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| Anton Giulio Barrili Il tesoro di Golconda IntraText CT - Lettura del testo |
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-18-
L'ora di mezzogiorno era passata di poco, quando il duca di Marana giunse al Sahibgar. Aveva fatta una corsa inutile, il nostro duca; era ancora troppo presto per vedere la signora Luisa al suo solito posto, dove ingannava il tempo e aspettava l'ora del pranzo, ricamando o leggendo, e qualche volta ascoltando le tantaferate botaniche del suo giardiniere. Rammentate dove fosse quel posto? Là, sotto l'arco dell'atrio incoronato dai rami delle bignonie, i cui fiori pendevano in grappoli vermigli, cullandosi dolcemente ad ogni soffio di quella poca brezza che rallegrava le giornate di Paravady. A temperare la luce del sole, nel quadro che le si disegnava davanti agli occhi, aiutavano le masse verdeggianti dei baniani, largamente distribuite nel fondo, i ciuffi eleganti dei palmizi e dei calami, disseminati intorno alla maidana, piccola spianata che si stendeva davanti all'ingresso, e le aiuole di fiori, foggiate a canestri, che rompevano la monotonia di quella lista biancheggiante di ghiaia. Pace! bella pace! divina pace! Come riusciva facile intenderla in quel luogo! E come era piacevole sentirla! Si andava più oltre col pensiero; s'intendeva e si sentiva la voluttà del nirvana, di quell'annientamento dell'essere, di quella confusione dell'anima umana nell'anima universale, che è il colmo della beatitudine presso i filosofi indiani. La cosa è meno intelligibile per noi, che non siamo panteisti, e che andiamo allegramente avviandoci a non essere più nulla. Anche questa sarà una specie di nirvana; ma non bella, ve lo assicuro io. Lasciatemi dunque tornare a quello dei filosofi indiani, che forse fu loro suggerito, com'era richiamato allo spirito di don Fernando, dall'idea molto naturale dell'annientamento d'ogni cura, dall'obblio d'ogni molestia della vita propria, nella contemplazione della vita esteriore. Vi ho detto, senza volerlo, qual fosse il pensiero del duca di Marana, mentre volgeva gli occhi in giro, osservando quel piccolo tempio deserto, ma così pieno della presenza del Nume. Il nume, lo indovinate, era la signora Luisa, Lu…i…sa, come sillabava suo marito, quando non era ancora niente più d'un amante. - Forse questa donna pensa davvero così; - disse il duca tra sé, illuminato da quel concetto improvviso. - È il suo nirvana, questo nido elegante, ascoso in un cantuccio dell'India. Se ella ha trovata la felicità nella pace, che cosa le importerà di essere amata meno? E d'altra parte non amerà meno anche lei? Ho sempre osservato che più si è sensibili alle bellezze della natura, più si è innamorati della vita universale, si concede meno agli affetti umani. L'amore più vasto affoga il minore. - Così fantasticava, metà vaneggiando e metà ragionando. Salì alle sue camere, per rimettersi in sesto, quindi ritornò al basso, e andò a passeggio in giardino. Aveva già la sua storia, il giardino. Quello era il viale in cui Lionello Edgeworth gli aveva fatte le sue confidenze; in quell'altro egli aveva posto il dito sul collo di Luisa, per dar la caccia ad un insetto impertinente, ma di buon gusto, come sapete benissimo. Ahi, povero duca! Quell'insetto si era vendicato di lui, pungendolo al cuore. Quel giorno medesimo, nell'ebbrezza di una dolce intimità, aveva fatto il proponimento di parlare, aprir l'animo suo, di schiccherare la sua brava dichiarazione. Ora, vedete che contrasto di casi! Veniva appunto per parlare; ma con quale intento? Per romperla. Veramente, non c'era nulla di annodato, che si dovesse rompere, o sciogliere. Egli veniva a quel termine, per romperla con le sue pazze speranze, per salvarsi dal ridicolo, se