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2. FRAMMENTI D’UN ALTRO
CAPITOLO.
Giunto Leopoldo in Toscana (ai 13 di
settembre del 1765), trovò le cose ecclesiastiche in iscompiglio per la
pervicacia del Torrigiani e del Rucellai, e molti disordini messi in luce dalle
querele continove fra le due potestà. Quindi a riordinare questa parte di
governo egli dovè volger le prime cure del nuovo principato. Fu voce che
destinato agli onori del sacerdozio nei suoi primi anni, egli non fosse rozzo
di studi sacri. Ma o ciò fosse vero (mancano a provarlo i documenti) o che da
quella parte gli si appresentasse la prima necessità di riforma, o che le
asprezze del Papa lo irritassero, o che passassero nell'animo suo le passioni
de' suoi ministri; certo è ch'egli apparve tosto propenso a dar dentro
animosamente nelle ecclesiastiche controversie. Esiste un compendio da lui
dettato di tutti gli affari ecclesiastici occorsi dai primi giorni del suo
governo; ottima guida a figurar l'animo di lui, e l'indole del tempo.
Adunò appena giunto i vescovi di Toscana, e
dichiarò loro esser egli come sovrano ed austriaco, protettore e volonteroso
della cattolica religione; a lui ricorressero, e non sarebbe invano; sperava da
loro che non si brigherebbero mai di cose di governo. Tacevano, e taluni de'
più animosi, tornati alle loro sedi, tentavano con audaci pretese il nuovo
principe; e nella eterna lite per le immunità, sempre chiamandosi offesi,
sempre volendo cose nuove, pronti erano a rafforzar le loro ragioni con l'arme
già vecchia, ma non dismessa, della scomunica contro a' ministri stessi del
principe. Da Leopoldo, in una Nota scritta di mano sua, il vescovo è chiamato suddito,
ardimento incomportabile a ogni sovrano. I preti dal canto loro, troppi e poco
costumati, spesso e per vari modi facevansi turbatori dell'ordine sociale; e
coperti dalla parzialità de' canoni, esenti per privilegio da ogni
giurisdizione de' secolari, difesi o scusati da' tribunali degli ecclesiastici,
sfuggivano alla regolarità de' processi e del gastigo; e nel conflitto delle
autorità, si procedeva contro di loro ne' così detti processi camerali, per via
di pene economiche. Nel primo anno di Leopoldo otto ecclesiastici rei di
delitti gravi, ebbero con molti altri l'esiglio arbitrariamente inflitto; pena
illegale, sproporzionata, creduta necessità di governo, ma certamente di
pessimo esempio e distruggitrice d'ogni ordine civile. In questo tramescolarsi
delle giurisdizioni, e per la volontà ch'avea il principe di miglior giustizia,
continuavansi in lui più acerbamente gli umori già concepiti col Papa, e
frivole dispute sul cerimoniale, svelavano il mal animo vicendevole e
l'irritavano. Prima occasione di manifesta discordia, fu la sentenza intorno
agli Asili.
