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Anton Giulio Barrili
Il tesoro di Golconda

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Quel piccolo dispetto gli piacque, sto per dire, come gli sarebbe piaciuta una carezza. E si guardò bene d'insistere nella sua domanda, poiché il silenzio di lei gli permetteva di credere tutto ciò che gli piacesse meglio.

La signora Luisa si era mossa, per fare la sua passeggiata mattutina nel parco, lungo i viali fiancheggiati d'aiuole. Erano , disposti a canestri e a piccole macchie, i fiori più appariscenti e più strani dell'India, i più belli e i più noti dell'Italia, che diventavano rari laggiù, e, a farla breve, i rappresentanti di tutte le flore del mondo. Molti di essi ebbero uno sguardo amorevole della signora Luisa, ma più lungo e più affettuoso certe eriche del capo di Buona Speranza, che formavano l'orgoglio di Giacomo, il suo giardiniere, coi loro fiorellini foggiati a campanelle, come quei del mughetto, e raccolti a rappe sulle vette dei rami.

Don Fernando non guardava i fiori, potete immaginarvelo; guardava la signora, vestita con semplicità mattutina, d'una veste di seta cruda, il cui taglio garbato accompagnava le armoniche curve della persona. Il giovinotto pensò involontariamente ad Eva, ma ad Eva che fosse tornata nel paradiso terrestre, dopo l'invenzione delle vesti di seta e delle lattughe di merletto e di mussolina. Quando la signora si voltava a mezzo, per indicargli una pianta rara, o una forma strana di fiore, egli si beava nella vista di quel profilo corretto e soave, di quelle ciglia lunghe calate sugli occhi azzurri scuri, e di quelle chiome corvine che scendevano ad accarezzare l'orecchio, per rigirarsi in lucide anella su d'un collo d'alabastro. Eterni numi, quel collo! Come lo avrebbe baciato volentieri! Ma confessate che sarebbe stato un cattivo modo di cominciare una dichiarazione, che da un pezzo gli tremava sulle labbra.

Ora, mentre egli ammirava quel collo e moriva dal desiderio di farglielo sapere, gli venne vedutoinorridite! gli venne veduto un piccolo coleottero, o, a dirvela con nome più cristiano, un insetto nerastro, con le ali nascoste sotto due elitre cornee, dal riflesso verdognolo, che andava tranquillamente passeggiando sull'omero della signora Laurenti.

Se ci fosse stato Guido, avrebbe subito indovinata la famiglia, il genere, il sottogenere e la specie di quel piccolo animale; lo avrebbe anche trovato grazioso, e salutato d'un bel nome greco-latino, aggiungendovi il casato del naturalista che lo aveva tenuto a battesimo. Don Fernando si contentò di gridare:

- Fermatevi, signora; avete qui sulla spalla un insetto.

- Credete che mi mangerà? - diss'ella, ridendo, ma anche fermandosi, per contentare il suo cavaliere.

- Oh, non credo; è troppo piccolo. Aspettate, gli la caccia. -

E stese la mano, col pollice e l'indice aperti, per afferrare quella negra bestiuola.

Ma il coleottero deluse la speranza del cacciatore, ficcandosi tra i cannoncini d'una gorgieretta di tulle, che usciva fuori dallo scollo della veste. Maledetto! non si poteva prenderlo, senza acciaccare il tulle, e col pericolo per giunta, di macchiarne il candore col sangue della vittima.

Intanto, il duca di Marana contemplava quella pelle d'un bianco muto, morbida e liscia come la superficie del raso. E mentre egli stava assorto in quella contemplazione, a cui la caccia del coleottero sembrava esser diventata un pretesto, l'insetto giungeva con le sue zampine filiformi e frettolose sull'orlo del cannoncino, girava abilmente lo scrimolo e si calava giù, tra la gorgiera e la radice del collo.

- È fatta! - esclamò don Fernando.

- Che cosa?

- Lo avete sul collo.

- Infatti, mi par di sentirlo. -

Don Fernando pensò con raccapriccio che quel l'animaletto da nulla poteva darle un morso. Non si sa mai; ci sono anche degli insetti velenosi.

- Se non potete prenderlo, dategli un colpo col dito; - proseguiva la signora.

- No, temo di farvi male.

- Che! non sono una bambina. Schiacciatelo, via; oppure, dategli un soffio, se ne andrà. -

Aspirare, manco male; ma soffiarci su? No, questo non metteva conto al duca di Marana.

- Permettete; - diss'egli; - fo un colpo ardito. Gli taglio la strada.