poteva, o per incontrarne dell'altro. - Vediamo; - almanaccava egli; - che cosa le dirò? Da dove comincierò? Via, se ci penso prima, non parlo più di sicuro. Lasciamo fare al destino. Non è esso che mi ha condotto in questo ginepraio? In verità, io non mi ci raccapezzo più. Alieno dai vincoli del cuore, dovevo proprio andare al laccio, e senza un filo di certezza. Ma l'amore è fatto così; quando non lo accompagna questa cecità sublime, esso non è altro che un calcolo ignobile. Belle frasi; intanto io ci ho avuto il fatto mio; non mi resta che fare un inchino e dir grazie. E mezzo ammogliato, per giunta! Ah, quanto a ciò, signori miei, la vedremo. Ci ho da essere anch'io, a questa cerimonia; e miss Lawson… Miss Lawson è una bella e gentile ragazza, e non merita che le siano offerti i rifiuti delle altre. - Così fu servita, e non male, la bionda figliuola di Albione. Intanto il duca di Marana tornava al suo prediletto argomento. - Graziosa signora! Vedete quanto è generosa!.. Almeno, se Guido ha detto il vero. Perché, dopo tutto, potrebbe averla sforzata un po' lui, a parlare in quel modo. Non è nuovo il caso, tra marito e moglie. Le donne sono costrette a fingere, a trovar buone le combinazioni dei mariti. Ma guai all'amante che ci casca e si dispone ad accettarne i consigli! Il labbro si adatta a persuadere; ma lo spirito si ribella, le dita si contraggono e promettono le unghiate. - Capitargli questa idea e parergli luminosa, fu un punto solo. Già, lo sapete, le idee balenano, e il baleno è luce, o le somiglia molto. - Eh! se fosse proprio così!… - pensò il duca di Marana. - Ma via, non bisogna fermarcisi. Se ama qualcheduno, non è più probabile che questo qualcheduno sia il vezzoso Lionello? E perché, di grazia? La cosa non andrebbe mica d'accordo con ciò che comunemente si osserva. Il civettare con un ragazzo, ed anche lo accettarne apparentemente la corte, mira sempre a dissimulare un sentimento più vero e più profondo per altri, che non è mai un ragazzo. E qui, se togliamo il signorino Edgeworth… Ah, ah! - soggiunse egli con un sorriso interno, che aveva un certo senso d'amarezza, - queste sono belle trovate della gaia scienza, quando volge alla corruzione. Conchiudiamo invece che io non so nulla, fuor questo: che qui c'è una sfinge bella ed avara come l'antica, che io vengo a strapparle il suo segreto, o a farmi sbranare. Sbranare, veramente, era un po' troppo. Ma questo è il solito difetto dei paragoni, che non tornano mai a puntino. Del resto, potete ammettere che lo sbranamento accennato dal duca di Marana risguardasse solamente il suo cuore, la parte più nobile, ed anche la più essenziale. Passeggiando su e giù pel giardino, era tornato in vista dell'atrio, ma senza aver più fortuna di prima. La sfinge non era anche discesa, e il suo posto prediletto era vuoto. Egli s'incontrò in quella vece col giardiniere, che andava e veniva, al solito, per le sue faccende quotidiane. - Come, illustrissimo? Già di ritorno? - chiese Giacomo, con la sua rispettosa dimestichezza. - Sì, mio caro Giacomo. Ho lasciato laggiù a surrogarmi il signor Laurenti, e sono venuto a casa…per scrivere alcune lettere. - Quella scusa, come avete indovinato, il signor duca la trovava lì per lì. Ma è delle scuse trovate a quel modo, di obbligarci a fare una cosa piuttosto che un'altra, a cui si attenderebbe molto volentieri. - Quand'è così, - aveva risposto il giardiniere, - non starò a seccarla di più. - Ed era andato oltre, senza scostarsi tuttavia dalle vicinanze dell'atrio. Donde, pel duca di Marana, la necessità di tornare nella sua camera, a scrivere lettere, o a far le viste di scriverne. La passeggiata e il soliloquio del giardino, ebbero una continuazione non preveduta nella camera di don Fernando. - Ma è detto che io non