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Anton Giulio Barrili
Il tesoro di Golconda

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Alla mattina, per tempo, i Lawson partivano dal Sahibgar, accompagnati da Guido Laurenti per un buon tratto di strada oltre il villaggio di Paravady. Il duca di Marana si dispensò dall'andare con Guido, col pretesto che la sua presenza doveva essere necessaria a Karma Vridi.

- Andate pure, signor duca, e spingete molto avanti i vostri scavi; - gli aveva detto sir Giorgio. - Presto verremo a vederli di nuovo. Consideratemi come il rappresentante ufficiale del British Museum, che non rinunzia all'idea di possedere il suo quarto avatara di Visnù.

- Il terzo, sir Giorgio, il terzo.

- Ah, scusate, con tutte queste incarnazioni indiane mi ci confondo. L'essenziale per me è la vostra promessa. Ma, a proposito di promesse, rammentate quell'altra, vi prego. Dovete venire anche voi a Secanderabad, insieme col signor Laurenti.

- Se la mia presenza non sarà troppo necessaria a Karma Vridi

- No, non ammetto scuse; - interruppe sir Giorgio. - O voi ci onorate della vostra visita, o noi dovremo credere che la residenza britannica di Secanderabad vi ha lasciata una poco buona memoria di sé.

- Tolga il cielo che io porga appiglio a così brutti sospetti; - gridò il duca di Marana, che in mezzo al suo cattivo umore si ricordava d'essere un gentiluomo; - lascierei anche in sospeso il terzo avatara di Visnù, per venire ad ossequiare lady Evelina. -

Liberato da quella accompagnatura, don Fernando ritornò verso Paravady, e di , presa la squadra d'indiani che lo aspettava, se ne andò alle sue predilette rovine. Quello era un luogo di rifugio per lui. Lontano dai Lionelli e dalle Luise, dai Guidi e dalle Maddalene, don Fernando poteva recitare a sua posta il paternostro della bertuccia. Ed anche non recitar nulla, anzi non pensare affatto. Perché questa, non lo ignorate, è la chiusa naturale di tutti i contrasti del cuore, di tutte le contraddizioni dello spirito.

Quando giunse a Karma Vridi trovò la sua casa alzata di due metri, parte per un'aggiunta alle mura maestre, parte per uno scavo più diligente del terrapieno su cui era fondata. Grossi tronchi di bambù, tagliati nelle vicinanze, facevano da correnti al tetto e da sostegno ad un fitto frascame.

Niente di nuovo era occorso durante la notte. I suoi uomini avevano udito bensì ad intervalli il rugghìo delle fiere, dalla parte del torrente; ma nessuna tigre era venuta a ronzare nei pressi del terrapieno. Il sillogismo è una forma di ragionamento che troppe testimonianze dimostrano non essere privilegio esclusivo dei bipedi. Ed è lecito il credere che le schioppettate della notte antecedente, messe a riscontro di ciò che era toccato a due compagni più audaci, avessero condotta la famiglia felina ad una illazione abbastanza prudenziale. Passatemi le voci sgarbate; è il linguaggio filosofie o che le richiede.

Intanto, quegli scavi archeologici, condotti innanzi con una squadra così numerosa di braccianti, davano a Karma Vridi l'aspetto d'un villaggio nascente. Le bestie feroci dovevano retrocedere per necessità; dare il luogo ad una specie rivale, non meno feroce e carnivora, sebbene in apparenza più mite.

Al quarto giorno di lavoro, tutta la distesa delle rovine si vedeva scoperta, dirò quasi scorticata; ma gli scavi non erano profondi che in una parte sola, cioè in quella di destra, dove il nobile soprastante cercava la sua quarta colonna. Capirete che, per azzeccare la quarta, bisognava trovare la prima, e misurare le distanze da questa. Ora, al quarto giorno di fatica, la prima colonna non era ancora trovata. Ma gli architravi, i massi, i frammenti di volta, si andavano smuovendo a mano a mano, e don Fernando poteva sperare dall'oggi al domani di raggiungere l'intento.

Così fosse stato sicuro di raggiungere quell'altro! Ma le cose sue non andavano bene; cioè, spieghiamoci, non andavano punto. Si era ficcato in un ronco; perdeva la memoria dell'entrata e non vedeva altrimenti l'uscita.

