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Alla mattina, per tempo, i
Lawson partivano dal Sahibgar, accompagnati da Guido Laurenti per un buon
tratto di strada oltre il villaggio di Paravady. Il duca di Marana si dispensò
dall'andare con Guido, col pretesto che la sua presenza doveva essere
necessaria a Karma Vridi.
- Andate pure, signor duca, e
spingete molto avanti i vostri scavi; - gli aveva detto sir Giorgio. - Presto
verremo a vederli di nuovo. Consideratemi come il rappresentante ufficiale del
British Museum, che non rinunzia all'idea di possedere il suo quarto avatara di
Visnù.
- Il terzo, sir Giorgio, il
terzo.
- Ah, scusate, con tutte queste
incarnazioni indiane mi ci confondo. L'essenziale per me è la vostra promessa.
Ma, a proposito di promesse, rammentate quell'altra, vi prego. Dovete venire
anche voi a Secanderabad, insieme col signor Laurenti.
- Se la mia presenza non sarà
troppo necessaria a Karma Vridi…
- No, non ammetto scuse; - interruppe sir Giorgio. - O voi ci
onorate della vostra visita, o noi dovremo credere che la residenza britannica
di Secanderabad vi ha lasciata una poco buona memoria di sé.
- Tolga il cielo che io porga
appiglio a così brutti sospetti; - gridò il duca di Marana, che in mezzo al suo
cattivo umore si ricordava d'essere un gentiluomo; - lascierei anche in sospeso
il terzo avatara di Visnù, per venire ad ossequiare lady Evelina. -
Liberato da quella
accompagnatura, don Fernando ritornò verso Paravady, e di là, presa la squadra
d'indiani che lo aspettava, se ne andò alle sue predilette rovine. Quello era
un luogo di rifugio per lui. Lontano dai Lionelli e dalle Luise, dai Guidi e
dalle Maddalene, don Fernando poteva recitare a sua posta il paternostro della
bertuccia. Ed anche non recitar nulla, anzi non pensare affatto. Perché questa,
non lo ignorate, è la chiusa naturale di tutti i contrasti del cuore, di tutte
le contraddizioni dello spirito.
Quando giunse a Karma Vridi
trovò la sua casa alzata di due metri, parte per un'aggiunta alle mura maestre,
parte per uno scavo più diligente del terrapieno su cui era fondata. Grossi
tronchi di bambù, tagliati nelle vicinanze, facevano da correnti al tetto e da
sostegno ad un fitto frascame.
Niente di nuovo era occorso
durante la notte. I suoi uomini avevano udito bensì ad intervalli il rugghìo
delle fiere, là dalla parte del torrente; ma nessuna tigre era venuta a ronzare
nei pressi del terrapieno. Il sillogismo è una forma di ragionamento che troppe
testimonianze dimostrano non essere privilegio esclusivo dei bipedi. Ed è
lecito il credere che le schioppettate della notte antecedente, messe a
riscontro di ciò che era toccato a due compagni più audaci, avessero condotta
la famiglia felina ad una illazione abbastanza prudenziale. Passatemi le voci
sgarbate; è il linguaggio filosofie o che le richiede.
Intanto, quegli scavi
archeologici, condotti innanzi con una squadra così numerosa di braccianti,
davano a Karma Vridi l'aspetto d'un villaggio nascente. Le bestie feroci
dovevano retrocedere per necessità; dare il luogo ad una specie rivale, non
meno feroce e carnivora, sebbene in apparenza più mite.
Al quarto giorno di lavoro,
tutta la distesa delle rovine si vedeva scoperta, dirò quasi scorticata; ma gli
scavi non erano profondi che in una parte sola, cioè in quella di destra, dove
il nobile soprastante cercava la sua quarta colonna. Capirete che, per
azzeccare la quarta, bisognava trovare la prima, e misurare le distanze da
questa. Ora, al quarto giorno di fatica, la prima colonna non era ancora
trovata. Ma gli architravi, i massi, i frammenti di volta, si andavano
smuovendo a mano a mano, e don Fernando poteva sperare dall'oggi al domani di
raggiungere l'intento.
Così fosse stato sicuro di
raggiungere quell'altro! Ma le cose sue non andavano bene; cioè, spieghiamoci,
non andavano punto. Si era ficcato in un ronco; perdeva la memoria dell'entrata
e non vedeva altrimenti l'uscita.