possa parlarle quest'oggi? - gridò egli finalmente. - Scendo di nuovo, e, se non è ancora comparsa, la faccio chiamare. Ho già perduto due ore di tempo utile! - Quando discese nel vestibolo, non c'era più bisogno di far chiamare la signora Luisa. La sfinge era là, seduta al solito posto, col suo ricamo fra mani. Ho parlato della sfinge, e adesso parlerò di Medusa. La bella e terribile immagine non fu veduta mai con più sgomento di quello che provò il duca di Marana, al vedersi di schianto, e senza aver preparato un briciolo d'esordio, davanti alla signora Luisa. - Che c'è? - diss'ella, notando il moto involontario del duca. - Vi faccio forse paura? - Signora… - balbettò egli, - non mi aspettavo… - Neanch'io mi aspettavo di vedervi così presto. Ma or ora Giacomo mi ha detto che eravate tornato per fare il vostro carteggio. - Maledetto! - pensò il duca. - Per lui ho dovuto perdere un'altra mezz'ora. - E frattanto, rispondeva alla signora Luisa: - Sicuro, ho scritto alcune lettere. Credo che la mail-cart passi domani per l'appunto; non c'era dunque tempo da perdere. E adesso, signora,… vorrei dirvi una cosa. - Queste ultime parole, che io riferisco come il duca le aveva pensate, non gli uscirono veramente di bocca. Voleva dirle, infatti; ma la signora Luisa si dimostrava proprio allora tanto amabile con lui, che l'entrar subito in argomento gli parve un precipitar le cose, guastar forse, rinunziare ai benefizi di quella graziosa accoglienza. - Non faccio male, a incominciare le ostilità? - chiese egli a sé stesso. - Non mi chiudo forse la strada? - Perciò, mutato improvvisamente il giro della frase continuò in questa forma: - E adesso, signora,… sarò felicissimo di tenervi compagnia. Avete lana, refe, cotone, da dipanare? Ecco un guindolo di buona volontà. - Ah sì, - rispose la signora Laurenti, - gli uomini si prestano volentieri a questi uffici, per un certo spazio di tempo. - Permettetemi di dirvi che io lo farei per cent'anni. - Vi augurate una lunga vita; non c'è male; - osservò argutamente la signora; - lunga come quella della balia di Washington. Sapete? Quella balia miracolosa che Barnum faceva vedere per un dollaro, ancora dieci anni fa. - Sicuro, - rispose don Fernando sul medesimo tono, - quella balia che ha avuta la fortuna di assistere a tutte le glorie del suo allievo e alle grandezze della repubblica fondata da lui. Così io, signora; assisterei a tutti i trionfi della nuova regina di Golconda, e agli onori che le sarebbero tributati dalla memoria del suo popolo. - Dio, quanta roba! - esclamò la signora Laurenti. - Regina, a dirittura? - Certamente, e splenderà, nella vostra corona il più vistoso tra i diamanti di Karma Vridi, che avrò tolto domani dal loro nascondiglio. - Domani! Siete già al termine degli scavi? - Sì, la via del sotterraneo è trovata; non resta che di sgomberarne un tratto dalle macerie. Ma questo lavoro sarà finito quest'oggi, o, alla più trista, domattina. - Sarete contento; - osservò la signora. - Contento! oh no, pur troppo; - rispose il duca sospirando. - Non cesserà forse per me il pretesto di rimanere, ospite importuno, o, per lo meno, indiscreto? - Indiscreto! Importuno! che brutte parole! Vi fate davvero un cattivo concetto di noi, che non ce lo siamo meritato. - Il cuore di don Fernando si allargò, vorrei poter dire che sgallettò dalla contentezza, a quelle parole della signora Laurenti. Così bella, resa più bella da un amabile raggrinzamento di labbra, Luisa sembrava comandargli di restare. Che cosa si fa egli di diverso, con una persona che si vede volentieri? - Poi, - soggiunse la signora, - con la vostra partenza, fareste piangere qualcheduno. Non ci avete pensato? - L'allegrezza di don Fernando si scemò un pochino, a quella aggiunta, che mirava certamente fuori di là. - Di chi intendete parlare? - diss'egli indovinando l'allusione, e andandoci come la biscia all'incanto. - Non commetterò un'imprudenza, poiché parlo ad un uomo serio e gentile; - rispose la signora. - Intendevo di miss Lawson, di quella bella signorina, che un giorno, certamente per chiacchiera, e senza crederne un ette, abbiamo paragonata ad una… - Non proseguite, signora, ve ne supplico; - gridò il duca di Marana. - Mi vergogno di quello scherzo. Miss Lawson è davvero una leggiadra fanciulla. - Ah! - esclamò la signora con aria di trionfo.