Il coleottero sfuggito miracolosamente a quelle due tanaglie gigantesche (almeno, così dovevano parergli, mentre correva a rifugio nel tulle), dimenticava il pericolo, sul nuovo terreno in cui era disceso. Annibale, così destro e fiero sulle Alpi, si rammorbidiva negli ozi di Capua. Era rimasto come irresoluto a mezza la salita del collo, forse (e questo fu un pensiero di don Fernando) per metter fuori la sua tromba e far provvista di nettare in alcuna tra tante coppe naturali che gli apprestavano i pori di quella pelle alabastrina. Ed anche a don Fernando metteva conto l'indugio di pochi secondi, per premere leggermente col dito su quella morbida superficie, a poca distanza dall'insetto. Questo era il suo colpo ardito, il suo stratagemma. E il coleottero, come ebbe risoluto di muoversi da capo, trovò l'ostacolo del dito, lo tastò con le antenne e vi appoggiò fiducioso le zampe.

- Che sciocco! - mormorò egli, tirando su il dito, col suo prigioniero sul polpastrello.

- Sciocco! perché? - domandò ingenuamente la signora.

- Perché è venuto sul mio dito, lasciando… -

La signora Luisa gli mozzò le parole con una sonora risata.

- La vostra galanteria abituale - diss'ella - vi porta adesso a pretendere l'ingegno e la malizia anche da un povero insetto.

- Almeno l'istinto! - gridò il duca di Marana.- Non ci hanno l'istinto, le bestie? Almeno questo avrebbe dovuto guidarlo nella scelta. -

Dio sa dove sarebbe andato a finire, il signor duca, avviato a quel modo pei sentieri del tenero. Ma proprio in quel punto, da un altro sentiero men tenero, si udì un passo, che faceva scricchiolare la ghiaia.

Non vi spaventate, era il passo del giardiniere. Giacomo, il fido Giacomo, veniva per dare il buon alla sua signora e per ricevere i suoi complimenti. Non c'è uomo perfetto, a questo mondo, e Giacomo ci aveva il suo difetto anche lui, la vanità. Quel giorno, poi, voleva far vedere alla signora una bella novità; certe pianticelle d'abete, lunghe come il dito mignolo, educate in un viluppo di borracina, senza ombra di terriccio.

- Le crittogame, - voleva dir lui, con aria di trionfo, giustificata dall'esempio, - sono state le prime piante del globo, e hanno dato principio alla terra vegetale. I muschi, con la loro porosità, assorbono l'umidità dell'aria; hanno dunque in sé stessi tutto quel che bisogna, per nutrire a lor volta una pianta di grado superiore nella scala organica. Veda questi piccoli abeti; non hanno terriccio intorno alle barbe, non sono innaffiati, e prosperano qui dentro, come se fossero in piena terra e vicino ad un corso d'acqua. -

Così dicendo, voleva acciuffare d'un colpo otto o dieci di quei piccoli abeti, alzare il braccio e sospendere tutta quella crosta di musco e di radici intrecciate, per far vedere che non c'era nessuna aderenza col suolo. La signora Luisa, che non aveva studiata la botanica come scienza, ma che ne intendeva benissimo e ne amava le applicazioni, avrebbe fatte le meraviglie di quella novità, veduta la prima volta dal Giacomo nell'orto botanico di quella stessa università in cui il signor Guido si era addottorato in medicina e chirurgia. Il Giacomo non aveva studiato, ma possedeva un discreto ingegno naturale; quell'esperimento curioso gli era rimasto impresso nella mente; ci aveva pensato parecchie volte, e il pensarci su (che era il segreto artistico di Alessandro Manzoni) lo aveva condotto a capire le ragioni del fatto, in apparenza così strano. E così avvenne che la bella trovata del mio amico Giovanni Bucco, l'esperto giardiniere dell'orto botanico di Genova, avesse un riscontro, per opera di Giacomo Vernazza, nel Sahibgar di Paravady.

Il nostro Giacomo andava con profonda compiacenza incontro alle meraviglie della signora Laurenti. Era così contento, il bravo giardiniere, quando la sua padrona gli sorrideva! Era un uomo raro, il Giacomo, uno di quegli uomini miracolosi, che vivono per noi senza chiedere nulla in ricambio, ma che ottengono facilmente da noi quel medesimo affetto che essi ci dànno, e ci confortano, nei brutti momenti, a non disperare della natura umana.

Io lodo il Giacomo; ma non doveva altrimenti lodarlo il duca di Marana, quando lo vide comparire in fondo al viale.

