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| Anton Giulio Barrili Il tesoro di Golconda IntraText CT - Lettura del testo |
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Questo di abbracciare la causa delle mogli e di sposarne le gelosie, è un caso abbastanza naturale nei vagheggini, anche quando sono innamorati per davvero, o credono d'esserlo. Spesso il secondo fine non c'entra; ma il fatto sta che si accetta volentieri quella specie di complicità morale, che assume i caratteri della giustizia. Il cuore ha le sue brutte pieghe, e l'amore, che ci mette casa per entro, si adatta più facilmente che non si creda alle viltà del cuore. Tutto sta a cominciare. Ma veniamo a noi. Era proprio vero che la signora Luisa pensasse a quel modo? A lui, sul momento, bastava di crederlo. Non avete veduto con che strana facilità il duca di Marana tirasse ogni frase a dire quel che faceva comodo a lui? E intanto, spiegate quest'altra novità. Non gli dispiaceva punto miss Maud. Quando si trattò di salire in groppa agli elefanti, per ritornare a Paravady, toccò a lui di tener compagnia alla bella inglesina. Con lei si sentiva più franco. Non gli pareva neanche di aver gli occhi rossi, o non se ne dava pensiero. Non gli tornava molesta neppure la compagnia di Lionello Edgeworth; che anzi, godeva di averlo al suo fianco per l'intiero tragitto. Ed era naturale; stando con lui, il vezzoso Lionello non era accanto alla signora Laurenti, e non lo seccava con le sue svenevolezze da bambino. Ecco in che modo erano andate le cose. La signora Laurenti, nel muoversi da Karma Vridi, aveva preso il braccio di sir Giorgio. Guido, che stava appunto chiacchierando con sir Giorgio, si era trovato necessariamente impegnato nella compagnia di sua moglie. E il vezzoso Lionello era rimasto fuori, non restandogli più altro che di adattarsi alla compagnia della bionda cugina; alla quale, per quel principio di complicità che sapete, il duca di Marana si era affrettato ad offrire il suo braccio. - Non ha voluto saperne del signor Edgeworth; - pensò egli, notando l'atto della signora Luisa; - segno evidente che era seccata dalle sue smancerie. Altra osservazione, non meno profonda della prima, fu questa: - Guido è in compagnia di sua moglie. C'è rimasto per obbligo. In verità, sarebbe stata grossa, se egli l'avesse piantata con sir Giorgio, per correre al fianco di miss Maud. - Il duca di Marana non pensava punto alla spiegazione più naturale, che un po' di corte a sir Giorgio, un padrone di casa doveva anche fargliela, in un momento della giornata; che, quanto a miss Lawson, non occorreva andare a tenerle compagnia, mentre c'era già un altro, considerato a ragione, per rispetto ai nuovi venuti, come uno della famiglia. Veramente, le due donne avrebbero potuto andare insieme, come erano venute, sul medesimo haoda. Ma d'altra parte, e appunto perché così erano venute, era proprio necessario che così dovessero ritornare? E infine, tutto ciò che a lui pareva così sottilmente architettato, non poteva esser l'opera del caso? Notate, inoltre, che questa separazione delle due donne era appena appena osservabile. Gli elefanti andavano l'un dopo l'altro, a pochi passi di distanza. Sul primo era miss Maud e sul secondo la signora Laurenti; ordine di marcia che non faceva molto comodo a Lionello Edgeworth. Ma il vezzoso giovinotto seppe rimediare a quel piccolo guaio, voltandosi indietro più spesso che poteva e non occupandosi affatto della sua cuginetta. Se ne occupò in quella vece, e moltissimo, il duca di Marana. Don Fernando non aveva mestieri lì per lì di mandare occhiate languidamente assassine alla signora Laurenti, poiché immaginava di servirla, anzi di farle piacere, rivolgendo la sua attenzione a miss Lawson. Era un complice, non lo dimenticate; almeno, si figurava d'esserlo, e operava in conseguenza di quella sua opinione. Se lo aveste veduto, che cavaliere di garbo! Era altrettanto amabile allora, quanto si era mostrato malinconico e scontroso per una parte della giornata. Così, facendo il debito suo di cavaliere con miss Maud, gli parve di scorgere che la fanciulla era con lui né più né meno di quello che era stata a Secanderabad, anzi, per notare ogni cosa, di quello che era stata quella mattina con Guido; cioè