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3. ALTRI FRAMMENTI.
È noto generalmente a' Toscani essere stato pensiero del buon granduca
Pietro Leopoldo consolidar l'opera delle sue riforme, e porre egli stesso
limiti alla sua sovranità per mezzo d'un patto costituzionale. La certa notizia
di questo disegno di Leopoldo, e le voci discordi ed incerte intorno a' motivi,
e gli eventi che a lui vietarono ridurlo in atto, corsero dapprima poco
avvertite per la incuranza de' Toscani alle cose pubbliche, ma più si diffusero
in questi ultimi tempi, dacché i Toscani
sentono anch'essi bisogno di guarentigie, e di fondare sul comun voto le
istituzioni governative.
E invero molte cagioni cospirarono perché
l'opera di Leopoldo rimanesse incompiuta. Già era necessità che tali dovunque
rimanessero per loro difetto intrinseco le riforme più essenziali promosse da'
principi nel passato secolo, e quelle massimamente che aveano in sé un qualche
principio di libertà; concesse in un tempo d'indefinite speranze e di liete
immaginazioni, sempre supponevano tra loro d'accordo, in ideale beatitudine,
una paternità inestinguibile ne' monarchi assoluti, e un amoroso quietismo ne'
popoli intelligenti. Ma i popoli allora contrastavano le non intese franchigie,
doverono i principi presto diffidarsi delle vere libertà. Vero è che Leopoldo
sembra aver mirato più oltre con franca securtà, e avere sinceramente ambito la
signoria temperata; ma quella medesima dolcezza toscana che allora lo
incoraggiava a infondere nei soggetti il sentimento di cittadino, frapponeva
intanto nella inerzia degli animi, ostacoli ad ogni cosa ch'egli tentasse più
risolutamente. La costituzione riusciva o monca o impossibile, se prima non si
compivano quelle riforme parziali ch'essa doveva consolidare. E a queste non
gli bastarono venticinque anni di regno; e più ch'egli progrediva, e più quei
medesimi nei quali voleva fidarsi, svogliati o avversi lo abbandonarono, o si
voltarono contro di lui: i suoi ministri lo contrariavano in tutte le cose più
importanti. E all'ultimo del suo regno, sommosse risibili ma pure non
infrequenti lo avevano ammonito, essere il popolo di Toscana strumento per anco
inetto a quelle istituzioni che abbisognano di vigorosa sapienza, e allora,
credo, s'accorse d'avere col mezzo della prosperità materiale poco aiutato alla
coltura degli animi ed al morale risorgimento.
Ma Leopoldo non disperava dell'avvenire; a
molti parrà che egli vi fidasse troppo. Quanto meno i popoli chiedevano le
buone istituzioni, tanto più parevagli ch'essi agevolmente vi si
assueferebbero, e le userebbero con modestia; né il tempo potrebbe altro che
sempre più affezionargli a quella ubbidienza temperata, e in questa unanimità
raccorgli sotto a quel benefico patrocinio.
I Medici tanto dotti nelle arti dispotiche,
aveano dunque ben meritato de' Toscani, se avevangli educati ad acquistarsi
dopo dugento e cinquant'anni questa fiducia del principe. Sovr'essi tutta
l'odiosità d'avere domato quegli animi torbidi che la repubblica generava,
prostrato nella disperazione gli ingegni più audaci, adescate a servitù le
ambizioni, avvezzato gli uomini a porre il quieto vivere in cima d'ogni
felicità. Queste cose da lungo tempo eran fatte e dall'uso confermate; e ogni
sospetto essendo svanito, spente con la dinastia le arti medicee, da' nuovi
regnanti più virtuosi e civili, i popoli imparerebbero novelle virtù, quelle
che s'addicono in giusta e discreta monarchia. E già i costumi pubblici non mai
come altrove insalvatichiti, in qualche parte avvaloravano siffatte speranze.