- Che noia! - borbottò egli tra i denti. - Proprio io questo momento, che stavo per dirle ogni cosa! Un'occasione così bella, per cominciare, non mi capita più. -

Il giardiniere, venuto presso alla signora e accolto con quella benevolenza che si meritava da lei, prese a ragionarle di fiori, dell'azalea che provava benissimo, delle margotte di gardenia che erano tutte riuscite, dall'ortensia azzurra che tornava al color di rosa primitivo, insomma di tutte le piccole faccende e di tutti i casi minuti della variopinta famiglia affidata alle sue cure. Il momento di parlare della piantagione degli abeti nella borraccina non era anche venuto. Giacomo Vernazza serbava quella novità per la chiusa, come si serba il colpo di scena per la fine di un atto.

Don Fernando non stette ad aspettarlo, e, a mezza la rassegna botanica del giardiniere, prese commiato dalla signora Laurenti.

- Vado a Karma Vridi; - le disse; - ci rivedremo domani, all'ora solita.

- Bene, - rispose la signora, - a rivederci. -

E lo lasciò andare così, senza trovarci nulla a ridire, senza soggiungere una frase, una parola, che sentisse nulla di più intimamente affettuoso. Dov'era andata quella complicità che egli incominciava a raffigurarsi, mentre faceva un lavoro così fine e così lento per cacciare un coleottero impertinente, ma non privo di buon gusto? Madonna era rimasta tranquilla, mentre a lui bruciava il sangue nelle vene; madonna si era mostrata gentile, ma non si era avveduta di nulla, non aveva partecipato affatto al suo turbamento, e lo lasciava partire senza dargli un'occhiata, che gli permettesse di sperare, almeno almeno di fantasticare un seguito a quella scenetta d'idilio. Ahimè! Non c'era neanche stato l'idilio, era un episodio senza importanza, in un colloquio casuale, senza secondi fini, né altro.

Il duca di Marana se ne andò, quasi seccato di quella mezz'ora che aveva passata in giardino.

- Potevo parlare; - pensò egli, mentre si avviava alle rovine; - sicuro, lo potevo, se non capitava quell'altro. Ma vediamola sino in fondo; avrei fatto bene, a parlare? Che fondamento avevo, per spingermi avanti? Mi ha ella mai dato un barlume di speranza? Mi ha ella mai lasciato intravvedere di essersi accorta di qualche cosa? Siamo giusti, io fin qui non ho fatto altro che dare importanza a certi nonnulla, gentilezze, amabilità, complimenti, che l'amicizia giustifica… e da una parte e dall'altra. Mi ha detto di conoscere qualcheduno a cui dovesse premere la mia vita… Sì, me lo ha detto; ma che per ciò? Scherzava, forse…alludeva a miss Maud. E questo senza il forse. Non poteva mica parlar d'altri! Sarebbe stato troppo ardimento, se avesse voluto parlare di sé. In verità, noi non sappiamo far altro che andare agli eccessi. Ci figuriamo le donne o troppo austere, o troppo sfacciate. Ella è fredda, nient'altro, o ch'io non ci capisco nulla.. Eccovi qua, don Fernando mio riverito, alla famosa conclusione di sant'Agostino. Questo siete giunto a sapere, di non saperne una maledetta! Vediamo un po': è gelosa, o non lo è? Ama suo marito, o non lo ama? Se lo ama, deve essersi accorta delle tenerezze di Guido per miss Lawson, e soffrirne in silenzio, finora; se non lo ama, può essersi accorta e non farne caso. Torniamo alla freddezza; ma questa può esserci per me, come per lui, come per un altro. Infatti, il vezzoso Lionello… Oh, al diavolo queste indagini! Lei è fredda, è gelosa, è quello che vuole; Lionello è uno scemo, Guido è uno stravagante, ed io sono… che cosa sono io? un matto da legare. -

Tra questi pensieri; il signor duca di Marana giunse alle rovine di Karma Vridi. A consolarlo del tempo perduto in giardino e della logica andata a quel paese, giunse in buon punto la scoperta della quarta colonna. Senza badare al sole, che scottava senza misericordia, don Fernando si piantò sugli scavi, per dirigere gli sforzi della squadra in quel tratto di ruderi che si stendeva dalla quarta colonna al muro. Se la leggenda di Lacmana diceva il vero il terzo avatara di Visnù doveva trovarsi in quella direzione.

Del resto, egli voleva finirla con quella curiosità, che incominciava a parergli malsana.

- Che sciocco! - borbottava il duca tra i denti.- Vedrai che anche questo sarà un disinganno. -

 

 




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