Vi ho detto che la signora Luisa
non gli aveva più replicato altro, dopo quella sua scappata bisbetica. Aggiungo
adesso che era rimasta in contegno, non già come chi trattiene la collera, ma
piuttosto come chi comincia ad impensierirsi. Da quella medesima sera la donna
gentile si mutò insensibilmente con lui; era sempre cortese, ma molto più
riguardosa. Un altro non si sarebbe accorto di nulla; ma il duca di Marana potè
avvedersi, al suo ritorno da Karma Vridi, com'ella non fosse più per lui quella
gaia e spensierata amica che gli faceva festa al suo apparire e lo bersagliava
con libera confidenza di motti arguti e di facete allusioni.
Donna pensierosa, donna
innamorata, dice il proverbio. Ma innamorata di chi? Non certo di Lionello
Edgeworth, di quel ragazzo imprudente, che le aveva fatta per due giorni di
seguito una corte spietata. Quanto a Lionello, il duca di Marana non poteva
ingannarsi. La sua esperienza gli diceva che al vezzoso inglese doveva toccare
presso la signora Luisa quella medesima sorte che hanno presso le dame tutti i
giovani di primo pelo. Servono qualche volta di contorno, quei benedetti ragazzi;
più spesso di pietra di paragone. Le loro tenerezze che sanno di latte, i loro
ardori freschi di memorie petrarchesche, dicono chiaramente ad una donna che
essa è bella… per un altro, e che può fidarsi di piacere grandemente a
quest'altro. Ma chi era l'altro della signora Laurenti? D'altri, al Sahibgar,
non c'era che lui. Dunque lui? proprio lui? Don Fernando Solis, duca di Marana
y Cueva, non ci si fermava neanche, in quella delicata quistione. Sentiva
molleggiare il terreno, temeva d'ingannarsi, e questo dubbio lo consigliava a
sfuggire ogni esame del caso. Scivolare, non premere; è il consiglio dei
prudenti, vale a dire degli incerti e dei timidi.
E frattanto, il suo animo andava
allontanandosi sempre più da Guido Laurenti, da quell'ospite così buono e così
compiacente, che non sembrava avvedersi di nulla. Mariti! esclamava don
Fernando tra sé. Per la stima che ne faceva, lo avrebbe voluto qualche volta
più sagace, anche a patto di doverla dire con lui. Ma infine, era colpa di don
Fernando, se Guido vigilava così poco? E d'altra parte, se Guido si era
disamorato, doveva egli dolersene? Non doveva piuttosto cogliere un'occasione,
approfittare di una libertà, che gli era così facilmente offerta? Il mondo non
era forse pieno di queste concessioni? Ma che concessioni d'Egitto! Nelle
faccende del cuore non c'è legittimità di possesso che tenga. La legge non è il
diritto; al più al più una finzione di diritto, che si può rispettare in
apparenza, e violare in tutta coscienza nel fatto.
Belle ragioni, eccellenti sofismi;
ma intanto il duca di Marana era scontento di sé, e quel terzetto di Paravady
gli pareva la cosa più fastidiosa del mondo. Le serate più belle erano quelle
in cui veniva ospite al Sahibgar il vecchio Lacmana. La conversazione in tre
spesse volte languiva; c'era un senso di freddo, nel boschetto delle magnolie.
Per vivere a lungo con
qualcheduno nella solitudine dei campi, ci vuole non solamente comunanza di
gusti e conformità di pensieri, ci vuole altresì la fusione dei cuori in un
medesimo sentimento. Ora, qual fusione di cuori è possibile in tre, quando il
sentimento comune non sia l'amicizia, e schietta, cioè senza gelosie da una
parte, senza secondi fini dall'altra?
- Son matto, o poco ci manca; - disse
un giorno tra sé il duca di Marana. - Questa condizione è veramente
intollerabile. Mi sono innamorato, mi sono buttato avanti, a capo fitto, contro
ogni regola d'arte e d'esperienza, non sapendo prima se sarei cascato sul
soffice. E adesso eccomi in aria, non più poggiato sul saldo terreno, non
ancora giunto a dar del capo nel muro, ma molto vicino a darci, oh molto
vicino! Vedete che sciocco! E a trentadue anni, quasi «nel mezzo del cammin di
nostra vita»! In verità, mi trovo in una selva oscura, come il poeta, ed ho
smarrita la strada. -
A recare un pochino di varietà
nelle uniformi alternative di Karma Vridi e di Paravady, capitò l'occasione di
una visita a Secanderabad. Sapete che i Laurenti avevano promessa quella visita
ai Lawson, e immaginate che la gita non potesse rimandarsi più in là dagli otto
giorni. Andarono dunque, e il duca di Marana li accompagnò, come aveva promesso
per suo conto a sir Giorgio. Furono tre giorni di feste, che non istarò a
descrivervi, con la presentazione formale di tutti i personaggi ragguardevoli
della colonia inglese, e con una regata di barche sul lago; nella quale
occasione il premio fu vinto dal vezzoso Lionello, e dato a lui dalle belle
mani di Luisa Laurenti. Ma il duca di Marana non vide il trionfo del suo giovine
rivale, poiché la sera del secondo giorno aveva abbandonata la residenza.