Quel natural sentimento per cui gli infelici
rifuggono alla religione, suggerì agli uomini, nella tirannia o nell'impotenza
delle leggi, la inviolabilità dell'asilo ne' luoghi sacri, omaggio alla maestà
del culto. Questa pietosa osservanza, dal cristianesimo consacrata, incominciò
ad essere inciampo troppo frequente agli ordini civili, quando la corporazione
degli ecclesiastici avendo separate le sue ragioni da quelle dello Stato, venne
a piantarsi in mezzo di esso, isolata, indipendente, soverchiatrice. Allora il
diritto d'asilo volle sue leggi particolari e le ottenne, dopo che il Concilio
di Trento ebbe riordinata e afforzata ne' paesi cattolici la potenza
sacerdotale. Nel 1591 Gregorio XIV statuì, dipendere affatto ogni refugiato dai
tribunali ecclesiastici, e a questi soli competere la decisione se debba esso,
o no, godere del privilegio del luogo immune. Così, sottratti i terreni
consacrati da ogni potestà delle leggi civili, divennero ricettacolo sicuro di
chiunque ne temeva la vendetta o ne odiava il freno; né solamente ricovero ai
delinquenti, ma scuola e officina pubblica di misfatti. Ivi si conservavano le
robe tolte per furto e di contrabbando, e si mercavano; ivi la dissolutezza di
giovinastri fuggiti all'autorità de' parenti, si affratellava colla
scelleratezza degli omicidi e de' ladroni. Viveano in sugli occhi di tutti con
donne svergognate, e avean figli; perpetuavano nella casa di Dio famiglie di
scellerati; uscivano di soppiatto a nuovi delitti, e vi tornavano a godersegli
a viso franco. E tra nazioni che si dicevano civili, quasi non era portico di
chiesa o cimitero che non mostrasse tanto spettacolo di barbarie. I refugiati
frattanto, insieme coll'attività di mal fare, usurpavano il favore che ottiene
dagli uomini la sventura. Erano compianti, assistiti da quei di fuori; talvolta
per opportunità e per destrezza di servigi, divenivano familiari dei loro
stessi raccettatori. Odio e discredito ricadea sulla forza pubblica che contro
loro mostravasi ingiusta persecutrice; perché impotente entro quei confini,
studiavasi a estrarne per frode i malfattori. E non di rado accadeva che i
rifugiati assalissero da dentro con armi da fuoco gli sbirri armati; le chiese
erano macchiate di sangue: se ne tenevan lontani la notte i viandanti.
Solleciti più del toscano, gli altri governi d'Italia si richiamavano dalla
bolla di Gregorio inutilmente: altre pontificie costituzioni la confermavano, e
contro ogni regolare intrapresa la premunivano. Si ottenne però in parecchi Stati
di minorare il male per via di concordati, ora aggiungendo giudici laici agli
ecclesiastici a decidere sul diritto de' refugiati, ora prescrivendo che posti
in giudizio, andassero soggetti a pene men gravi delle dovute. Vergogna de'
tempi e iniquità di ragion di Stato, lasciavasi ai governi braccio più libero
contro i disertori della milizia, che non contro i rei più esecrandi; quasi la
milizia di quei governi non fosse piuttosto a satellizio che a pubblica difesa,
quasi importasse più tenere gli uomini obbligati al patto non libero d'un
arruolamento arbitrario o carpito per seduzione, che non agli eterni fondamenti
su' quali le società si mantengono vive e ordinate. Più discreta che altrove la
osservanza degli asili era in Roma, dove le due potestà essendo unite, le
pretese del sacerdozio non si contrapponevano al desiderio di pubblica
sicurezza.
Ma in Toscana i disordini avevano
oltrepassato ogni misura. Erano più di trecento i luoghi immuni nel solo
recinto di Firenze, e occupando oltre la metà dell'abitato, rammentavano ad
ogni passo il clero avervi più potenza che non il principe. Il numero dei
delitti era cresciuto sotto il governo della Reggenza; e trovo per documenti
certi, dugento ventidue rei di non lievi colpe aver preso rifugio nei luoghi
immuni, negli ultimi due anni che precederono il regno di Leopoldo: ve n'era
circa ottanta al tempo dell'abolizione, tra' quali più di venti omicidi. La
protezione delle leggi ecclesiastiche assicurava l'impunità ai minori delitti,
eravi luogo a eccezione contro ai maggiori; ma anche per questi i curiali
artifizi rendevano il procedere della giustizia lento, e le toglievano braccio
e dignità. E allorquando pochissime enormità si colpivano di gastigo, qual prò
allo Stato, qual medicina ai costumi? Sono i misfatti piccoli scala e
incitamento ai maggiori, e ciò che verso i peggiori delinquenti è vendetta, ai
meno indurati può riuscir correzione.