- Ci siamo. - No, v'ingannate, non ci siamo affatto. È bella, come avete detto, è anzi da annoverarsi tra le più belle. Ma… c'è un ma… io non l'amo. Vi dirò sinceramente ciò che sento; mi permettete? A cuor libero, e non seguendo altro che le sensazioni del momento, avrei potuto farle la corte, non lo nego; mi sarei anche ostinato nel giuoco; fors'anche mi sarei indispettito di vederla corteggiata, da un altro. Sapete, signora mia… Cioè, mi spiego; voi non potete saperle, certe miserie del cuore di un uomo; ma le so io, e ve le confesso candidamente. Ci sono due nature dentro di noi, la nostra particolare, la più intima, e quella comune, la esteriore, che è frutto di educazione mascolina, di convivenza con gli uomini nostri pari. E adesso m'intenderete facilmente, se io vi dirò che questa natura meno intima, meno mia, mi avrebbe condotto a corteggiare miss Lawson, ed anche fatto soffrire di qualche sua preferenza per altri; ma che la cosa non era possibile, per quella natura più mia, tutta mia… che, ahimè, non era più mia. Infatti, ci ho guardato dentro; non c'era l'immagine sua. Posto preso, come suol dirsi; e il diritto è del primo occupante. - La signora Luisa era stata ad udirlo, da prima con un sorriso benevolo, che poteva considerarsi un omaggio alla spiritosa distinzione del duca, indi con un'aria pensosa, che lasciava indovinare lo studio della risposta, - Via, - diss'ella, come don Fernando ebbe conchiuso, - questi sono gli errori di un uomo che si è forse troppo innamorato delle sue distinzioni. Si credono molte cose, del proprio cuore, che in realtà non sussistono. Per esempio, chi può giurare che un'immagine, creduta indelebile oggi, non sarà cancellata domani? - Non son io che credo, è l'esperienza che lo insegna a tutti. È anche la ragione che lo vuole. Se fosse vero ciò che voi dite, girereste voi il mondo, come fate? E non sareste invece fermo a Madrid, incatenato alla prima stazione della vostra vita? - Oh, ma laggiù… il disprezzo mi ha guarito. - Segno che si può guarire; segno che un'immagine si può cancellare. Il modo è vario, secondo i casi, e secondo il merito… delle immagini; ma il risultato ha da essere lo stesso. E il risultato può essere molto più facile, - soggiunse maliziosamente la signora, - quando l'immagine non si è stampata per nostra volontà, o col nostro permesso, nel cuore, e la ritroviamo a caso, guardandoci. - Siete crudele, signora; - replicò il duca di Marana; - io mi sono servito di quella frase per modo di dire, per farvi intendere, senza molti discorsi, che, anche rendendo giustizia a miss Lawson… - Un'altra considerazione, vi prego; - interruppe la signora, che non voleva lasciarlo finire.