Vi ho detto che la signora Luisa non gli aveva più replicato altro, dopo quella sua scappata bisbetica. Aggiungo adesso che era rimasta in contegno, non già come chi trattiene la collera, ma piuttosto come chi comincia ad impensierirsi. Da quella medesima sera la donna gentile si mutò insensibilmente con lui; era sempre cortese, ma molto più riguardosa. Un altro non si sarebbe accorto di nulla; ma il duca di Marana potè avvedersi, al suo ritorno da Karma Vridi, com'ella non fosse più per lui quella gaia e spensierata amica che gli faceva festa al suo apparire e lo bersagliava con libera confidenza di motti arguti e di facete allusioni.

Donna pensierosa, donna innamorata, dice il proverbio. Ma innamorata di chi? Non certo di Lionello Edgeworth, di quel ragazzo imprudente, che le aveva fatta per due giorni di seguito una corte spietata. Quanto a Lionello, il duca di Marana non poteva ingannarsi. La sua esperienza gli diceva che al vezzoso inglese doveva toccare presso la signora Luisa quella medesima sorte che hanno presso le dame tutti i giovani di primo pelo. Servono qualche volta di contorno, quei benedetti ragazzi; più spesso di pietra di paragone. Le loro tenerezze che sanno di latte, i loro ardori freschi di memorie petrarchesche, dicono chiaramente ad una donna che essa è bella… per un altro, e che può fidarsi di piacere grandemente a quest'altro. Ma chi era l'altro della signora Laurenti? D'altri, al Sahibgar, non c'era che lui. Dunque lui? proprio lui? Don Fernando Solis, duca di Marana y Cueva, non ci si fermava neanche, in quella delicata quistione. Sentiva molleggiare il terreno, temeva d'ingannarsi, e questo dubbio lo consigliava a sfuggire ogni esame del caso. Scivolare, non premere; è il consiglio dei prudenti, vale a dire degli incerti e dei timidi.

E frattanto, il suo animo andava allontanandosi sempre più da Guido Laurenti, da quell'ospite così buono e così compiacente, che non sembrava avvedersi di nulla. Mariti! esclamava don Fernando tra sé. Per la stima che ne faceva, lo avrebbe voluto qualche volta più sagace, anche a patto di doverla dire con lui. Ma infine, era colpa di don Fernando, se Guido vigilava così poco? E d'altra parte, se Guido si era disamorato, doveva egli dolersene? Non doveva piuttosto cogliere un'occasione, approfittare di una libertà, che gli era così facilmente offerta? Il mondo non era forse pieno di queste concessioni? Ma che concessioni d'Egitto! Nelle faccende del cuore non c'è legittimità di possesso che tenga. La legge non è il diritto; al più al più una finzione di diritto, che si può rispettare in apparenza, e violare in tutta coscienza nel fatto.

Belle ragioni, eccellenti sofismi; ma intanto il duca di Marana era scontento di sé, e quel terzetto di Paravady gli pareva la cosa più fastidiosa del mondo. Le serate più belle erano quelle in cui veniva ospite al Sahibgar il vecchio Lacmana. La conversazione in tre spesse volte languiva; c'era un senso di freddo, nel boschetto delle magnolie.

Per vivere a lungo con qualcheduno nella solitudine dei campi, ci vuole non solamente comunanza di gusti e conformità di pensieri, ci vuole altresì la fusione dei cuori in un medesimo sentimento. Ora, qual fusione di cuori è possibile in tre, quando il sentimento comune non sia l'amicizia, e schietta, cioè senza gelosie da una parte, senza secondi fini dall'altra?

- Son matto, o poco ci manca; - disse un giorno tra sé il duca di Marana. - Questa condizione è veramente intollerabile. Mi sono innamorato, mi sono buttato avanti, a capo fitto, contro ogni regola d'arte e d'esperienza, non sapendo prima se sarei cascato sul soffice. E adesso eccomi in aria, non più poggiato sul saldo terreno, non ancora giunto a dar del capo nel muro, ma molto vicino a darci, oh molto vicino! Vedete che sciocco! E a trentadue anni, quasi «nel mezzo del cammin di nostra vita»! In verità, mi trovo in una selva oscura, come il poeta, ed ho smarrita la strada. -