Non poteva Leopoldo soffrir pazientemente un
tanto ostacolo alla efficacia delle leggi. Ordì negoziati con Roma e consultò
teologi: ma tutti, fuorché il solo Giovanni Lami, seguivano ciecamente la
vecchia autorità a detrimento della presente giustizia; e Clemente solito ad
accusar di troppa larghezza i suoi predecessori, nemmeno voleva scendere a'
concordati, pei quali nei principi si convalidassero diritti da contrapporre
alla infallibilità delle Bolle; voleva solamente procedere per indulti, che i
principi ricusarono come rimedi troppo tardi e inefficaci. Nel Torrigiani poi,
Cardinale toscano, allora segretario di Stato, la naturale caparbietà pareva
esercitarsi più volentieri contro l'antico principe: gli animi ogni dì più
s'inasprivano; la faccenda degli asili occupò senza buono effetto i primi
quattro anni di Leopoldo. Ma i tempi avanzavano, e nel 1769 ascese alla sedia
pontificale Clemente XIV, dal quale i principi aspettavano più condiscendenza,
e il secolo meno contrasto. Approvato dalla Imperatrice, ordinò il Granduca che
in una stessa notte fossero estratti i refugiati in tutto lo Stato, e condotti
in carcere. Si usasse dolcezza verso di loro, rispetto per gli ecclesiastici,
si custodissero i rei con umanità. Scegliessero; se volevano vivere nelle
carceri sicuri come in asilo e condannati come contumaci, o sottoporsi per
libero giudizio a pene di un grado inferiori alle meritate. Il giorno stesso si
spedì a Roma notizia dell'accaduto: il Papa tacque, il popolo vidde volentieri
purgati i luoghi sacri dalle abominazioni, e lodò il fatto.
Alla riforma degli asili successe poco di
poi quella delle carceri claustrali, e fu il primo passo a innovazioni di gran
momento. Fu stabilito con legge dovere i Conventi che avevano carceri, chiedere
dentro due mesi al governo licenza di conservarle. Né questa si negherebbe;
dovevano bensì le carceri reputarsi soggette alla potestà sovrana, esser
visitate dagli ufiziali di giustizia, dagli arrestati e delle loro colpe darsi
notizia pronta. Ai bargelli fu ingiunto di tenere occhio vigilante sulle
segrete persecuzioni de' chiostri.
Era occorso alla mente di Leopoldo fin dal
suo primo giungere in Toscana, averci gli ecclesiastici troppo stato, e
attraversarsi a ogni bontà d'ordine civile. Vedeva la seduzione dell'esempio o
la necessità del costume, spinger donzelle alla religione ignoranti ed
immature; vedea giovinetti ambiziosi o scioperati fuggir ne' chostri la
povertà, e cercarvi dall'ozio riputazione; e il chiericato abbracciarsi da
molti non per la santità dell'uffizio, ma come veste di dignità, o strada a
guadagni anche disdicevoli. Spingevalo l'animo a riformar le cose del culto di
tal maniera, che gli ecclesiastici fossero in minor numero, ma più operosi e
più esemplari; e a ciò segretamente lo confortavano non pochi del clero stesso,
coperti seguaci delle dottrine giansenistiche; i quali veduto l'animo del
principe e confidando ne' tempi, speravano potersi accomodare alle società
presenti la stessa forma di gerarchia, che aveva mantenuto in santità onoranda
i primi cultori del cristianesimo. Volevano si ricongiungesse la Chiesa allo
Stato, allargando l'autorità del principe, e de' vescovi in cose di religione:
la dignità de' parrochi si accrescesse, scemando numero e ricchezze ai
regolari; e dell'altare non vivesse chi non servisse all'altare; alla
istruzione de' preti si provvedesse; non ve ne fossero degli oziosi. Piaceva a
Leopoldo aver tali consigli, e interrogava i suoi ministri se gli sapesser
trovar modo per ottenerne un qualche effetto. Ma questi, esperti e diffidenti,
rappresentavano, potersi forse con molto studio ottenere dal clero più
sudditanza, al quale scopo miravano a quel tempo tutte le corti cattoliche, e
non ripugnava la stessa Maria Teresa; ma non potere un piccolo principe, né
forse ai più grandi riescirebbe, invadere la potestà della Chiesa entro a' suoi
confini, e dar nuove leggi al sacerdozio. Dipendere il numero de' preti dalle
ricchezze che gli nutrivano, e al toccar queste, opporre ostacolo insuperabile
la severità de' canoni e la credenza del popolo. Il quale anche con ragione si
lagnerebbe, quando si ristringesse la sola via che avessero gl'infimi
d'innalzarsi, il solo compenso che rimanesse alle ineguaglianze della fortuna e
delle leggi. E poi qual danno al principe quando sotto qualsivoglia vestito
tutti egualmente ubbidissero? quale allo Stato, dove tutti i beni concorrono
alle gravezze pubbliche, qualunque sia il possessore? Avere la legge sopra le
manimorte costretto dentro ai presenti confini il patrimonio degli
ecclesiastici; aver quella sopra i fidecommissi tolto moltissimi dal bisogno di
sostenere con le dignità del clero, ciò che si chiamava decoro del casato;
eppure i costumi essersi mostrati meno civili che non le leggi; e di queste,
molti ed i nobili specialmente, ogni giorno studiarsi a minorare i benefizi,
eludendole con la sottigliezza delle interpretazioni. Confermasse egli
l'efficacia di quei due statuti, sottoponesse il clero alle comuni leggi, più
non poter fare un principe toscano.