a dire molto schietta, molto ingenua nelle sue espansioni, rese più originali e più care da quella certa rigidezza che noi vogliamo vedere qualche volta nelle giovani inglesi. Non si lagnino le inglesi; il duca di Marana, uomo di buon gusto, rese loro giustizia, nella persona di miss Maud. - Sarebbe proprio un peccato, - pensò egli, che una ragazza così savia e gentile toccasse in sorte a questo sciocco di suo cugino! Perché, via, bisogna esser giusti. Non esserne invaghiti, sta bene, quando si hanno altri pensieri pel capo; ma quel che è, non si deve sconoscere. - Miss Lawson non ebbe nessun ritegno a parlare di Guido, e si rallegrava di averlo conosciuto finalmente da vicino, quel giovine signore, di cui si ragionava tanto a Secanderabad, e il cui nome correva su pei giornali dell'India inglese; gli aveva finalmente parlato, a quell'uomo, che era così dotto, senza bisogno di prender tabacco; a quel viaggiatore, che spendeva così utilmente la vita. In questo miss Lawson aveva tutte le idee della sua razza; per lei, come per ogni buon figlio d'Albione, la vita doveva essere spesa operando, e, meglio che in ogni altra maniera d'opere, in quelle che vogliono il moto, stimolando tutte le energie della mente e del corpo. Una fanciulla di quella fatta non avrebbe amate le donne operose all'italiana, cioè a dire poetesse; al più al più, le avrebbe tollerate romanziere, a patto che i loro romanzi mirassero ad un intento umanitario, come quelli della Beecher Stowe, o morale, come quelli di miss Cumming. Ma più delle scrittrici di amena letteratura, le piacevano le scienziate, come Maria Somerville, e le viaggiatrici, come Ida Pfeiffer. C'era un briciolo d'uomo, in quella giovine tempra di donna, e le conferiva un certo garbo particolare. Vedete che elogio per gli uomini! Ma io l'ho fatto senza intenzione. Il duca di Marana, preso l'aire dalle confessioni dell'ingenua creatura, si abbandonò ad una di quelle corse matte, che erano il suo forte, o il suo debole; secondo vi piacerà di credere. - Sicuramente, miss, sicuramente; - diceva egli; - così dovrebbero essere tutti, uomini e donne, una processione continua in questa valle di lagrime. Che cos'è, poi, questa fissazione, di volersi tappare in un cantuccio di mondo? La capirei, se si trattasse di viverci soli e malinconici, come i santi nella Tebaide. Ma no, ci si vuol vivere in compagnia di centomila persone. Che gusto c'è? Intendo il filosofo Diogene che si ritirò in una botte vuota, e il duca di Clarence che si affogò in una botte piena; ma anche queste non sono altro che conseguenze del vivere ristretto per anni ed anni in una piccola parte del globo. E poi gli uomini si lagnano della prigione! Che cosa è una città, poniamo anche di cinquecentomila abitanti, se non una prigione più vasta delle altre? Dopo un mese di soggiorno, si conoscono tutti gli angoli e tutti i bugigattoli, come si conosce il fondo delle proprie tasche; si fa alle gomitate con tutti i compagni di pena, e si patisce per avere un posto migliore, in questa distribuzione non nuova né piacevole di lavori forzati. Mettete gli aguzzini alle porte, in luogo dei gabellieri, e dichiaratela galera; è come dir zuppa e pan molle. - Miss Maud diede in uno scoppio di risa a quella pittura delle città d'Europa, e mise in mostra i suoi trentadue denti. Aveva la bocca grande, ma bella, e poteva ridere senza paura. - Mentre, invece, a girar sulla faccia del globo, - proseguì don Fernando, - quest'aria di rinchiuso non c'è. Andar molto, posar poco, appena quel tanto che basti ad appagare le nobili curiosità dello spirito, è questa la vita. Ogni figura nella sua luce, dicono i pittori; ogni cosa sotto il suo cielo, dico io. Se fossi uno scrittore, non farei due libri in un luogo, per tutto l'oro del mondo. Ma pur troppo non sono che un viaggiatore sconclusionato, e porto il mio ozio attorno, come il merciaiuolo le sue cianciafruscole alla fiera. - Scavate le rovine di Karma Vridi; - notò miss Maud; - ed è già una bella cosa. - Sì; e poi? Quando avrò rimessi in luce otto o dieci frammenti di scultura braminica? - Farete dell'altro; andrete a cercare un altro monte di rovine. Io, per esempio…. - Ah sì, sentiamo che cosa fareste voi, signorina. - Io cercherei una città a dirittura; - rispose