per dare un'occhiata curiosa a quelle rovine che tanto gli stavano a cuore. Miss Maud, che era, come sappiamo da suo padre, la scienziata di casa Lawson, volle conoscere la storia di Karma Vridi.

- Raccontatela voi, Guido, che sapete ogni cosa; - disse il duca di Marana, che non poteva disfarsi del suo malumore.

- Non ogni cosa, - rispose Guido con la sua calma consueta, - ma questo brano di storia sì, per contentare la signorina. -

E preso l'aire da un sorriso della bella inglesina, Guido Laurenti narrò la storia di Karma Vridi, come l'aveva risaputa egli stesso dal vecchio Lacmana, ma senza entrare nella faccenda del tesoro nascosto, che avrebbe forse fatto ridere i Lawson ed anche il vezzoso Lionello Edgeworth alle spalle di don Fernando, che sopraintendeva frattanto con molta dignità agli scavi del tempio. L'archeologia è una passione seria, e da potersi confessare liberamente, anche davanti a coloro che l'hanno per una vera mania. La passione archeologica salvava adunque le apparenze con gli ospiti; senza contare che non sarebbe stato prudente di accennare alla possibilità di trovare un tesoro, destando le cupidigie di qualcheduno tra que' braccianti indiani, che poteva anche intendere alla meglio il francese, lingua diplomatica, usata dai nostri personaggi nella loro conversazione, dirò così, internazionale.

Dopo la storia, venne la colazione, fatta all'aperto e con una allegria veramente campestre. Non potrei giurarvi che il duca di Marana vi partecipasse molto; ma già, lo sapete, don Fernando per quel giorno brillava pochino. Solita disgrazia dei malcontenti, e di coloro che hanno perduta la notte.

Vi ho detto che lady Evelina non si era mossa dalla residenza di Secanderabad. La brava signora, sul punto di mettersi in viaggio, era stata presa da un po' d'emicrania. L'invio della figlia, in compagnia del babbo, teneva luogo d'una visita della padrona di casa; e babbo e figlia potevano dire ai Laurenti come una loro visita un po' lunga alla residenza fosse aspettata con desiderio da lady Evelina e da loro. La signora Luisa promise, e suo marito del pari.

- Noi potremmo fare una cosa bellissima; aveva aggiunto sir Giorgio. - Siamo due famiglie, due sentinelle perdute dell'Europa in questa solitudine indiana, e viviamo a poche ore di distanza l'una dall'altra. Non vi sembra che sarebbe bene di vederci spesso?

- Sarebbe una fortuna per noi; - rispose Guido Laurenti, che non poteva onestamente rispondere diverso.

- Ogni settimana, dunque; vi pare? Ma intendiamoci; una volta noi altri da voi, a Paravady, un'altra voi alla residenza di Secanderabad. -

Come dire di no ad una offerta così gentilmente fatta? La signora Luisa assentì col capo, e Guido Laurenti con la voce, alle condizioni di sir Giorgio. Quella convenzione del gentile diplomatico inglese si chiamò, con un nome abbastanza sonoro, il trattato di Karma Vridi.

Il duca di Marana vedeva stringersi frattanto i vincoli di una grande intimità fra miss Maud e la signora Luisa. Erano sedute ambedue all'ombra della sua casa, e formavano un quadro delizioso. Belle ambedue, ma d'una bellezza diversa; bruna l'italiana e bionda l'inglese, quella più florida all'aspetto e più efficace nell'espressione, questa più snella, quasi acerba, ma promettente la parte sua; insomma, che vi dirò? due leggiadre figure, da contentar tutti i gusti; ed anche da far perdere al duca di Marana quel po' di cervello che ancora gli restava. Figuratevi! Lionello Edgeworth da una parte e Guido Laurenti dall'altra, l'uno per foga di gioventù, l'altro per debito di cortesia, si tenevano ai fianchi delle dame, le avevano come a dire impegnate. E a lui non restava di libero che sir Giorgio; un amico eccellente, un diplomatico rispettabile; ma un uomo, ahimè, nient'altro che un uomo.

Ci avete badato mai? Qualche volta, senza ragioni apparenti, e quasi per arcana potenza divinatoria, il cuore vi avverte di ciò che si pensa e si prepara dintorno a voi. Sembra allora che gli uomini vi diventino trasparenti, per modo da lasciarvi scorgere i fili nascosti che li fanno muovere in questo senso o in quell'altro, e sarei forse per dire le intenzioni che dànno moto a quei fili.

Ora, al duca di Marana, posto dal caso in quella condizione psicologica che vi ho detto, parve proprio di vedere quelle intenzioni e quei fili. Quanto a Lionello Edgeworth, veramente non c'era nulla da indovinare. Lionello, ardente di tutto il fuoco della sua gioventù, aveva presa una cotta improvvisa per la signora Laurenti, e di ciò poteva accorgersi don Fernando, anche senza gli avvertimenti misteriosi del cuore, come avrebbe potuto accorgersene miss Maud, se nulla nulla si fosse data pensiero del suo bel cuginetto. Ma se ne accorgeva la signora Luisa, che era l'argomento di tante premure, la meta di tante ingenue adorazioni? Sì certo, se ne accorgeva, ma aveva anche l'aria di non prenderle sul serio.