Era una lentezza a muoversi, una renitenza al bene, diffusa egualmente per
tutte le membra dello Stato, piuttosto che una ruvida connessione o un
intestino disordine da correggere con la violenza. Pessime le leggi, corrotte
le abitudini, ma la composizione sociale non era per sé incapace dell'ideale
risorgimento. Bastava eccitare gli ingegni scorati, ravvivare gli elementi che
erano nel popolo inerti, ma non distrutti. Il popolo di Toscana per la civiltà
più antica, e per la eguaglianza ivi più che altrove radicata, meno degli altri
s'imbevve de' vizi spagnuoli che tanto infettarono l'Italia. Di vera feudalità
non era vestigio da più secoli, fuorché ne' feudi imperiali, pochi e dispersi
su' confini dello Stato; e i nobili non avevano gran forza di privilegi da
difendere, né la plebe aveva ingiurie gravi da vendicare. Le concessioni
feudali fatte da' Granduchi erano apparenze non sostanza, e le proprietà non
tanto vaste, e la cultura per colonìa, in qualche parte alleviarono la sorte
del campagnuolo. In tutto men aspra che altrove la condizione del povero, più
umano e discreto il fare de' ricchi, e più scambievole simpatia nel vivere si
manifestava. Quelle foggie signorili delle quali piacque a' medici
d'attorniarsi, male ricuoprivano le origini mercantili della nobiltà fiorentina
e del principe: ristretta la vastità de' traffici, rimase a' signori la bottega;
e benché i due primi Granduchi con grande studio imitassero la cupa alterigia
del protettore spagnuolo, que' modi stranieri presto caddero, tornò benché guasta
l'antica domestichezza del vivere fiorentino, ed un fare più alla buona. Né
impero più crudo, o più guardinga sostenutezza bisognavano, dacché ogni
preminenza era abbattuta, ogni vera dignità prostrata; rara superbia ed innocua
insorgeva fiaccamente sulla universale
bassezza. Il regno lunghissimo di Cosimo III finì di corrompere ed
impoverire ogni cosa, peggiorò sinanche i costumi ch'egli intendeva a
correggere con discipline fratesche; ed egli visse più contegnoso; ma il figlio
di lui Giovanni Gastone sciogliendo ogni freno, ricondusse l'antica facilità
del vivere sino all'estrema licenza, sino alla più abietta trivialità. Poveri
copisti non più d'esempi spagnuoli, ma di francesi, que' due ultimi granduchi
di razza medicea, in sé ripetevano l'immagine smorta di Luigi XIV e del
Reggente di Francia, ma senza prestigio di grandezza, senza velo d'eleganza.
La fine di casa Medici essendo prevista da
gran tempo, la successione al dominio su' Toscani, merce che rimaneva senza
padrone, fu per molti anni avanti palleggiata su tutti i mercati dell'Europa, contrattata,
disputata, ambita, ceduta dall'uno all'altro de' grossi potentati, gelosi che
un piccolo peso non turbasse quella sempre cercata bilancia, ch'era studio de'
politici, e calamità de' popoli. E quegli avanzi della famiglia moribonda, pure
ancora vivevano, e avevano nome di regnare, e il popolo di Toscana muto,
inconsapevole aspettava a quale ignaro e stranio signore, altri ignoti e
stranii signori gli prescrivessero d'ubbidire. Era in Firenze un Senato, che in
sé assumeva l'antica repubblica; ma questo Senato dichiarava in quelle solenni
congiunture, d'avere avuto per 200 anni a sola sua guida l'esecuzione degli
ordini sovrani, e umilmente ringraziava il Granduca quando con tanta
benignità degnavasi consultarlo. Un ghiribizzo di Giovanni Gastone (non so
bene se fosse generosità o dispetto, o celia, perch'egli di tutte queste cose
era capace) fece che un giorno egli protestasse con atto legale, per la libertà
del popolo Fiorentino, e che il popolo solo aveva diritto a succedergli, e che
doveva tornare la repubblica: ma il Senato non lo seppe, perché ebbe in
consegna il foglio sigillato, e i Toscani non lo seppero, né, credo, ancora lo
sanno, benché poi quel foglio fosse stampato; e se lo avessero saputo, male
avrebbero gradito quel matto imbroglio nel quale il Granduca li poneva, di
governarsi da sé. Infine, perché Lorena andasse a rotondare la monarchia di
Luigi XV, la sovranità della Toscana fu data a Francesco, che poi divenne
imperatore. Eppure siffatto trabalzone sotto straniera dominazione, riebbe
alquanto la Toscana dalla decrepitezza medicea, siccome il sangue lorenese
aveva ringiovanita l'invecchiata casa d'Austria. Erano i principi lorenesi
provati dalla fortuna, esercitati nelle difficoltà di regno, e l'ultimo di
recente morto, aveva lasciato di sé ottima fama e nome di giusto. Vennero
reggenti d'oltremonti (perché il nuovo principe attendeva a maggiori
ambizioni); vennero stranieri a sciami ad occupare gli uffici pubblici.