A tali consigli piegavasi facilmente l'animo
misurato di Leopoldo; il quale aborrendo anche dal sospetto della ingiustizia,
e più per la coscienza che per la fama, meglio credea conferisse a' suoi
pensieri il lento riformare degli abusi, che non l'audacia e la subitezza delle
innovazioni. Deliberò fissar più accuratamente lo stato di quelle leggi, per
cui si proibiscono nuovi acquisti agli ecclesiastici.
Sinché la feudalità reggeva gli Stati, e i
terreni pagavano tasse all'occasione de' passaggi dall'una all'altra mano,
quegli di proprietà del clero, per la continuità del possesso, nulla
contribuivano alla finanza; di qui venne il nome di manimorte. Vennero i
governi regi e municipali; e quei beni anche allora sfuggivano alle gravezze,
dappoiché il clero si ebbe arrogato immunità dal contribuire ai pesi dello
Stato. Perciò in molti luoghi o si frenarono per legge i nuovi acquisti, o si
gravarono per vie indirette: tutto moveva dall'interesse della finanza. Tardi e
solamente in questa luce delle economiche dottrine, s'intese, da quella
immobilità e da quei vincoli venirne altri e più gravi danni all'universale;
volersi per la ricchezza pubblica possessioni non troppo grandi, frequenza di
passaggi, proprietà libera. La legge imperiale del 1751 avea, come sopra ho
dichiarato, ragioni di generale utilità, ma col riferir tutto al principe, dava
campo a troppo arbitrio, e non fondava massime. La pratica del concedere la
licenza variava co' tempi e co' ministri; dubitavasi soprattutto dovesse al
divieto esser norma, o solamente l'utilità del modo dell'impiegar le rendite, o
anche le condizioni del possedere; fossero alla legge sottoposte anche le
corporazioni dei secolari.
Due grandi massime di governo dettarono lo
statuto del 1769. Promuovere le vendite e le allivellazioni de' terreni
posseduti in società; chiudere affatto la via d'acquistar ricchezze a quelle
fondazioni per cui lo Stato non prosperasse. Perciò si ordinava che tutti i
beni, i quali per privilegi sconosciuti (tali erano quelli de' mercanti
livornesi) potevano esser donati a' manimorte, dovessero dentro un anno
vendersi, e il capitale impiegarsi in luoghi di Monte, sola maniera di stabile
proprietà, alla quale il Granduca voleva ridurre col tempo i patrimoni pubblici
e comunali. I beni obbligati per la soddisfazione di lasciti pietosi potessero
sempre essere affrancati, trasportando in luoghi di Monte il capitale; e così
liberando i terreni per essi vincolati. E di tutti i terreni di manimorte già
allivellati, restasse l'util dominio proprietà libera dell'attuale livellario
potesse disporne come di cosa sua, né ritornassero mai al padron diretto; ma
alla scadenza d'ogni contratto, dovesse questo esser rinnovato a favore degli
eredi dell'ultimo possessore. La manomorta non si arricchisse mai dei
miglioramenti fatti a' terreni dopo il giorno della pubblicazione di questa
legge, i benefizi del tempo andassero tutti a guadagno dei livellarii. In
questo modo si veniva in essi a trasferire, con salutare e ardito provvedimento,
la miglior parte della proprietà, restava al padron diretto solamente un canone
immutabile, per lo più stabilito in tempi lontanissimi, quindi non più in proporzione
colle presenti entrate. Avrò sovente occasione di discorrere quanto benefizio
arrecasse alla Toscana questo favore pe' livelli.
