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Due mesi dopo quel dialogo tra la signora Laurenti e il duca di
Marana…
Capisco, sì, capisco, il benigno lettore va in collera. Che
cos'è questa fretta? Perché gli si sottraggono così, con un colpo di mano, due
mesi di storia? È un furto bello e buono; anzi, per servirci d'una frase della
signora Luisa, non bello, né buono.
Lettori dell'anima mia, perdonate e lasciatemi dire la mia
ragione. Perché non consentirete voi al modesto narratore di far un po' a modo
suo? Egli sa il perché di questo salto a piè pari, ma non può dirvelo così
apertamente, perché questo sarebbe come scoprire il suo gioco. Del resto, tutti
i narratori fanno il comodo loro: raccontano, tacciono, sopprimono, lasciano
indovinare, e questa lor maniera capricciosa è uno tra i segreti dell'arte. Nel
caso suo, egli intende benissimo che questa di due mesi è una sottrazione alla
vostra curiosità; ma si fa lecito di soggiungere che il pretendere una
restituzione di quei due mesi sarebbe una tirannia, della quale, dopo tutto,
voi sareste i primi a pentirvi.
Facciamo un passo per uno e vediamo di trovare un modus
vivendi. Avrete la storia dei due mesi; ma io ve la distenderò, anzi
meglio, ve la restringerò in pochi periodi. E per cominciare, ecco qua.
Sir Giorgio Lawson e lady Evelina avevano accolta con molta
soddisfazione la domanda del duca di Marana, portata loro in piena forma dai
signori Laurenti. Sir Giorgio era felicissimo e lo lasciava scorgere. Miss
Maud, prima interessata nella faccenda, non lo lasciava scorgere, ma era più
felice di suo padre.
Volete che mi trattenga a raccontarvi i fidati colloqui sotto
la verandah, della residenza britannica, o le passeggiate romantiche a
lume di luna sulle rive dell'Hussein Sagar? In verità, non ci furono colloqui
né passeggiate. Don Fernando, appena accettata la sua domanda e ricevuta la sua
visita di pretendente, era andato a Bombay per centomila coserelle, più o meno
necessarie al suo matrimonio. Voi lo sapete benissimo, prender moglie non è
mica come sorbire un uovo fresco, che tutta la fatica sta nel trovarne uno che
sia veramente fresco. Dal canto suo, miss Lawson doveva pensare al suo corredo
di nozze; e la sarta, e tutta la caterva delle pronube industrie che hanno mano
in un corredo di nozze, domandavano la sua attenzione, come quella di sua
madre.
Dunque, niente colloqui fidati, niente passeggiate romantiche.
C'era una febbrile operosità, a Secanderabad, ma sotto l'apparenza d'una quiete
maggiore.
Figuratevi, mancava perfino Lionello Edgeworth. La ragione era
evidente; un giovanotto non può stare, neanche come cugino, sotto il medesimo
tetto di una promessa sposa. Lionello, a dir vero, non avrebbe saputo che
farsene, e sarebbe andato volentieri in qualche luogo del vicinato, magari al
Sahibgar. Ma sì, proprio laggiù aveva fatte tante sciocchezze, che un ordine da
Calcutta lo richiamò in servizio, un mese prima che spirasse la sua licenza.
Non si seppe da chi gli venisse quel tiro, abilmente dissimulato da certe
necessità amministrative. Ma qui, tra me e voi, si può dire che il duca di
Marana non era affatto estraneo a questo provvedimento della amministrazione
centrale dell'India. Don Fernando cedeva il campo, rilegava tra le ciambelle
non riuscite quel suo amore di Paravady; ma non voleva ragazzi a prendere il
suo posto, anche ammettendo, e, se pure volete, anche essendo certo, che tutti
i Lionelli del mondo ci avrebbero fatta una figura come la sua. Quel biondino
gli era un bruscolo negli occhi; bisognava che si levasse quel bruscolo.
Dicevamo dunque che due mesi dopo quel dialogo tra la signora
Luisa e il duca di Marana, un altro dialogo si faceva…
Ma no, per darvi la misura giusta, bisognerà soggiungere
qualche altra cosuccia. Il matrimonio era stato celebrato. Miss Maud Lawson
diventava di schianto S.E. la duchessa di Marana y Cueva. L'inglese diventava
spagnuola, e il suo nome di Maud si allungava in Maddalena, anzi in Magdalena,
per far onore a un capriccio del duca.