Una donna, segnatamente quando abbia dovuto farci l'abitudine, non più una particolare importanza a certi omaggi, che sono una conseguenza necessaria della sua bellezza, e spera sempre (tanti ha potuto conoscerne alla prova delle chiacchiere) che anche il più recente de' suoi adoratori si raffredderà a mano a mano, smetterà le sue pretensioni d'innamorato, per diventare un amico. S'intende, quando costui meriti d'essere accettato come tale. E al duca di Marana sembrava appunto che la signora Luisa la vedesse così, e pel biondo Lionello e per lui. Anche per lui, sicuramente. Don Fernando si metteva in ispirito al posto di Lionello, faceva le sue medesime sciocchezze, e gli toccava la medesima sorte.

Ragione per non farle, direte. E don Fernando si prometteva appunto di non cascare nella imitazione di quel ragazzo inesperto. Ma intanto soffriva di vederlo , tutto inteso a piacerle; e soffriva non meno, pensando al futuro e non vedendoci chiaro.

Ma che cosa faceva in quel mentre il suo ospite, l'indianista Laurenti? In primo luogo, non badava affatto alle smancerie del signor Lionello. Già, era sempre lui, freddino parecchio, noncurante della moglie. Di che cosa si sarebbe egli ingelosito, se non poteva più sentire la gelosia? Felice amico! E come la signorina Maud era tutta gentilezza per lui! Badate, non c'era nulla di esagerato nel loro contegno scambievole; a tutta prima, e senza sofisticarci su, si poteva credere che fosse compitezza di buon cavaliere da una parte, e stima dall'altra, come poteva averne una ragazza per bene, amante dei forti caratteri e delle forti commozioni, per un uomo della tempra di Guido Laurenti, così candido e gentile nella sua gravità, così modesto nella sua dottrina e nel suo coraggio. Ma non per nulla il duca di Marana aveva al suo servizio quel raggio di luce che dovea rischiarargli le fibre più riposte dei cuori, e andava sicuro dietro a quel raggio, come il popolo d'Israele dietro alla sua colonna di fuoco. Guido Laurenti, per lui, era rimasto colpito dalle grazie giovanili di miss Lawson. Infine, non l'aveva trovata bella? E miss Lawson andava in visibilio per Guido. Non poteva essere altrimenti, per un uomo che per , tra la conversazione della sera e il saluto della mattina, aveva uccisa una tigre. Un uomo che ha uccisa una tigre ha sempre buon giuoco con le donne. Forse, diranno i maligni, c'è in esse un pochino di spirito di corpo, che le consiglia a far le vendette d'una povera estinta. Perché, già, anche il bel sesso ha i suoi detrattori.

Comunque sia, eccovi il duca di Marana con un diavolo per occhio. Vedesse bene o male in quel punto, il fatto era questo, che don Fernando si trovava fuori del ballo, faceva da comparsa insieme col suo amico sir Giorgio. Forse s'ingannava, e tutte le sue fisime non avevano altro fondamento che il malumore, conseguenza di una notte perduta. Ma infine, ci vuol pazienza; quando si hanno le lune, bisogna portarne la pena, sfigurando al confronto degli altri. Brillar poco, si sa, è proprio delle lune. E per quel giorno, don Fernando non brillò affatto; egli cavaliere perfetto, così amabile, così galante, così arguto, quando si sentiva libero di cuore, e quando aveva dormito.

Si era allontanato dalla comitiva, per attendere agli scavi. La sua gente lavorava di buona voglia, e quel punto delle rovine a cui egli aveva rivolta ogni sua cura, incominciava a scoprirsi. Ma erano tutti massi ammonticchiati, in mezzo ai quali si capiva poco o niente della struttura antica del tempio; le colonne (se pure erano colonne, e non pilastri di fabbrica) dovevano essere sepolte sotto parecchi metri di rottami.

Ora l'uno ora l'altro personaggio della brigata andava a fare un po' di chiacchiera con lui; ma più di tutti sir Giorgio. Aveva uno scopo, sir Giorgio? Sì e no. I babbi ne hanno sempre uno e non vanno mai con la testa per aria. In fatto d'occasioni, ogni lasciata è persa, e i signori babbi non ne vogliono perdere alcuna.

Miss Maud si trovò per un istante sola con lui. Era tanto carina, con quel suo cappellino bianco, che velava appena di un'ombra leggiera la sua carnagione tutta latte e sangue!