E quanto alla licenza di nuove donazioni,
essa concedevasi solamente a chi, mancando d'eredi prossimi, disponesse a
favore della pubblica educazione, o per dotar fanciulle, o per inalzare edifizi
di pietà pubblica. Con rigorose dichiarazioni rendeasi vano il supplicare
contro al divieto passato in massima; vietavasi lo interpretar mai
favorevolmente alle manimorte le incertezze o le dimenticanze della legge. Per
tal modo questa materia sarebbe stata compiutamente ordinata, sennonché l'arte
tardiva di compor leggi, peranche non conoscevasi; e i discordanti pareri de'
due principali consiglieri di Leopoldo, Pompeo Neri e Giulio Rucellai, tolsero
certezza alle espressioni. Fu macchia alla sapienza del legislatore, il bisogno
immediato di dichiarare con un altro editto, non essere comprese nelle
proibizioni le comunità secolari; la quale esclusione fu poi nell'anno stesso
rivocata pe' luoghi pii che sono amministrati da laici. Vacillamento in
Leopoldo non infrequente, e che molte volte scemò ubbidienza e rispetto alle
migliori sue leggi. Quindi nell'anno 1771, una istruzione ai Notari tolse le
incertezze con una distinzione legale, e meglio col nominar quali manimorte
fossero assoggettate al divieto, e quali esenti per legge o per privilegio. Fu
libero l'acquistare a quelle corporazioni dove ha parte alla proprietà chiunque
partecipi al benefizio della consorteria, vietossi a quelle nelle quali la
proprietà è indivisibile: un membro isolato della consorteria non ha diritti
proprii, e la rappresentanza e il dominio stanno nella persona immaginaria di
una istituzione immutabile, governata da leggi primitive, non libera di sé
stessa. A questo ordine appartenevano gli spedali, ed altre fondazioni di pietà
pubblica, ma furono esenti per privilegio.
Non si avea provveduto ai legati per messe o
per suffragi. Ed anche questi però, benché avessero effetto passeggiero,
facevan patrimonio a' preti inutili; e la pietà immoderata, ristretta da ogni
altro lato, si profondeva più cupidamente in queste divozioni. Vietaronsi poco
dopo i legati di questa specie, i quali oltrepassassero l'importar di cento
zecchini, o la ventesima parte dell'eredità.
Ma non abbandonava Leopoldo il pensiero e la
speranza di contenere la inconsideratezza delle donzelle che si precipitavano
al chiostro. Imperocché alle monache già rinchuse, amore d'istituto e bisogno
di compagnia facevano parer bella ogni seduzione onde quel loro esilio si
popolasse. E non le spaventava ridursi per l'accresciuto numero a vivere più
ristrette in quei conventi ch'erano meno ricchi o peggio governati, perché ad
ogni godimento prevale necessità d'umano consorzio, e chi più sembra sdegnarlo
più lo desidera. Avevano in ciò aiutatrice potente la mala educazione delle
famiglie, per cui pareva sola buona quella dei monasteri, e la insipidezza de'
famigliari contenti, indizio di secol guasto. Né per esempi apprendevano le
fanciulle ad onorare, né per oneste discipline ad ambire il santo nome di madre
di famiglia; vivevano nelle case peso e non cura de' loro maggiori; vedevano
con la mente ne' soli chiostri virtù illibata e compagnia più amorevole. Ben
conosceva Leopoldo le troppe monacazioni essere effetto di peggior male;
educazione negligente, e volea correggerla; ma intorno a ciò, bench'ei molto
bramasse, poco tentò, pochissimo ottenne. D'un ottimo principe può esser vanto
frenar nella società gli amori viziosi, ma non è opera d'uomo benché potente,
torcere a posta sua quelle inclinazioni che lungo corso di secoli confermò. Il
volger delle generazioni trae seco effetti lentissimi in bene o in male, e
invano si vuol formare la generazione avvenire, ove la presente sia brutto
specchio. E il seguito di quest'opera mostrerà, come Leopoldo comunicando poco
cogli uomini del suo tempo, e male inteso da loro e poco creduto, presto perdesse
l'animo a quelle cose che alla moral cultura direttamente risguardano. Certo
egli amministrò lo Stato ottimamente, ma sui costumi e sulle opinioni ebbe poco
impero.