miss Maud. - La vostra ripugnanza contro le città vive non giungerà, io spero, fino a farvi odiare le morte. - No, certamente. Vi dirò anzi che di queste ultime io amo immensamente gli abitanti. A Pompei, per esempio, mi sono innamorato dei pompeiani. Che brava gente! Non liti, non discordie, una pace ammirabile! Se Pompei non fosse stata dissotterrata, vorrei disseppellirla io. Ci sarebbe la sua vicina Ercolano, di cui troppo poco è ritornato alla luce; ma la poverina ci ha un paese nuovo sullo stomaco, e le case dei moderni guastano ogni disegno a chi voglia rimettere in vista le antiche. - Andate in Grecia; - osservò miss Maud. - Laggiù avrete le mani più libere. - Per la solitudine, capisco; - ripigliò il duca di Marana. - Ma di grazia, signorina, volete proprio mandarmi in Grecia? - Io no; dicevo così per dire; - rispose la fanciulla ridendo. - Mi avete chiesto: «E poi?» ed io vi ho detto: «fate dell'altro, andate a cercare un nuovo monte di rovine». È una bella cosa il cercare, specie quando si tratta di ricostruire il passato. - Ciò consola del presente; - osservò don Fernando. - Anche questa è una considerazione filosofica che ha la sua importanza. Non dimentichiamo neppure che la curiosità dell'archeologo, se per un verso riesce utile a pochi, per l'altro non fa male a nessuno. Vi obbedirò, signorina, andrò in Grecia; - proseguì il duca di Marana, continuando una celia che lo aiutava benissimo a tener vivo il discorso; - vedo già la mia vocazione, e questa di Karma Vridi è per me la via di Damasco. Sarò un archeologo coi fiocchi; scaverò Olimpia, Itaca, Troia, Persepoli, facendo in ogni stazione il mio piccolo at home, da piantar lì, a cose finite. La mia smania girovaga avrà in questo modo la sua utilità. E vi manderò da ogni stazione una memoria abbastanza noiosa delle mie scoperte, va bene così? - Ci conto; - disse miss Maud, mostrando un'altra volta i trentadue denti che sapete. La via di Damasco, frattanto, era stata corsa fino al suo termine, e l'attico del Sahibgar appariva dal colmo delle magnolie, davanti agli occhi dei viaggiatori. Il duca di Marana ne fu quasi dolente. Quella conversazione, intessuta di sciocchezze, non lo aveva punto annoiato. - Ecco una donna che farebbe per me; - pensava egli, mentre l'elefante si fermava davanti all'ingresso del ponte. - E mi capita qui, mentre sono innamorato di un'altra! Già, succede sempre così. Vivete un anno nella più profonda tranquillità di cuore; ed ecco, a mala pena vi siete invaghito di una, subito ve ne cascano due sulle braccia. È proprio vero che la poligamia, moralmente parlando, sia lo stato naturale del cuore? Fatta questa riflessione, si fermò, come stupito della sua medesima audacia. - Ohè, dove vado? Mi confesso di due amori, come se questa ragazza mi avesse presa una parte di cuore. E sì, dopo tutto, mi piace. Che c'è di strano? Mi piacciono tutt'e due. Luisa ha la palma, si capisce; quest'altra ha un ramoscello di mirto. - Quel riscontro d'immagini, venuto così naturalmente, lo fece ridere. - Ben detto - esclamò dentro di sé. - Con una frase, l'uomo aggiusta ogni cosa. Intanto, messo il piede sul ponticello di legno che pendeva dal fianco dell'elefante, si calò a terra e offerse la mano alla sua compagna di viaggio. Per quella volta Guido Laurenti non c'era a rubargli il mestiere. Quanto al signor Lionello, egli saltava dall'altra banda, lesto come uno scoiattolo, per andare ad aiutar la discesa della signora Laurenti. Il giovinotto aveva presa così poca parte alla conversazione, che il suo abbandono non fu neanche avvertito. E mentre lo scoiattolo scendeva da una parte, la gazzella (vedete che gentilezza di paragone!) la gazzella balzava allegramente dall'altra. Quella medesima sera il residente britannico avrebbe voluto ritornare a Secanderabad; ma i suoi ospiti lo trattennero con tanto amorevoli parole, che egli si lasciò persuadere. Era una visita in campagna, la sua; del resto, niente obbligava sir Giorgio a riprendere la via della residenza, donde nella mattina aveva ricevute notizie, e dove poteva spedire un messaggero, con l'annunzio di quell'altra fermata. - Resteremo, - diss'egli, - ma ad un patto; che la visita vostra a Secanderabad sia più lunga della nostra. Altrimenti, Evelina non mi perdonerebbe