L'archeologo non poteva lasciare troppo a lungo i suoi scavi; quella gente
zotica, che lavorava a Karma Vridi, avrebbe potuto rovinargli Dio sa quale
prezioso cimelio; era dunque necessaria la sua presenza lassù; e bisognò dargli
commiato. La promessa di un'altra visita di compenso gli fece perdonare quella
mezza diserzione, del resto abbastanza giustificata.
Domanderete qual fosse il
contegno di miss Maud, nei due giorni passati dal duca a Secanderabad in
compagnia dei signori Laurenti. Miss Maud era sempre la stessa; gentile,
rigida, ingenua, curiosa; insomma, una ragazza, con tutte le qualità e i
difetti dell'età sua. Volumi al primo capitolo; chi li capisce è bravo. Quanto
al duca di Marana, egli rinunziò all'idea d'intenderci qualche cosa. -
S'innamori pure di Guido, e Guido di lei, - pensava don Fernando, - io non ci
ho da veder nulla.
Il nostro eroe se ne tornò a
Paravady molto contento della sua fuga. Respirava finalmente, poteva taroccare
a sua posta. Giunto al Sahibgar, trovò la squadra di ritorno da Karma Vridi, ed
ebbe notizia del punto a cui erano stati condotti nella sua assenza gli scavi.
Un rocchio di colonna era stato trovato, e Berar, sapendo come il duca desse importanza
alle colonne, faceva lavorare a gran furia per rintracciare gli altri pezzi del
fusto.
- Ecco una notizia consolante; -
esclamò don Fernando. - Non va mica male ogni cosa, in questo mondo birbone. -
La mattina, per tempo, fu a
Karma Vridi e trovò con grande soddisfazione che Berar lo aveva servito a modo.
Il fusto della colonna non si era trovato tutto; ma ciò poteva attribuirsi al
fatto probabilissimo che, nel cader della volta, la parte superiore fosse
andata in frantumi. La stessa frattura irregolare del rocchio superstite poteva
addursi come un argomento plausibile, a conforto di quella opinione. Del resto,
un gran punto era assodato. Se la colonna mancava, si era pur ritrovata la
base, e la distanza che correva dal muro di prospetto a quella base di colonna
doveva essere una guida sicura per ritrovar la seconda, anzi, avendo fretta,
per andar difilati alla quarta.
Tutto quel giorno e l'altro che
venne dopo, fu un lavoro indefesso, arrangolato, febbrile, su tutta la linea
del colonnato. Ma più si andava innanzi, verso il centro delle rovine, più era
fitta la catasta dei ruderi e più malagevole l'impresa. Certo, il tempio di
Karma Vridi era fatto a piramide, come tanti altri della sua specie, e l'immane
cappello di pietra, rovinando sulle navate interne, aveva fatta una grossa
colmata. Ma don Fernando non conosceva più ostacoli, almeno tra i sassi, e il
suo ardore si comunicava a quella squadra di lavoratori. Egli, del resto,
chiedeva una grande operosità, ma i suoi uomini si nutrivano laggiù, mercè sua,
più abbondantemente che non facessero a Paravady. Avevano il riso bollito, le
focacce di farina, cotte con due voltate sotto la brace, il betel da
masticare di tanto in tanto, e da ultimo il bang, il liquore prediletto
dagli indiani, composto di oppio e di hascisce.
Quando ridiscese al Sahibgar,
per prendere il suo turno di riposo, trovò i suoi ospiti nella solita calma. La
signora Luisa stava ancora sotto l'atrio, lavorando, in attesa del pranzo, agli
ultimi raggi del tramonto. Guido era su, nel suo studio; ma, come intese la
voce di don Fernando nel viale, calò prontamente nel vestibolo.
- Ebbene? - gli chiese.
- Si va, si va! - rispose il
duca. - E non potrebb'essere diverso, lavorando nelle rovine d'un tempio di
Siva.
- Anche un bisticcio; buon segno!
- gridò Laurenti. - Eravate così ingrugnato, ieri l'altro!