A recare un pochino di varietà nelle uniformi alternative di Karma Vridi e di Paravady, capitò l'occasione di una visita a Secanderabad. Sapete che i Laurenti avevano promessa quella visita ai Lawson, e immaginate che la gita non potesse rimandarsi più in dagli otto giorni. Andarono dunque, e il duca di Marana li accompagnò, come aveva promesso per suo conto a sir Giorgio. Furono tre giorni di feste, che non istarò a descrivervi, con la presentazione formale di tutti i personaggi ragguardevoli della colonia inglese, e con una regata di barche sul lago; nella quale occasione il premio fu vinto dal vezzoso Lionello, e dato a lui dalle belle mani di Luisa Laurenti. Ma il duca di Marana non vide il trionfo del suo giovine rivale, poiché la sera del secondo giorno aveva abbandonata la residenza. L'archeologo non poteva lasciare troppo a lungo i suoi scavi; quella gente zotica, che lavorava a Karma Vridi, avrebbe potuto rovinargli Dio sa quale prezioso cimelio; era dunque necessaria la sua presenza lassù; e bisognò dargli commiato. La promessa di un'altra visita di compenso gli fece perdonare quella mezza diserzione, del resto abbastanza giustificata.

Domanderete qual fosse il contegno di miss Maud, nei due giorni passati dal duca a Secanderabad in compagnia dei signori Laurenti. Miss Maud era sempre la stessa; gentile, rigida, ingenua, curiosa; insomma, una ragazza, con tutte le qualità e i difetti dell'età sua. Volumi al primo capitolo; chi li capisce è bravo. Quanto al duca di Marana, egli rinunziò all'idea d'intenderci qualche cosa. - S'innamori pure di Guido, e Guido di lei, - pensava don Fernando, - io non ci ho da veder nulla.

Il nostro eroe se ne tornò a Paravady molto contento della sua fuga. Respirava finalmente, poteva taroccare a sua posta. Giunto al Sahibgar, trovò la squadra di ritorno da Karma Vridi, ed ebbe notizia del punto a cui erano stati condotti nella sua assenza gli scavi. Un rocchio di colonna era stato trovato, e Berar, sapendo come il duca desse importanza alle colonne, faceva lavorare a gran furia per rintracciare gli altri pezzi del fusto.

- Ecco una notizia consolante; - esclamò don Fernando. - Non va mica male ogni cosa, in questo mondo birbone. -

La mattina, per tempo, fu a Karma Vridi e trovò con grande soddisfazione che Berar lo aveva servito a modo. Il fusto della colonna non si era trovato tutto; ma ciò poteva attribuirsi al fatto probabilissimo che, nel cader della volta, la parte superiore fosse andata in frantumi. La stessa frattura irregolare del rocchio superstite poteva addursi come un argomento plausibile, a conforto di quella opinione. Del resto, un gran punto era assodato. Se la colonna mancava, si era pur ritrovata la base, e la distanza che correva dal muro di prospetto a quella base di colonna doveva essere una guida sicura per ritrovar la seconda, anzi, avendo fretta, per andar difilati alla quarta.

Tutto quel giorno e l'altro che venne dopo, fu un lavoro indefesso, arrangolato, febbrile, su tutta la linea del colonnato. Ma più si andava innanzi, verso il centro delle rovine, più era fitta la catasta dei ruderi e più malagevole l'impresa. Certo, il tempio di Karma Vridi era fatto a piramide, come tanti altri della sua specie, e l'immane cappello di pietra, rovinando sulle navate interne, aveva fatta una grossa colmata. Ma don Fernando non conosceva più ostacoli, almeno tra i sassi, e il suo ardore si comunicava a quella squadra di lavoratori. Egli, del resto, chiedeva una grande operosità, ma i suoi uomini si nutrivano laggiù, mercè sua, più abbondantemente che non facessero a Paravady. Avevano il riso bollito, le focacce di farina, cotte con due voltate sotto la brace, il betel da masticare di tanto in tanto, e da ultimo il bang, il liquore prediletto dagli indiani, composto di oppio e di hascisce.

Quando ridiscese al Sahibgar, per prendere il suo turno di riposo, trovò i suoi ospiti nella solita calma. La signora Luisa stava ancora sotto l'atrio, lavorando, in attesa del pranzo, agli ultimi raggi del tramonto. Guido era su, nel suo studio; ma, come intese la voce di don Fernando nel viale, calò prontamente nel vestibolo.

- Ebbene? - gli chiese.

- Si va, si va! - rispose il duca. - E non potrebb'essere diverso, lavorando nelle rovine d'un tempio di Siva.

- Anche un bisticcio; buon segno! - gridò Laurenti. - Eravate così ingrugnato, ieri l'altro!