- Siete ben certo di non ingannarvi? Da una parte qualche idea vaga e capricciosa, accolta senza pensarci troppo e trattenuta per puntiglio; dall'altra un sentimento vero ed umano; ricusereste il sentimento, per attenervi all'idea? M'immagino la risposta d'un filosofo ostinato. Quell'idea è mia, direte, mentre questo sentimento non mi appartiene. E perché non vi apparterrebbe, se lo avete destato voi? se, anzi, confessate che in certi casi lo avreste eccitato voi? Del resto, io non faccio tutte le distinzioni che voi fate, tra il sentire degli uomini e il sentire delle donne, e vi sottoporrò una considerazione generale, che intenderete anche voi. Si è sempre un po' schiavi dell'amor che s'inspira. - Il duca di Marana, che già si vedeva preso nelle fila del suo stesso ragionamento e si crucciava internamente di trovar tanta logica in una bella signora, afferrò risolutamente quel capo, che gli parve davvero quel buono, per disfare tutta la maglia d'un colpo. - È un principio pericoloso che stabilite; - diss'egli. - Se io l'applicassi, per esempio… alla mia interlocutrice? - La carta era giuocata. Don Fernando fu il primo a dolersene, ma non era più in tempo a ritirarla. - Basta, - soggiunse egli tra sé, - quel ch'è fatto e fatto. Il mio segreto mi pesava sullo stomaco. E fissò gli occhi ardenti su lei, aspettando la risposta. La signora Laurenti era rimasta alquanto sovrapensiero, ma non aveva dato segno di maraviglia per quella scappata del duca. Donde sarà lecito argomentare che ella si aspettasse a qualche cosa di simile. Finalmente, rispose alla domanda, con molta tranquillità, e ripigliando l'aria amorevole, quasi sorridente, di prima. - Se l'applicaste a me, - diss'ella, - io non avrei da osservare che una cosa; meglio ora che poi. - Perché? - domandò il duca di Marana, che non intendeva nulla in quel giro di parole. - Ve lo dirò. Ma s'intende che scherziamo, non è vero? - Scherziamo pure; - rispose don Fernando, che voleva concedere il meno possibile. - Orbene, - ripigliò la signora, - io direi in tal caso al signor duca di Marana: ci sono degli uomini alle cui domande non si risponde nulla; ce ne sono degli altri, a cui, anche mal volentieri, si risponde sempre qualche cosa, perché… si amano un poco. - Sì, e voi siete uno di quelli. Non mi credete una sciocca puntigliosa, né permalosa, né ipocrita. Vi amo un poco, e ve lo confesso. Siete un uomo di valore e non debbo mettervi a mazzo coi più. Già, è proprio così; e non mi fate quegli occhi, perché mi fareste dubitare di aver detta un'eresia. Del resto, non mi sembra tale, né a pensarla, né a dirla. Infine, l'amare un uomo e avergli consacrata la vita, non è una buona ragione per odiare tutti gli altri, o averli in conto di nulla. Ogni sentimento ha le sue gradazioni; e che male ci sarà se ho per voi una grande amicizia? - Amicizia! - ripetè il duca di Marana, crollando malinconicamente la testa. - No, non mi giudicate così leggera; - soggiunse la signora Luisa; - non l'amicizia solita, che le donne di poco cuore promettono agli uomini come una consolazione, in cambio d'un affetto che non sentono, o non possono concedere. Vi parlo di un'amicizia vera; di un'amicizia schietta e piena di ardore; di un'amicizia che rende omaggio a ciò che valete, alla vostra bontà di cuore, alla vostra gentilezza d'animo, e aggiungerò, perché anco la vostra vanità mascolina sia appagata, ai pregi esteriori del cavaliere. Va bene così? Ma sopra tutto, intendiamoci, sopra tutto alla nobiltà del vostro sentire, perché questa va messa in prima linea. Alla fin fine… dirò, sempre nella ipotesi di una vostra dichiarazione… alla fin fine voi non mi avete buttato là il vostro omaggio alle prime, con quella audacia che indica la sicurezza di sé e la poca stima degli altri; siete in quella vece rimasto lì un pezzo, confuso, perplesso, combattuto tra sentimenti diversi. Una donna, che non sia puntigliosa, né ipocrita, può avvedersi di questa delicatezza e riconoscerla apertamente. E perché la dichiarazione è venuta tardi, quasi strappata al labbro dal caso, essa non toglie nulla al vostro carattere di amico leale. Vedete, - conchiuse la signora Luisa, sorridendo, - che non sono mica una donna scontrosa, e so accettare allegramente un'ipotesi. E voi, signor duca, data sempre l'ipotesi, che cosa rispondereste