Tentò ben egli rivolgere a migliori studi ed
a virtù più operosa l'educazione de' monasteri, e divisò chiamare a riformargli
maestre d'oltremonti, dove parevagli alcuni Conservatorii intendere a scopo più
sociale. Vana speranza: poiché d'istituzioni siffatte la immutabilità delle
massime è vita e fondamento; regole ed usi vogliono obbedienza cieca, cercar
d'infrangergli è apostasia. Ed a quel tempo pareva profana malizia il creder
che mogli e madri potessero ammaestrar sui doveri di moglie e di madre, e che
la scuola delle virtù del mondo altrove risedesse fuor che nel chiostro.
Un editto della Reggenza aveva moderato la
pompa de' vestimenti delle monache; trovò Leopoldo la pratica già trascorsa,
siccome avviene di leggi senza confini certi, quindi inefficaci contro alla
tirannia del costume. Rimase anche questo incentivo alla imprudente vanità di
fanciulle ignote ancora a sé stesse, abbagliate dalla gloria di un giorno solo;
in cui la solennità del rito, l'onore del sacrifizio, le lodi, la tenerezza de'
circostanti, il nome di sposa, le monache allora liete e carezzevoli, seducono
quelle vergini menti, e cuoprono a loro il dubbio tremendo del disinganno. Niun
atto della vita civile era celebrato con più solennità. La Granduchessa
assisteva ne' primi giorni del suo arrivo alle monacazioni di tre fanciulle
sorelle di nobile famiglia, ed era ciò parte delle allegrezze pel nuovo regno.
Ma opinavano taluni dei ministri, e Pompeo
Neri era tra questi, il moderare le spese de' vestimenti dover produrre effetti
contrari alla intenzione. Le figlie collocate nel chiostro più non farebbero
paura di gravi spese, si compirebbe il voto de' padri avari. Così vacillavasi
ne' consigli tra l'accrescere le doti delle novelle monache o torle affatto;
del pari temendosi che aumentato il guadagno delle monacazioni pe' monasteri o
per le famiglie, o quegli attirassero più fanciulle, o queste più volentieri ve
le spignessero. Né men dubitavasi se le monache forestiere fossero da ammettere
o da rigettare, stando per l'una sentenza il desiderio di tôrre il luogo alle
toscane, per l'altra l'indole di siffatte congregazioni, che dal numero stesso
acquistano celebrità e riputazione, e maggiore attività a moltiplicarsi.
Dapprima le doti furono ristrette, poi quando Leopoldo ebbe cominciato a
procedere in queste cose con meno ritegno; vietò ai monasteri ricever doti, e
gravò le vestizioni di forte tassa pagabile agli Spedali; secondo la condizione
delle famiglie, e le forestiere doveano pagarla doppia; i monasteri che
trasgredivano puniva con la proibizione di accettar novizie. Le gale de'
vestimenti furono vietate molti anni dopo.