questa assenza prolungata. Faremo in modo che il tempo non abbia a parervi troppo lungo, in riva all'Hussein Sagar. - Non è da credere che Guido Laurenti accogliesse con giubilo l'idea di passare due o tre giorni fuori del suo nido. Ma non si poteva rispondere all'invito dei Lawson altrimenti che con una pronta accettazione, specie dopo che essi avevano mostrata tanta compiacenza coi padroni del Sahibgar. E la risposta di Guido apparve l'espressione del più vivo desiderio d'un marito, che coglie volentieri il destro di far divertire sua moglie. Don Fernando pensò invece che al suo amico Laurenti fossero venuti a noia i duetti e che un pezzo concertato gli paresse la man di Dio; tanto più se in quel pezzo avea parte miss Maud. Briccone d'un Laurenti! E pensare che cinque anni addietro!.. Mah! Mutano i saggi. E quel saggio gli girava maledettamente nel manico. Ne volete una prova, da aggiungere a tutte le altre che don Fernando aveva raccolto? Miss Maud, quella mattina, era andata in visibilio per la tigre uccisa da Guido Laurenti. Or bene, quella sera, mentre si faceva il chilo nel boschetto delle magnolie, Guido Laurenti, cacciatore fortunato, invidiato e lodato, offriva la pelle della sua tigre a miss Maud. Gliel'avrebbe portata lui, a Secanderabad, debitamente conciata e foderata di rosso, con le sue unghie in bella mostra sui margini. Anche le unghie! Ma non era da piantargliele addosso a lui, le unghie? E la signora Luisa udiva e taceva! Anzi peggio, udiva e sorrideva! Ma già, che cosa ci possono fare le donne, quando l'amore se ne va? Ed anche lei, non doveva essersi raffreddata parecchio? Per tutto il rimanente della giornata, non ci fu più verso pel duca di occupare un posto presso le signore e di volgere a sé tutta la loro attenzione. Lionello Edgeworth, per incominciare da lui, si trovava sempre dov'era la signora Luisa, importuno, seccante, molesto, peggio delle mosche, quando vi pigliano di mira un orecchio, o la punta del naso. Le mosche si cacciano in cento modi, e almeno per qualche minuto riuscite a levarvele d'attorno: gl'importuni no; specialmente in società, dove la buona creanza non permette di prenderli a scapaccioni, sono essi che vi mettono fuori. Anche miss Maud era tornata a ragionare molto volentieri con Guido, da cui si faceva raccontare la storia dell'India braminica, come si può ricavarla dalle sacre leggende; storia ideale, senza date, e quasi senza divisioni d'epoche, ma abbastanza chiara nel suo complesso e grandiosa. I filosofi amano questo genere di storie anche più delle altre, poiché esse, lasciando da parte le preoccupazioni cronologiche, fatte solo per confondere la memoria e fuorviare il giudizio nelle quistioncelle minute, vi danno come un filo conduttore, in quel laberinto che è l'antichissima vita di un popolo. Ma il duca di Marana non era un filosofo, né per quel giorno se la sentiva di fare il dilettante. Perciò, immaginate come si annoiasse a quella esposizione, in cui il suo amico ed ospite mostrava di compiacersi tanto, e di cui miss Lawson non perdeva una sillaba. Dove si trovano solamente due donne, stanno male tre uomini; meglio varrebbe per loro esser quattro, dieci, magari anche una ventina. Il numero tre non è buono che per una conversazione di soli uomini, quando uno di loro ama ascoltare gli altri due, oppure, come è più naturale, non ascoltarli affatto. Al duca di Marana toccò di bel nuovo la compagnia di sir Giorgio. Ed anche questo, dopo tutto, poteva parere un onore lasciato dai padroni di casa al primo dei loro ospiti. Don Fernando era il cosmopolita della compagnia, perciò un quissimile di diplomatico; a lui, dunque, spettava il residente britannico. Don Fernando si adattò a far la sua parte, ragionando molto, ed anche sragionando, delle varie nazioni e delle capitali d'Europa, che pel momento e pei bisogni della conversazione erano tornate a piacergli. Infatti, dove si poteva viver meglio, più intensamente e più presto, che nelle grandi capitali? La storia naturale dell'uomo non si studiava a fondo che là. - Eppure, dicevate oggi, - osservò ad un certo punto miss Maud, - che le grandi città non sono altro che grandi prigioni. - Ah, non mi cogliete in contraddizione; - rispose il duca. - Sono prigioni per chi ci si chiude, per