ora? che cosa fareste? - Signora… - Ho capito, non volete dirmelo. Ma non importa; ve lo dirò io, che cosa fareste. Mi prendereste la mano, che io vi cederei senza paura, perché vi conosco, perché leggerei nei vostri occhi tutti i nobili sentimenti del vostro cuore. E lì, stringendo la mia mano, mi dareste ragione. - Il duca di Marana s'inchinò, prese la mano della signora Luisa, la strinse, ma non aggiunse parola. - Accetto anche la muta eloquenza; - ripigliò la donna gentile. - Ma non è ancora finita. Qualche cosa bisognerebbe pur dire in aggiunta. - In aggiunta? - Certo un gentiluomo può dar ragione ad una donna e stringerle la mano. Ma si dà ragione anche per solo debito di coscienza, e si stringe la mano per prender commiato. Or dunque, siccome voi non potreste andarvene con l'amarezza nel cuore, e siccome l'amicizia dovrebbe durare tra noi, accompagnata per parte vostra da un pochino di galanteria cavalleresca, voi soggiungerete a un dipresso così: - «Signora, io non voglio andarmene imbronciato; voglio restare, vedervi negli occhi che non siete punto mutata per me da quella di prima; voglio anche dimostrarvi la mia devozione, accettando dalle vostre mani un'altra mano…» Avanti, a voi! sempre nella ipotesi, ed anche senza l'ipotesi, continuate. - Signora, - replicò il duca dopo un istante di raccoglimento, - io non posso che ringraziarvi. Vedo quanto siete buona, e vorrei farvi testimonianza che nel mio cuore non c'è ombra dell'amarezza che dite. Ma che volete? Non è dato a tutti di essere perfetti ad ogni ora. E mentre voi vi mostrate a me così diversa dalle altre donne, così esperta a trovare il punto giusto tra l’austerità e la cortesia, debbo dirvelo? non mostrate ugualmente di conoscere addentro il cuore dell’uomo. L’uomo, signora mia, non è capace di tutta la bontà che supponete in lui, di tutta la generosità che chiedete da lui. - Non lo accusate; - gridò la signora Luisa. - L’uomo è capace d’ogni più nobile azione, quando egli si chiama il duca di Marana. - Sì, innalzatelo pure, fatene una statua di bronzo, ed abbia tutta la vostra stima per piedestallo; - proruppe don Fernando commosso. - Egli non farà altro che cadere da un’altezza maggiore. E sapete perché? Perché il vostro colosso ha i piedi di creta. - Lo dite voi; ma io non me ne sono accorta. E, con vostra licenza, non lo credo. - Ne volete una prova? Ho sospettato di voi. - Quello era il giorno delle confessioni. Il duca di Marana, che era andato così chiuso, incontro a quella conversazione, così pieno di arcane speranze, di disegni, di artifizi sottili, e che so io, come si va alla piccola guerra col proposito di approfittare d’ogni nonnulla, perfino delle sinuosità del terreno, si trovava lì, senza difesa, senza, volontà, condotto a scoprirsi, come farebbe un bambino. La signora Luisa aveva avuta l'aria di cascar dalle nuvole, a quella confessione del duca. - Sospettavate di me? In che modo? Ah, capisco; - soggiunse. E sorrise, immaginando di che si trattasse. Benedetta signora! Non c’era caso che perdesse la sua serenità. - Che cosa avete capito, di grazia? Io non ho ancora parlato. - Ma sì, è naturale; - rispose la signora Laurenti. - Basta il sospetto, perché io ne indovini la cagione. E vi aggiungerò sinceramente che questa cagione dei vostri sospetti ha dato noia anche a me. Perché infine… - Oh, non mi dite di più, ve ne prego! - No, debbo e voglio continuare. Sarà la vostra punizione, amico cattivo! Che cosa volevate che facessi, notando ciò che vi ha messo in sospetto? Una donna si accorge sempre di certe cose; questo è fuor d’ogni dubbio. Non è neanche difficile accorgersi, perché gli uomini delicati o imprudenti, esperti o novizi che siano, ci hanno tutti un modo comune di farsi avanti, l’assiduità. Forse, perché tutti incominciano