Guido e Luisa erano stati presenti alla cerimonia nuziale. E
gli sposi, dal canto loro, erano stati a far visita al Sahibgar. Poi, come
potete immaginarvi, andavano a far il loro viaggio in Europa, dovendo la
giovane duchessa visitare i suoi feudi di Spagna. Avevano promesso di
ritornare; intanto avrebbero scritto ai loro amici da tutte le stazioni; da
Bombay, da Aden, da Cape Town, da San Vincenzo, da Cadice. Quanto a ciò, credo
che mantenessero la parola data; non così quella di ritornare in India, perché
sei mesi dopo (e qui, anticipo a dirittura gli eventi) anche il pretesto del
ritorno mancava. Sir Giorgio Lawson, residente britannico a Secanderabad, era
richiamato in patria, al Foreign Office, per passare poscia in qualità
di ministro plenipotenziario a Madrid; nella quale occasione assistè al
battesimo di un duchino. Sicuro, di un duchino. Se nascono dei principi belli e
fatti, perché non nascerebbero dei duchi?
E adesso, torniamo indietro. Due mesi dopo il colloquio del
duca di Marana e della signora Laurenti, i due felici abitatori del Sahibgar si
trovavano soli nel boschetto delle magnolie. Avevano veduti partire poc'anzi i
due sposi, che non dovevano veder più, malgrado le loro promesse. Si è sempre
mesti, quando parte un amico, anche se questo amico vi è stato cagione di
qualche piccolo rammarico. Ed erano mesti, i due abitatori del Sahibgar, ed
auguravano propizi i genii della partenza agli amici.
Era una quieta mestizia, la loro, una mestizia poetica, come
quando lo spirito ritorna sul passato, senza dolersi del presente. Pensavano al
piccolo dramma psicologico che si era svolto intorno a loro, e di cui erano
stati la involontaria cagione, essi, che vivevano così lieti in una beatitudine
senza confine, non desiderando e non vedendo di più. Eppure, come in un campo
di biade la traccia del vento, così nelle anime loro era rimasta l'orma delle
passioni e dei dolori a cui non avevano partecipato. E pensavano, tacendo, ed
auguravano lieto il futuro a coloro che non avrebbero più riveduti.
- Saranno felici; - mormorò Luisa, come se continuasse un
discorso già avviato; - Maud è bella e amorosa; egli nobile e schietto.
- Per altro, - disse Guido, crollando malinconicamente la testa,
- gli rimarrà qualche cosa nell'anima, che egli non vorrà dire, o non potrà.
C'è sempre, negli intimi penetrali dello spirito, il luogo recondito, il
sacrario, in cui si ha tema di entrare, donde vaporano le arcane fragranze e
sgorgano i santi pensieri. Là dentro egli terrà chiusa un'immagine; senza
volerlo, fors'anco senza saperlo; e di quella immagine, di quel culto
involontario, inconsapevole, io sono geloso. -
La donna gentile intrecciò le sue belle mani intorno al collo
di Guido.
- Ed io… - gli bisbigliò, - sono migliore di te.
- Come? - diss'egli, sorridendo.
- Perché io… non sono gelosa.
- Senza fatica; - notò placidamente Guido. - E di chi dovresti
esserlo?
- Infatti, non lo sono; - rispose la donna gentile, eludendo
la dimanda. - Dovrei forse esserlo di ciò che si potesse pensare e sentire,
conoscendo l'amico del mio cuore? Potrei esserlo, indovinando che un'altra
donna ha pensato e sentito qualche cosa che somigli a ciò che ne penso e ne
sento io? Alla lontana, intendiamoci, molto alla lontana; - soggiunse Luisa con
una grazia adorabile. - Altri può avere amata la tua nobiltà di pensiero; io
amo, io sono tutta compresa della tua bontà, mio signore, della tua delicatezza
di sentire. Sapete, angelo mio, - mormorò la signora, con un filo di voce che
non si sarebbe udito un passo più in là, - quella vostra delicatezza che pareva
freddezza, indifferenza, e dava ansa alla gente! Quasi che voi aveste dovuto,
in faccia a tutti, gittarmi le braccia al collo, come ora, fissare come ora i
vostri occhi ne' miei! Li vedo, sai, li vedo anche nell'ombra, i tuoi occhi
azzurri profondi, mio freddo e indifferente sultano…
- Freddo come il mare, - disse Guido, - come il mare, che cela
nel profondo le sue calde correnti. -
E così dicendo, strinse contro le sue labbra la bruna testa di
Luisa.