- Io? vi pare? Avevo proprio
un'aria…
- Ma sì, per bacco, un'aria di
temporale; - interruppe Guido. - E ho detto tra me: questo va a scaricarsi su
Karma Vridi. -
Il duca pensò che Guido Laurenti
aveva un coraggio da leone.
- Vedete come scherza col fuoco! - diss'egli fra sé. - E sua
moglie non ci abbada! Un po' di risveglio l'altro giorno; e poi s'è rimessa a
dormire. –
Intanto, bisognava rispondere
qualche cosa alla celia di Guido.
- Dio buono! - esclamò. - Lo
sapete pure, che io son così fatto. Quando ho una cosa in mente, non c'è più
luogo per un'altra. E adesso, non penso che al tesoro; voglio il tesoro ad ogni
costo. -
La prima parte del discorso
aveva un senso particolare per la signora Luisa; la seconda veniva in buon
punto a mascherare la prima. E la signora, che fors'anche non ci aveva avuto
tempo ad intendere pel suo verso la prima, sorrise alla seconda, che mostrava
il duca di Marana così infatuato delle sue ricerche archeologiche e del premio
assai problematico che v'era stato appiccicato dalla leggenda di Lacmana.
- Ne dubitate? - ripigliò don
Fernando. - Non dubiterete più fra otto o dieci giorni, quando io verrò da
Vostra Mercede con un bel cofanetto di teck, fantasticamente intagliato da un
artista di dugent'anni fa, e deporrò ai vostri piedi il più grosso diamante
della mia collezione.
- Ah sì, il famoso diamante da
fare il paio con la montagna di luce! Ma di grazia, don Fernando, che
cosa ne farò io, che vivo in questa solitudine, e senza desiderio di uscirne?
Il vostro diamante non brillerà, ve ne avverto, non brillerà.
- Signora mia, - replicò il duca
con aria grave, - questo non mi riguarda. Lo avete accettato; io non sono punto
disposto a ripigliare i miei doni. -
Lo scherzo era buono, e l'idea
di quel diamante, ancora di là da venire, ma promesso da una parte e accettato
dall'altra, diffuse un poco di buon umore nel terzetto del Sahibgar. La signora
Luisa aveva accolto don Fernando col più amabile de' suoi sorrisi, mentre egli
si aspettava di vederla in contegno. Dunque, allegria nel cuore di don
Fernando. E perché il cuore di don Fernando era un vaso slabbrato, l'allegria
doveva traboccare, spandersi, inondare senz'altro.
- Parlerò! - diss'egli, in uno
di quei soliloquii che erano il suo forte. - Parlerò di sicuro. Tutto sta a
trovare il momento. -
Ma il momento non era da
cercarsi quella sera. Il padrone di casa non lavorava di sera, e la signora
Luisa non restava mai sola. Si parlò invece e lungamente delle rovine e degli scavi.
La prima colonna, la famosa prima colonna, che doveva condurre allo scoprimento
della quarta, e, per conseguenza, del famosissimo terzo avatara, tornò in ballo
un centinaio di volte.
- Un giorno o l'altro verrò a
darvi una mano, - disse Guido.
- Grazie; - rispose don
Fernando. - Sarete anzi necessario, quando avrò scoperto l'ingresso del
sotterraneo, perché allora, mi capirete, bisognerà deludere l'attenzione degli
indiani; se no, addio segreto.
- Chiameremo in aiuto il
Giacomo. - replicò Laurenti. - quello è un uomo fidato.
- Benissimo. E voi, signora, non
verrete ad assisterci? I diamanti sono stati creati a bella posta pel sesso
gentile, e il tesoro sentirà l'attrazione magnetica.
- Lo credete? - disse la donna
gentile, sorridendo. - Io non sono della vostra opinione. I genii che
custodiscono i tesori non amano il nostro sesso.
- Hanno torto, i genii! -
osservò don Fernando, che coglieva tutte le occasioni per fare un complimento.
Tra quelle chiacchiere vane, a cui
solamente dava importanza il tono amichevole degli interlocutori, finì
allegramente la serata. Il duca di Marana si trovava meglio allora, anche con
la presenza di Guido, che non le sere antecedenti, con la giunta degli ospiti
di Secanderabad. Se non si fosse trattato che di averci miss Lawson, manco
male; una bella ragazza non guasta mai, e forse don Fernando non avrebbe
neanche sgradito che il suo amico Laurenti si occupasse un pochino di lei. Ma
quel Lionello Edgeworth, che gli usurpava il posto presso la signora Luisa, e
quel sir Giorgio, a cui bisognava tener bordone, gli erano venuti in uggia;
respirava, di non averli sugli occhi.