- Ha ragione Guido, questa ragazza è bella; disse tra sé don Fernando. - Ma egli ha torto a invaghirsene, trascurando sua moglie. Che cosa? Dove può condurlo, questo capriccio? Oh bella! Forse che un uomo ci pensa, a queste cose? Ed io, di grazia, non… Ma ecco, il mio caso è diverso… Io…-

L'avvicinarsi della signora Luisa gli ruppe il filo del ragionamento. E fu davvero un peccato, perché ne avremmo sentite delle belle.

- Adesso, vengono. - borbottò don Fernando. - Bisognerà metter su muso, per vederle capitare?

Intanto, volgendo gli occhi alla donna gentile, salutò la sua venuta con un mezzo sorriso.

- E così? - disse la signora Luisa; - immobile come Napoleone sullo scoglio di Sant'Elena? -

Don Fernando si avvide soltanto allora che stava duro impalato al suo posto, con le braccia intrecciate sul petto, e rise suo malgrado di quel paragone che gli andava proprio a capello.

- Signora mia, perdonate; - diss'egli, lasciando prontamente quel suo atteggiamento statuario; questi ruderi mi danno tanto da pensare! Dio sa quanti giorni ci vorranno, per giungere a capirci qualche cosa.

- E a trovare il terzo avatara di Visnù, non è vero? - chiese la signora Luisa, appoggiando la frase con un sorrisetto malizioso. - Ma se è stato dugent'anni sepolto, non c'è niente di male che ci stia ancora due mesi. -

La signora Luisa, evidentemente conosceva la storia del tesoro; né il duca di Marana, doveva maravigliarsene. Del resto, il pensiero di don Fernando aveva ben altro da fare in quel punto; per esempio, da fermarsi con una certa compiacenza su quell'accenno a due mesi di lavoro, che supponevano due mesi di vita comune, proposti con tanta naturalezza dalla donna gentile.

L'intenzione poteva esserci e non esserci; ma a don Fernando piacque di vedercela. Si crede così facilmente tutto quello che si desidera!

Per altro, don Fernando non credette opportuno di rilevare apertamente un significato così amorevole per lui.

- Due mesi - esclamò invece, con aria malinconica. - Sarebbe veramente un po' troppo, per la mia impazienza. Non sapete, signora? Io, quando faccio una cosa, ci metto l'anima. Il desiderio di riuscire è come un fuoco interno; e il fuoco brucia.

- Sta bene, - rispose la signora, - ma non occorre che divampi. Il divampare è proprio dei fuochi di paglia. -

Che cosa voleva dire la signora Luisa, con quel paragone? Don Fernando, che aveva incominciato a vedere i sensi riposti, non poteva resistere alla tentazione di vederne un altro nelle ultime parole di lei. Fu per guardarla in viso, ma non ne ebbe il coraggio. Già, non aveva dormito, e temeva di aver gli occhi rossi.

La lontananza delle signore dal terrapieno aveva fatto muovere anche i cavalieri verso le rovine. Miss Maud si era accostata a Guido e al cugino Lionello, per invitarli a vedere un masso che recava qualche traccia di scultura. A Guido sembrò di potervi riconoscere un pezzo del fregio che doveva correre sull'ingresso della navata maggiore.

- Prendete dunque la cosa con calma; - proseguiva intanto la signora Luisa. - E frattanto, intendiamoci sul d'un punto. Voi non contate mica di restare un'altra notte a Karma Vridi?

- No, vengo stasera di certo.

- Perché stasera e non subito, con tutti noi?

- Veramente, la casa ha bisogno di qualche altro lavoro, perché sia un asilo sicuro nella notte. Vedete? È appena imbastita.

- Lasciate i vostri ordini a Berar. Cinquanta uomini possono far molto, in cinque o sei ore di giorno. Voi qui non ci fareste altro che stare a vedere. Fate meglio; venite in giù per il pranzo. Scusate, don Fernando, vi parlo come ad uno della famiglia….

- Mi fate onore; così amo di essere trattato.

- Vedete, - ripigliò la signora, - abbiamo degli ospiti. Sono venuti per noi, lo ammetto, ma siete stato voi, l'introduttore, l'anello di congiunzione.

- È verissimo.

- Fate dunque il vostro ufficio di anello; - conchiuse ella argutamente. - Non è neanche ben fatto lasciar così miss Lawson. -

In tutt'altra occasione, un simile accenno avrebbe destata l'ilarità di don Fernando, ed egli avrebbe soggiunto che a miss Lawson non mancavano certo i cavalieri. Ma appunto l'immagine dei cavalieri, e di certi cavalieri, affacciandosi allo spirito di don Fernando gli fece balenare un sospetto. Che la signora vedesse di mal occhio l'assiduità di Guido presso miss Maud? Don Fernando non istette a cercare più addentro, e rispose con molta gravità:

- Avete ragione, signora. Do le mie istruzioni a Berar e sono agli ordini di Vostra Mercede. -

Sapete già che il nostro spagnuolo amava tradurre così l'Usted, di uso tanto comune nella sua lingua natale

 




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