chi si restringe a vivere in una di esse; non già per chi vede, studia, e se ne va. A lungo andare, lo capisco, tutto annoia, anche una bella solitudine. Tutti gli angoli del mondo hanno le loro piccole commedie, i loro piccoli drammi e guai a chi si rinchiude in queste piccinerie. Tirata così la sua bottata al Sahibgar, che non ci aveva colpa, il duca di Marana tornò a ragionare con sir Giorgio e passò in rassegna tutti gli uomini politici dell'Inghilterra. Al residente britannico pareva di andare a nozze, ed io vi lascio immaginare come gli tenesse bordone. Sir Giorgio non sperava più di far molto cammino in diplomazia. Si era impaludato laggiù, fuori della corrente, e pensava di doverci aspettare la sua pensione di riposo. Ma laggiù si sentiva padrone; rendeva servizio al suo paese ed era contento del proprio stato. E poi, ci aveva la sua casa, la sua famiglia, che è la forza e la consolazione dell'inglese; che cosa poteva egli desiderare di più? - Avete anche il nepote, con voi; - gli aveva detto don Fernando. - Rimarrà egli a Secanderabad? - No, egli appartiene all'amministrazione centrale di Calcutta, ed è qui per passare con sua zia due mesi di licenza. - Vuol dire che lo godrete appena per questi due mesi; - osservò il duca, premendo involontariamente sul verbo. - Per due mesi, certamente, - rispose sir Giorgio. - È una compagnia eccellente per le signore. È di buon'indole, e quantunque la sua età sia fatta piuttosto per correre agli svaghi, egli si adatta con molta buona volontà alle nostre abitudini casalinghe. - È tanto gentile! - esclamò a denti chiusi il duca. E dentro di sé soggiungeva: - Che il diavolo se lo porti; altrimenti, ne abbiamo per due mesi. Vedetelo là, il biondino! Pare un'ostrica appiccicata allo scoglio. - Ad allargare un po' il cerchio e a togliere il vezzoso Lionello dai fianchi della signora Luisa, capitò quella sera il savio Lacmana. Era una figura strana, quel vecchio bramino, e con la sua faccia di bronzo, come con la foggia del vestire, faceva un curioso contrasto in quella società, già tanto mescolata, di due italiani, uno spagnuolo e tre inglesi. Il discorso, dopo le presentazioni d'uso, si volse agli scavi di Karma Vridi, che il duca di Marana aveva intrapresi e che questi e Guido avevano inaugurati con una caccia notturna così fortunata. Guido Laurenti, mettendo in ottima luce il concetto che aveva governato il suo amico Fernando nel cominciare gli scavi, si trattenne a mostrarne l'importanza archeologica, lasciando così intendere al vecchio mahunt che la società non sapeva nulla del tesoro, vero ed unico movente delle loro ricerche. Forse anche a Guido pareva che un accenno a tesori nascosti potesse spargere un'ombra di ridicolo sugli esploratori delle rovine. Don Fernando, che non aveva ragioni per essere di buon umore, rovesciò la sua stizza su Karma Vridi e sulla lentezza con cui doveva procedere il lavoro. - Cinquanta uomini son pochi, per quella montagna di ruderi; - diss'egli. - Ne vorrei cento, almeno. - Anche duecento, se vi piace; - rispose Lacmana. - Tutti gli uomini di Paravady saranno lieti di aiutarvi. - Bene, riparleremo di ciò; - disse il duca. - Sono impaziente di scoprire i bassirilievi che dovevano ornare le pareti del tempio. Se trovo il terzo avatara di Visnù… fo voto di mandarlo in regalo al British Museum. - Ringrazio; - disse sir Giorgio, inchinandosi. - Sempre la vostra impazienza! - osservò la signora Laurenti. - Signora, ve l'ho detto; quando faccio una cosa… E poi, debbo andare in Grecia, a scoprire a dirittura una città. - Dite dunque, - ripigliò la signora, - che siete impaziente di andarvene. - Oh, signora, che dite? Rimarrò sempre abbastanza, per aver varcati i limiti della discrezione;- replicò il duca di Marana, che sentiva l'obbligo di temperare un pochino l'asprezza delle sue prime parole. Ma il cattivo umore doveva riprendere ancora il vantaggio. - Del resto, - soggiunse, - io sono come un uccello senza nido. Ho passato il mare per venire a salutare il vostro; sono rimasto qui un tratto sull'ali; non è giusto che ripigli il mio volo? - La signora Luisa non replicò più altro. Un bel silenzio è la migliore risposta che si possa dare alla gente scontrosa.
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