- Come è dolce la vita! Come è santa questa pace! - diss'ella.
- Oh, dimentichiamo! Le fragranze della tua India sono penetranti e soavi, come
sono molesti gli echi della terra donde siamo fuggiti.
- Virtù dei contrasti; - osservò Guido. - Laggiù le molestie e
laggiù il lavoro febbrile. A quel centro dobbiamo intendere con le opere
nostre, perché là si formano e scorrono i succhi vitali della civiltà, del
progresso umano. Belle parole, non è vero? Almeno, - soggiunse egli, - pare che
suonino bene. Ma, comunque sia, due anime amanti possono anche appartarsi,
cercare la loro felicità nella solitudine. E la gran solitudine, la sola vera e
profonda solitudine, è qui. Ascosi, ignorati, in questa pace notturna così
piena di luci fiammeggianti, che custodiscono tutte il loro alto segreto,
vediamo passare il gran fiume della vita, non fidandogli altro che i fiori
cadenti dalla ghirlanda della nostra giovinezza, non domandandogli altro che di
obliarci, e di coprire col suo metro monotono il suono dei nostri baci; e, pel
momento, del mio.
- Bel poeta, ma cattivo; - diss'ella. - Il mio non c'era,
perché non volevo interrompere… il corso del fiume.-
Rimasero un lungo tratto in silenzio.
- Dio, - mormorò Luisa, alzando gli occhi alla vôlta azzurra,
da cui Indra contempla i mortali con le sue pupille di fiamma, - Dio, poiché
quest'uomo vive di me, serbate la mia bellezza, perché egli mi ami sempre così.
- A che pensa la mia regina? - disse Guido, chinando la fronte
sulla testa di lei.
- Non lo indovini? Chiedo a Dio qualche cosa, gli chiedo
l'eternità di quest'ora.
- Eternità! - disse Guido. - E perché no? Che cos'è infine
l'eternità? Intensità, si dovrebbe dire. Non siamo immortali del tutto, e parte
di noi rimane alla terra. Ma ciò che è spirito, essenza celeste, si sprigiona
da noi, arde, si confonde, vive. Non cerchiamo più oltre. Rammentate, mia dolce
regina, i bei versi del cantico Yavana Nourvady, che vi ho letti un
giorno, come li avevo tradotti dalla raccolta degli inni braminici? «Le mie orecchie non odono più i rumori
della terra; i miei occhi nuotano nelle tenebre; che m'importa del giorno e
della vita, dei fiori e dei frutti, del sole che splende in alto, del
rosignuolo che canta nei boschi, del fiume che scorre, della natura che ci si
stende dintorno? Amo, e muoio d'amore. Ascoltami, Nourvady, mia dolce compagna,
amica mia; riposa il tuo capo tra le mie braccia e inebbriami dell'amor tuo.
Non udivo, e tu hai dischiuse le mie orecchie; non vedevo, e tu hai aperti i
miei occhi; il mio cuore taceva, e tu l'hai fatto parlare. Amor mio, sempre con
te, fino a tanto che il rosignuolo canterà nei boschi, sino a tanto che il
Gange volgerà al mare i suoi fiotti d'argento, fino a tanto che Surya
illuminerà de' suoi raggi il creato, fino a tanto che Brama regnerà, nella sua
eccelsa dimora.»
Così parlò Guido Laurenti. Il rosignuolo cantava, la luna
splendeva, le fragranze del bosco involgevano i due amanti felici. Felici?
Sicuramente. Che cosa potevano chieder di più? dimenticati, dimenticare, era il
colmo della felicità sulla terra il nirvana in due beatitudine non
concepita dai sapienti dell'India che pure hanno concepite tante cose sublimi
ma intesa da tutti coloro che hanno vissuto e sofferto e che vivendo volentieri
perché la vita è bella chi sappia intenderne la bellezze arcane non chiedono
sorrisi agli uomini né inni alla fama, né tesori a Golconda.
FINE.
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