- Io? vi pare? Avevo proprio un'aria

- Ma sì, per bacco, un'aria di temporale; - interruppe Guido. - E ho detto tra me: questo va a scaricarsi su Karma Vridi. -

Il duca pensò che Guido Laurenti aveva un coraggio da leone.

- Vedete come scherza col fuoco! - diss'egli fra sé. - E sua moglie non ci abbada! Un po' di risveglio l'altro giorno; e poi s'è rimessa a dormire. –

Intanto, bisognava rispondere qualche cosa alla celia di Guido.

- Dio buono! - esclamò. - Lo sapete pure, che io son così fatto. Quando ho una cosa in mente, non c'è più luogo per un'altra. E adesso, non penso che al tesoro; voglio il tesoro ad ogni costo. -

La prima parte del discorso aveva un senso particolare per la signora Luisa; la seconda veniva in buon punto a mascherare la prima. E la signora, che fors'anche non ci aveva avuto tempo ad intendere pel suo verso la prima, sorrise alla seconda, che mostrava il duca di Marana così infatuato delle sue ricerche archeologiche e del premio assai problematico che v'era stato appiccicato dalla leggenda di Lacmana.

- Ne dubitate? - ripigliò don Fernando. - Non dubiterete più fra otto o dieci giorni, quando io verrò da Vostra Mercede con un bel cofanetto di teck, fantasticamente intagliato da un artista di dugent'anni fa, e deporrò ai vostri piedi il più grosso diamante della mia collezione.

- Ah sì, il famoso diamante da fare il paio con la montagna di luce! Ma di grazia, don Fernando, che cosa ne farò io, che vivo in questa solitudine, e senza desiderio di uscirne? Il vostro diamante non brillerà, ve ne avverto, non brillerà.

- Signora mia, - replicò il duca con aria grave, - questo non mi riguarda. Lo avete accettato; io non sono punto disposto a ripigliare i miei doni. -

Lo scherzo era buono, e l'idea di quel diamante, ancora di da venire, ma promesso da una parte e accettato dall'altra, diffuse un poco di buon umore nel terzetto del Sahibgar. La signora Luisa aveva accolto don Fernando col più amabile de' suoi sorrisi, mentre egli si aspettava di vederla in contegno. Dunque, allegria nel cuore di don Fernando. E perché il cuore di don Fernando era un vaso slabbrato, l'allegria doveva traboccare, spandersi, inondare senz'altro.

- Parlerò! - diss'egli, in uno di quei soliloquii che erano il suo forte. - Parlerò di sicuro. Tutto sta a trovare il momento. -

Ma il momento non era da cercarsi quella sera. Il padrone di casa non lavorava di sera, e la signora Luisa non restava mai sola. Si parlò invece e lungamente delle rovine e degli scavi. La prima colonna, la famosa prima colonna, che doveva condurre allo scoprimento della quarta, e, per conseguenza, del famosissimo terzo avatara, tornò in ballo un centinaio di volte.

- Un giorno o l'altro verrò a darvi una mano, - disse Guido.

- Grazie; - rispose don Fernando. - Sarete anzi necessario, quando avrò scoperto l'ingresso del sotterraneo, perché allora, mi capirete, bisognerà deludere l'attenzione degli indiani; se no, addio segreto.

- Chiameremo in aiuto il Giacomo. - replicò Laurenti. - quello è un uomo fidato.

- Benissimo. E voi, signora, non verrete ad assisterci? I diamanti sono stati creati a bella posta pel sesso gentile, e il tesoro sentirà l'attrazione magnetica.

- Lo credete? - disse la donna gentile, sorridendo. - Io non sono della vostra opinione. I genii che custodiscono i tesori non amano il nostro sesso.

- Hanno torto, i genii! - osservò don Fernando, che coglieva tutte le occasioni per fare un complimento.

Tra quelle chiacchiere vane, a cui solamente dava importanza il tono amichevole degli interlocutori, finì allegramente la serata. Il duca di Marana si trovava meglio allora, anche con la presenza di Guido, che non le sere antecedenti, con la giunta degli ospiti di Secanderabad. Se non si fosse trattato che di averci miss Lawson, manco male; una bella ragazza non guasta mai, e forse don Fernando non avrebbe neanche sgradito che il suo amico Laurenti si occupasse un pochino di lei. Ma quel Lionello Edgeworth, che gli usurpava il posto presso la signora Luisa, e quel sir Giorgio, a cui bisognava tener bordone, gli erano venuti in uggia; respirava, di non averli sugli occhi.