L'Italia, e in ispecie la Toscana che aveva insegnato al mondo i primi elementi
dell'aritmetica commerciale, ora imparava dagli oscuri stranieri, e poi
nuovamante pochi anni dopo, riceveva più avanzata dai Francesi, l'arte di
applicarla al governo degli Stati ed alla economia sociale. E alcuni toscani
presto l'appresero, e come avvien sempre nelle mutazioni degli Stati, novelle
forze si mossero, i dolori compressi parlarono, le speranze rianimate
s'ingegnarono. E il Bandini scriveva, l'anno stesso della mutazione, quel suo
celebrato discorso, primo documento in Italia e fuori, di buone e applicabili
dottrine economiche. E il Neri e il Rucellai ed altri sursero ministri non
inferiori al loro secolo. Era quel governo avaro, per le strettezze di guerra
in Germania e per la cupidità del principe: ma la finanza fu più ordinata, e benché
malefica e rozza fosse, i Lorenesi istituirono ordinamenti migliori per tenere
i conti pubblici, e con più certezza sindacarli. Altre e più importanti novità
si fecero: la feudalità percossa, alcune riforme di cose ecclesiastiche
concordate col Pontefice, altre nel silenzio fatte o preparate; parecchie feste
abolite, l'inquisizione frenata, cercavasi modo acconcio a scemare il numero
de' preti; il secolo lampeggiava. Due leggi gravissime, una che ristringeva i
fidecommessi, l'altra che vietava le donazioni alla Chiesa, furono gran
fondamento a tutte le novità maggiori che poi facesse Leopoldo. E allora i
Toscani che non avevano da quasi due secoli visto mai fumo di guerra, almeno in
Germania combatterono, si mescolarono ad altre genti. E i nobili fatti
cortigiani d'un imperatore, andavano a Vienna, lo seguivano ne' campi, vedevano
guerre, udivano cose nuove, pascevansi d'ambizioni misere, ma pure non tanto
grette, non tanto municipali.
Queste buone cose faceva il governo lorenese
nei ventotto anni della reggenza: più forse ne uscivano, se, come i migliori
fecero, il popolo avesse mostrato più vivo sentimento e maggiore zelo nel
promuovere il nazionale interesse: la svogliatezza delle cure pubbliche,
nudrita da' Medici cresceva in quella avversione agli stranieri dominatori; e
un disdegno non ingiusto più che mai confermava i Toscani in quella inerte
superbia miseramente avanzata alle antiche glorie, e fatta ostacolo ad ogni
risorgimento. Niun altro fra' popoli d'Italia mostrava a quel tempo e poi, più
contentezza di sé medesimo, più tenacità nelle abitudini, più voglia di
segregarsi. Viveva indolente nella sua mediocrità, rifuggiva dall'accomunarsi,
non che allo straniero anche a' suoi vicini stessi, a' suoi fratelli d'Italia.
Morto l'imperatore Francesco, l'anno 1765,
il figlio di lui Pietro Leopoldo venne in Toscana Granduca. Si rallegravano i
Toscani della racquistata indipendenza: d'avere una corte, un principe a casa
loro, di non più soffrire delle viennesi avarizie. Ma fu contentezza inoperosa,
fu quiete d'un desiderio soddisfatto; e i Toscani non si mossero per attorniare
bramosi il nuovo Granduca, benché gradito egli fosse: discrete cupidità,
modeste ambizioni, poca e fredda cura pel nazionale incremento; quest'era a
quei tempi natura dei popoli. E avevano soggezione ad accostarsegli siccome a
straniero, e in molte famiglie tuttora vivevano tradizioni guelfe e certi
simulacri di parte, male inclinata verso un principe tedesco. Leopoldo ebbe
indole tutta popolare, voglie che non soverchiavano gli angusti confini del suo
Stato, divenne ben presto sinceramente toscano, ma i Toscani poco gli
risposero; lasciarono il principe quasi solo a intraprendere non chieste le più
essenziali riforme . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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