Intanto l'amministrazione dell'economia dei
monasteri era stata tolta ai superiori ecclesiastici, e attribuita gli Operai
nominati dal principe, com'era per editto di Cosimo I, male osservato dipoi. A
questi Operai chiedeva lo Stato delle rendite e delle spese di ogni monastero,
e di quante persone fosse capace per poi fissarne il numero. Ma gli
ecclesiastici si adombrarono, viddero l'intenzione, gridarono offesi i diritti
della Chiesa; conobbe il Granduca nelle difficoltà opposte ai primi passi,
quanta poca speranza fosse di conseguire l'intento. E Maria Teresa, tentata da
lui e dal Rosenberg, difensore costante dell'autonomia regia, piuttosto si
mostrò fredda alle cose nuove, che disposta a sostenerle con la potenza del
nome imperiale.
Ma fu delle riforme operate da Leopoldo
sopra i conventi efficacissima quella, per cui nell'anno 1775, incoraggiato
dall'esempio di molti Stati d'Italia e d'oltremonti, vietò alle fanciulle
vestire abito religioso prima del ventesimo anno compito, ai maschi prima del
diciottesimo; né a questi era lecito professare, se non finito il
ventiquattresimo. Apparve sapienza di legislatore nel prender cura solamente
perché le monache si vestissero più tardi, e nulla innovar per esse quanto alla
professione, siccome inutile. Le ha già legate l'addio dato al mondo, il
consorzio delle persone religiose, il terrore della promessa che di sé stesse
fecero a Dio quando si decise lor vocazione; gli esempi di fanciulle che siano
uscite dal chiostro prima di professare, o son rarissimi o nulli. E fu,
quantunque lodevole nella massima, per gli effetti vano, aver prescritto nel
tempo stesso che le accettate nei monasteri dovessero prima di vestirsi essere
esaminate da un ecclesiastico, il quale attestasse della sincerità della
vocazione, e quindi per sei mesi vivessero nel mondo, e senza intera coscienza
non eleggessero. Ma ciò riusciva piuttosto a pompa di sacrifizio che a libertà
di scelta; poiché facendo di sé spettacolo per addobbo sfarzoso e singolare, e
già portando sul petto il segno del voto fatto, e solo con gli ecclesiastici
conversando e con le pietose amiche de' monasteri, mostravansi agli occhi di
tutti come persone consacrate, e in nulla si accomunavano al vivere sociale. Fu
poi necessario il moderar per editto i disordinati ornamenti delle spose
monache.
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Queste innovazioni erano a Leopoldo sorgente
di molta invidia, che poi si spandeva su tuttociò ch'egli divisava a incremento
della religione e de' costumi. Sicché scarso frutto ebbero, e poco amore gli
guadagnarono le sue cure a prò della parte più utile e più rispettabile del
clero che sono i parrochi. Questo ministero di carità, che il Cristianesimo
istituiva, e in cui quando si fondò la Chiesa, stava tutto quanto il sacerdozio
(perché i vescovi facevano da principio ufizio di parrochi), rimase, dopo
trascorsa la disciplina, il più negletto in tutta la gerarchia; e mentre le
monastiche associazioni e le congreghe de' canonici e degli altri benefiziati,
crescevano in grandi ricchezze, i parrochi disgiunti tra loro, e per lo più
rilegati nelle campagne e occupati in ufizio umile e faticoso, ebbero appena
tanta mercede che sovvenisse, in molti luoghi, al necessario. Eppure il loro
soperchio è de' poveri e non va in pompe; e nelle istruzioni a' fanciulli,
nell'assistenza agli ammalati, e nelle consolazioni a' moribondi, esercitano
essi quanto la religione ha di più santo
e di più pietoso. E parmi avere essi in ogni tempo ben meritato sì della
civiltà come de' costumi, e tanto degli Stati che della religione. Perché essi
aiutarono a mantenere nei tempi rozzi un vivere più civile nelle campagne; e
nelle grandi monarchie d'Europa un impero più temperato. Le quali cose i popoli
antichi ottenevano e conservavano solamente dove erano i governi municipali, ma
negli Stati i quali reggevansi a volontà d'un solo, della servitù, necessaria
compagna, era la barbarie. Imperocché la potestà del signore continuata e
trasmessa infino alla estremità del popolo per una catena lunghissima di
satelliti e d'uffiziali, veniva in questo modo a opprimere e corromper tutto,
intromettendosi in ogni atto del viver sociale. Ma dopo la istituzione delle
Parrocchie, i Curati tennero negli imperi più assoluti un magistrato quasi
cittadinesco, e in loro fidava il principe assai per la custodia dell'ordine e
della pace dello Stato, cura o pretesto di ogni governo benché malvagio. Onde
essi poterono nelle campagne allontanar dal minuto popolo il peso della
tirannide, e furono pur sempre popolo anch'essi, e tennero in ogni occasione la
parte popolare. La storia gli mostra sempre utili ministri di un ordinato
governo, non mai strumenti di dispotismo.