Poi, quella sera, Luisa era stata così gentile con lui! Certamente anche a lei tornava molesta la compagnia chiassosa di Secanderabad e la persecuzione del vezzoso Lionello. Tornata nella quiete del Sahibgar, la signora Luisa sembrava più ilare. Come lui, come lui; vedete che conformità di pensieri e di gusti!

Insomma, il duca di Marana imitava senza volerlo quei frati di cartone, che ci hanno nella testa un apparecchio igrometrico, e prendono o lasciano ricadere il cappuccio ad ogni più leggiera variazione atmosferica. Quella sera il tempo volgeva al buono, e il duca di Marana aveva smesso il broncio anche lui.

Il giorno seguente si alzò di buon'ora. Stava alla finestra, respirando con voluttà l'aria balsamica del mattino, quando vide uscir Guido dall'atrio.

- Dove andate? - gli chiese.

- Oh, buon giorno; vo a Paravady. Non ridete dei fatti miei; Lacmana mi aspetta, per decifrare insieme un manoscritto in lingua pracrita. E voi, non andate a cercare il terzo avatara?

- Un'oretta di riposo, e mi pongo in cammino.

- Buona fortuna, dunque, e a rivederci. -

Il duca di Marana gli rese il saluto, e, come l'ebbe veduto uscire dal ponte, discese a sua volta in giardino.

- Ella dormirà ancora; - pensò, mentre andava rasente il muro, sotto le finestre della camera di Luisa. - Se fossi un raggio di sole!

Ma ella non dormiva, anzi era già alzata. Il rumore dei passi di Fernando sulla ghiaia del sentiero la fece apparire al davanzale. Lo era lei, il raggio di sole, e Fernando, che andava cogli occhi in aria, ne fu investito dal capo alle piante.

- Ah siete voi, don Fernando? - esclamò essa, con la sua voce argentina. - Buon giorno!

- Lo sarà davvero, se incomincia così; - rispose egli, inchinandosi.

Per complimento, poteva passare, e la signora Luisa, che era avvezza alle galanterie del duca, non ci trovò nulla a ridire.

- Vi credevo ancora nel sonnellino d'oro; - continuò don Fernando.

- Oh, da un pezzo è finito. Stavo appunto per scendere in giardino. -

Il cuore di don Fernando diede le battute doppie.

- Mi faccio volentieri interprete dei sentimenti di tutti questi fiori, e vi porto i loro ringraziamenti sull'atrio, - rispose egli, ritornando sopra i suoi passi.

La signora Luisa non tardò molto a comparir dalle scale.

- Davvero siete galante, stamane; - diss'ella, porgendogli la mano. - E non siete andato a Karma Vridi? Sia lodato il cielo, ecco un miracolo. -

Parlava per celia, o da senno, la signora Laurenti? E se parlava da senno, fino a che punto voleva giungere? Don Fernando non potendo per trovare una risposta conveniente, rimase perplesso; anzi, più che perplesso, confuso.

- Signora mia, - diss'egli, così per dire qualche cosa - Faccio poi tanto male ad andare a Karma Vridi?

- Non ho detto che facciate male; - rispose la signora. - Pensavo che con questa vostra furia archeologica potreste anche guastarvi la salute. Lo dicevo appunto a Guido, l'altro . Il sole indiano è traditore; e l'ombra della notte non è meno pericolosa del sole di mezzogiorno. -

Al duca di Marana cascarono le braccia. Non si trattava d'altro che della sua salute! Ed era naturale. I padroni di casa dovevano prendersi cura dell'ospite. La signora Laurenti ne aveva perfino ragionato con suo marito. Non si poteva essere più gentili di così.

- Potreste almeno venire ogni sera a casa, e dormire nella vostra camera; - proseguì la signora.

- Obbedirò; - disse il duca, con aria rassegnata. - Ma purtroppo si andrà più lentamente negli scavi.

- Che importa? La salute prima di tutto.

- La salute? A che serve darsene tanto pensiero?

- Bella domanda! Sareste scettico, per avventura?

- Eh, qualche volta sì; per esempio, quando penso alla mia vita, che non ha scopo per sé, e che non ha da premere a nessuno.

- Se non preme a voi, premerà ai vostri amici. Ed io conosco qualche persona

La reticenza, appoggiata da un sorrisetto malizioso, voleva una domanda. E il duca di Marana non si fece pregare.

- Qualche persona? E chi mai?

- Gli scettici non debbono esser curiosi; - diss'ella.

 

 




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