così, è giusto che finiscano altrimenti; - soggiunse ella, con un risolino malizioso. Ora, una donna che si accorge, ha poco da fare; anzi non ha da far nulla, poiché non deve neanche far le viste di accorgersi. - Neanche d’un fiore caduto a lei e avidamente raccolto da un altro! - scappò detto a don Fernando. - Ah, c’è anche la storia d’un fiore? Di questo non mi ero accorta, - ripigliò la signora: - tanto è vero che non si può badare a tutto. Ma d’ora innanzi farò buona guardia ai fiori. Torniamo all’essenziale. Non facendo le viste d’aver capito, si può sperare dentro di sé che i ragazzi troppo infiammabili si cheteranno a poco a poco, o, come è naturale nella loro età, sbolliranno in un punto. Senza contare che non son liberi di stare dove vogliono, e quanto vogliono, e che certe vacanze finiscono. - Giustissimo, - osservò malinconicamente il duca, - come cessano i pretesti di soggiorno pei grandi. - Ah, pei grandi… di Spagna, è un’altra cosa; - rispose la signora. - Per quelli c’è una schietta parola. Ed anche questa, solamente perché essi l’hanno chiesta. - E se non l’avessi chiesta? Se non avessi parlato, - ripigliò don Fernando, - avreste aspettato pazientemente che me ne andassi. - La pazienza non ci ha nulla a che fare. Non lo avrei aspettato, né desiderato. - Davvero? - Davvero. Voi siete un pochino per me come per ogni gentiluomo sarebbe un amico, le cui virtù superano di gran lunga i difetti. Per un difetto da nulla si dovrà forse rinunziare ad un amico prezioso? Specie, poi, quando il difetto ci onora? - Badate, signora, questa potrebbe parer vanità. - Chiamatela vanità a dirittura; io non me ne offendo. Son donna, e i trionfi della vanità convengono al mio sesso, che non può averne di più alti. Ecco qua il signor duca di Marana che mi fa la corte. Che male c’è, se egli non mi trova orribile? Abbiamo bisogno qualche volta di saperlo anche noi, come siamo, e lo specchio non ci basta. Dunque, nessun dispiacere, per un omaggio così naturale e così delicato. Ma fermi lì, - soggiunse la signora, che abbondava in quel senso, per consolare don Fernando della sconfitta, accordandogli l'onore delle armi, - fermi lì, ripeto, perché quel gentile amico non si era letto abbastanza chiaramente nel cuore. Giunto qua, fresco di certe memorie, aveva anzi parlato d’una ragazza in un certo modo… - Vi prego! - interruppe il duca: - non parliamo di lei. - No, lasciatemi finire; in un certo modo, da far credere che gli piacesse molto. Non dico già che avesse perduta la testa; no, anzi ammetto che non s’immaginasse neppur lui di esserne invaghito. Tanto è vero che pensò ad altro, o credette di pensare ad altro. Ma infine, la simpatia c’era, e vivissima. Tanto è vero, - incalzò la signora Luisa con aria di trionfo, e mozzando le parole al duca, che voleva rispondere, - tanto è vero, che oggi ha confessati nobilmente i meriti della ragazza. Vien lei, a sua volta, in questo eremo di Paravady, e di chi parla, col suo giovanile entusiasmo? Del duca di Marana, dei suoi pregi, della sua grazia, di tutti i particolari della sua visita alla residenza. Che volete? Non può nascondere il segreto del suo cuore, quella cara fanciulla. E il babbo? Oh, il babbo, è innamorato anche lui. Scommetterei non so che cosa, che lady Evelina, sotto quella calma apparente… Ma via, don Fernando, siate buono, leggetevi nel cuore, e ci troverete il nome di miss Maud, di quella bionda e rosea fanciulla, di quella ninfa elegante, che starà così bene, appoggiata al vostro braccio. Non volete trovarcelo? Rammentate ancora, rammentate ciò ch’io v’ho detto in principio: si è sempre un po’ schiavi dell’amor che s’inspira. - Il duca di Marana era scosso, ma non si disponeva già, a contentare la sua bella interlocutrice. A levarlo d’impaccio, almeno