E così santi conservatori del cristianesimo
mantengono con la disciplina de' primi secoli anche la povertà stessa, con
invidiosa disuguaglianza dagli altri membri del clero. E le ricchezze di alcune
parrocchie sono piuttosto scandalo che compenso
alla povertà di tante, e si distribuiscono infra i potenti e gli
ambiziosi, non sono ricompensa dei parrochi benemeriti, non mercede attribuita
al ministero. E Roma prese poca cura di loro, e i litigi co' principi secolari,
e i concordati, e le proteste, e le bolle, e le scomuniche, furono solamente a
prò di grassi beneficiati, o di monaci; nulla si provvidde per le parrocchie,
nulla si chiese. Scampata a' dì nostri la Chiesa dalla tempesta della
rivoluzione, noi vedemmo il Romano Pontefice nella improvvisa fortuna, incerto
dell'avvenire, ripetere con discretezza avveduta da principi benevoli ciò che
rimaneva del patrimonio antico e facilmente ottenerlo. Pareva rinascer la
Chiesa e non le mancava la scuola delle sventure; poteva riordinarsi la
disciplina e accomodarsi al tempo; ma il Pontefice sollecito più del fasto e
della potenza del clero, che non delle necessità vere del cristianesimo, volle
che risorgessero numerosi i conventi; prese a cuore che molti preti vagasser
nelle città senza ministero, arricchiti dalle ufiziature; e neppur mosse la
voce perché si redimessero dalla miseria tanti Curati delle campagne, da' quali
pure avrebbe avuto miglior soccorso la religione indebolita e vacillante. Quali
sieno i motivi di tanto favore per gli uni, di tanta trascuratezza per gli
altri, è agevole il ravvisarlo.
Sta la potenza della moderna Roma in
quell'esercito di ecclesiastici, che vivono dispersi in tutti i paesi
cattolici, ma collegati tra loro da comunanza di interessi, e da necessità di
scambievole appoggio; ordinati come a milizia ne' gradi della gerarchia, e
obbedienti a ogni cenno del pontefice, come centro dell'unità e della forza, e
da cui dipende ogni loro speranza, ogni ambizione. Qualunque legame essi
serbino con lo Stato ove nacquero ed in cui risiedono, allenta i legami che gli
ristringono alla corporazione di cui sono membri. I monaci tutti sottratti a
ogni cittadinanza dalle istituzioni del loro ordine, hanno il solo Papa per principe
supremo, e in nessun luogo la patria. E gli altri preti cui debil freno
costringe all'obbedienza de' principi secolari, per la romana potenza, sono
forti e ridottati; da Roma aspettano le ricchezze, a Roma hanno le speranze
perfino del principato. Ma per i Parrochi non è campo all'ambizione, non
interesse di ceto, non mire di avanzamento; e perfino che essi sieno traslocati
a una migliore parrocchia accade di rado, e non è senza taccia, perché si
chiama negli infimi avarizia ciò che nei grandi si cuopre di nomi splendidi e
onorati. In questo modo vivendo i parrochi abietti e disgregati, in nulla
profittano, non fan della religione scala a secolare potenza. Quando nel secolo
sedicesimo la riforma mutò il governo della Chiesa, e abbattè in molte parti
d'Europa la monarchia papale, i parrochi abbracciarono il nuovo cristianesimo
come divenuto la religione dello Stato, il loro ministero rimase intatto, la
dignità non ne scapitò . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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