Poi, quella sera, Luisa era
stata così gentile con lui! Certamente anche a lei tornava molesta la compagnia
chiassosa di Secanderabad e la persecuzione del vezzoso Lionello. Tornata nella
quiete del Sahibgar, la signora Luisa sembrava più ilare. Come lui, come lui;
vedete che conformità di pensieri e di gusti!
Insomma, il duca di Marana
imitava senza volerlo quei frati di cartone, che ci hanno nella testa un
apparecchio igrometrico, e prendono o lasciano ricadere il cappuccio ad ogni
più leggiera variazione atmosferica. Quella sera il tempo volgeva al buono, e
il duca di Marana aveva smesso il broncio anche lui.
Il giorno seguente si alzò di
buon'ora. Stava alla finestra, respirando con voluttà l'aria balsamica del
mattino, quando vide uscir Guido dall'atrio.
- Dove andate? - gli chiese.
- Oh, buon giorno; vo a
Paravady. Non ridete dei fatti miei; Lacmana mi aspetta, per decifrare insieme
un manoscritto in lingua pracrita. E voi, non andate a cercare il terzo
avatara?
- Un'oretta di riposo, e mi
pongo in cammino.
- Buona fortuna, dunque, e a
rivederci. -
Il duca di Marana gli rese il
saluto, e, come l'ebbe veduto uscire dal ponte, discese a sua volta in
giardino.
- Ella dormirà ancora; - pensò,
mentre andava rasente il muro, sotto le finestre della camera di Luisa. - Se
fossi un raggio di sole!
Ma ella non dormiva, anzi era
già alzata. Il rumore dei passi di Fernando sulla ghiaia del sentiero la fece
apparire al davanzale. Lo era lei, il raggio di sole, e Fernando, che andava
cogli occhi in aria, ne fu investito dal capo alle piante.
- Ah siete voi, don Fernando? -
esclamò essa, con la sua voce argentina. - Buon giorno!
- Lo sarà davvero, se incomincia
così; - rispose egli, inchinandosi.
Per complimento, poteva passare,
e la signora Luisa, che era avvezza alle galanterie del duca, non ci trovò
nulla a ridire.
- Vi credevo ancora nel
sonnellino d'oro; - continuò don Fernando.
- Oh, da un pezzo è finito.
Stavo appunto per scendere in giardino. -
Il cuore di don Fernando diede
le battute doppie.
- Mi faccio volentieri
interprete dei sentimenti di tutti questi fiori, e vi porto i loro
ringraziamenti sull'atrio, - rispose egli, ritornando sopra i suoi passi.
La signora Luisa non tardò molto
a comparir dalle scale.
- Davvero siete galante,
stamane; - diss'ella, porgendogli la mano. - E non siete andato a Karma Vridi?
Sia lodato il cielo, ecco un miracolo. -
Parlava per celia, o da senno,
la signora Laurenti? E se parlava da senno, fino a che punto voleva giungere?
Don Fernando non potendo lì per lì trovare una risposta conveniente, rimase
perplesso; anzi, più che perplesso, confuso.
- Signora mia, - diss'egli, così
per dire qualche cosa - Faccio poi tanto male ad andare a Karma Vridi?
- Non ho detto che facciate
male; - rispose la signora. - Pensavo che con questa vostra furia archeologica
potreste anche guastarvi la salute. Lo dicevo appunto a Guido, l'altro dì. Il
sole indiano è traditore; e l'ombra della notte non è meno pericolosa del sole
di mezzogiorno. -
Al duca di Marana cascarono le
braccia. Non si trattava d'altro che della sua salute! Ed era naturale. I
padroni di casa dovevano prendersi cura dell'ospite. La signora Laurenti ne
aveva perfino ragionato con suo marito. Non si poteva essere più gentili di
così.
- Potreste almeno venire ogni
sera a casa, e dormire nella vostra camera; - proseguì la signora.
- Obbedirò; - disse il duca, con
aria rassegnata. - Ma purtroppo si andrà più lentamente negli scavi.
- Che importa? La salute prima
di tutto.
- La salute? A che serve darsene
tanto pensiero?
- Bella domanda! Sareste
scettico, per avventura?
- Eh, qualche volta sì; per esempio,
quando penso alla mia vita, che non ha scopo per sé, e che non ha da premere a
nessuno.
- Se non preme a voi, premerà ai
vostri amici. Ed io conosco qualche persona…
La reticenza, appoggiata da un
sorrisetto malizioso, voleva una domanda. E il duca di Marana non si fece
pregare.
- Qualche persona? E chi mai?
- Gli scettici non debbono esser
curiosi; - diss'ella.
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