per allora, capitò Guido Laurenti annunziato dalla festa che gli facevano sul ponte i suoi cani, e quell’essere non meno affezionato dei cani, che era Giacomo Vernazza. Il duca di Marana era scosso, vi ho detto, ma anche combattuto tra sentimenti diversi. Non è mai piacevole essere battuti, anche quando se ne esce con l’onore delle armi. E il duca di Marana si sentiva battuto. Se almeno avesse potuto rialzarsi moralmente un pochino, al cospetto di quella donna! Con tutta la sua nobiltà di sentire, io credo che avrebbe fatto carte false, pur di sollevarsi da quella mediocrità, in cui si sentiva affogare. - Orbene, - gli disse Guido, accostandosi e stringendogli amichevolmente la mano, - vi ha persuaso? - Bene; faremo dunque il matrimonio? - No; - replico quegli, con la stessa breviloquenza e col medesimo tono. - O come? E di che cosa, se è lecito saperlo, siete dunque rimasto persuaso? - Il duca stette alquanto perplesso, guardandolo. Pareva che dicesse tra sé: parlo, o non parlo? L'audacia era grande, ed egli, con tutto il suo coraggio, esitava a buttar là una certa frase, che gli era venuta dal cuore alle labbra. Ma lo sapete anche, si sentiva ridicolo, col suo segreto messo in mostra, e con la sua sconfitta innegabile; voleva rialzarsi moralmente al cospetto di quella donna, e l'occasione di rialzarsi era là. Questo pensiero la vinse. - Persuaso della sciocchezza di certe idee che mi erano venute in capo, - diss’egli finalmente. - Vi debbo una riparazione, Laurenti, e non soltanto pei dubbi di questa mane. Sappiate che ero innamorato di… Guido non gli diè tempo di finire la frase. - Zitto; - gridò egli prontamente; - non turbate il genio dell’amicizia, che non vuol sapere i segreti di nessuno, anche quando gli sembra di averli indovinati. - Ah! - esclamò don Fernando. - Avevate dunque indovinato? - Certamente. Perché sono in una certa condizione davanti a voi, debbo proprio aver perso il lume dell’intelletto? Amico Fernando, - soggiunse Guido Laurenti, con aria di benevolenza che dava risalto alla celia, - dei mariti si è riso abbastanza, in teatro e fuori; lasciate che io li difenda un pochino. - Non dico di no: - rispose il duca, inchinandosi; - a patto che non difendiate un amico mio, che non ne ha punto bisogno. Intanto, voi volete lasciarmi il ridicolo della confessione non terminata? - E il mio, di grazia! Pensate anche al mio; - replicò Guido Laurenti. - Che figura ci fo io, ora, con questo eccesso di generosità, da parte vostra? Date retta a me, Fernando, il meglio è di non parlarne più e di andarcene a pranzo. Vi darò notizia degli scavi, che sono andati molto avanti, dacché siete partito. Si è trovato un masso abbastanza voluminoso in fondo alla buca; dev’essere un rocchio di colonna, attraversato sull’ingresso del corridoio. Rimosso questo, non c’è più altro ostacolo, perché abbiamo veduto dalle fessure il buio del sotterraneo. - In quel sotterraneo, don Fernando avrebbe voluto ficcarcisi, per nascondere la sua vergogna. Ma non lo aveva là, per comodo suo; e perciò, fatta di necessità virtù, offerse il braccio alla signora Laurenti, per andare nella sala da pranzo. Che quello dei nostri personaggi riuscisse un pranzo allegro, né io vi dirò, né voi credereste così facilmente. Fra quei tre commensali c’era come una nube. S’ha un bel dire che la stima e l’amicizia cancellano molte cose e ne fanno dimenticare molte altre. Vi sono certe posizioni, drammatiche, o comiche, della vita, le quali non vogliono altro scioglimento, che la calata del sipario, o una brava uscita dei personaggi in angustia. Quella sera il duca di Marana mostrò di essere stanco, e si ritirò nelle sue stanze un’ora prima del solito. E come respirò, quando finalmente fu solo!
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