Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Gino Capponi
Storia di Pietro Leopoldo

IntraText CT - Lettura del testo

  • 3. ALTRI FRAMMENTI.
    • 1. Condizioni morali della Toscana prima di Pietro Leopoldo.
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

3. ALTRI FRAMMENTI.

 

1. Condizioni morali della Toscana prima di Pietro Leopoldo.

 

È noto generalmente a' Toscani  essere stato pensiero del buon granduca Pietro Leopoldo consolidar l'opera delle sue riforme, e porre egli stesso limiti alla sua sovranità per mezzo d'un patto costituzionale. La certa notizia di questo disegno di Leopoldo, e le voci discordi ed incerte intorno a' motivi, e gli eventi che a lui vietarono ridurlo in atto, corsero dapprima poco avvertite per la incuranza de' Toscani alle cose pubbliche, ma più si diffusero in  questi ultimi tempi, dacché i Toscani sentono anch'essi bisogno di guarentigie, e di fondare sul comun voto le istituzioni governative.

E invero molte cagioni cospirarono perché l'opera di Leopoldo rimanesse incompiuta. Già era necessità che tali dovunque rimanessero per loro difetto intrinseco le riforme più essenziali promosse da' principi nel passato secolo, e quelle massimamente che aveano in sé un qualche principio di libertà; concesse in un tempo d'indefinite speranze e di liete immaginazioni, sempre supponevano tra loro d'accordo, in ideale beatitudine, una paternità inestinguibile ne' monarchi assoluti, e un amoroso quietismo ne' popoli intelligenti. Ma i popoli allora contrastavano le non intese franchigie, doverono i principi presto diffidarsi delle vere libertà. Vero è che Leopoldo sembra aver mirato più oltre con franca securtà, e avere sinceramente ambito la signoria temperata; ma quella medesima dolcezza toscana che allora lo incoraggiava a infondere nei soggetti il sentimento di cittadino, frapponeva intanto nella inerzia degli animi, ostacoli ad ogni cosa ch'egli tentasse più risolutamente. La costituzione riusciva o monca o impossibile, se prima non si compivano quelle riforme parziali ch'essa doveva consolidare. E a queste non gli bastarono venticinque anni di regno; e più ch'egli progrediva, e più quei medesimi nei quali voleva fidarsi, svogliati o avversi lo abbandonarono, o si voltarono contro di lui: i suoi ministri lo contrariavano in tutte le cose più importanti. E all'ultimo del suo regno, sommosse risibili ma pure non infrequenti lo avevano ammonito, essere il popolo di Toscana strumento per anco inetto a quelle istituzioni che abbisognano di vigorosa sapienza, e allora, credo, s'accorse d'avere col mezzo della prosperità materiale poco aiutato alla coltura degli animi ed al morale risorgimento.

Ma Leopoldo non disperava dell'avvenire; a molti parrà che egli vi fidasse troppo. Quanto meno i popoli chiedevano le buone istituzioni, tanto più parevagli ch'essi agevolmente vi si assueferebbero, e le userebbero con modestia; né il tempo potrebbe altro che sempre più affezionargli a quella ubbidienza temperata, e in questa unanimità raccorgli sotto a quel benefico patrocinio.

I Medici tanto dotti nelle arti dispotiche, aveano dunque ben meritato de' Toscani, se avevangli educati ad acquistarsi dopo dugento e cinquant'anni questa fiducia del principe. Sovr'essi tutta l'odiosità d'avere domato quegli animi torbidi che la repubblica generava, prostrato nella disperazione gli ingegni più audaci, adescate a servitù le ambizioni, avvezzato gli uomini a porre il quieto vivere in cima d'ogni felicità. Queste cose da lungo tempo eran fatte e dall'uso confermate; e ogni sospetto essendo svanito, spente con la dinastia le arti medicee, da' nuovi regnanti più virtuosi e civili, i popoli imparerebbero novelle virtù, quelle che s'addicono in giusta e discreta monarchia. E già i costumi pubblici non mai come altrove insalvatichiti, in qualche parte avvaloravano siffatte speranze. Era una lentezza a muoversi, una renitenza al bene, diffusa egualmente per tutte le membra dello Stato, piuttosto che una ruvida connessione o un intestino disordine da correggere con la violenza. Pessime le leggi, corrotte le abitudini, ma la composizione sociale non era per sé incapace dell'ideale risorgimento. Bastava eccitare gli ingegni scorati, ravvivare gli elementi che erano nel popolo inerti, ma non distrutti. Il popolo di Toscana per la civiltà più antica, e per la eguaglianza ivi più che altrove radicata, meno degli altri s'imbevve de' vizi spagnuoli che tanto infettarono l'Italia. Di vera feudalità non era vestigio da più secoli, fuorché ne' feudi imperiali, pochi e dispersi su' confini dello Stato; e i nobili non avevano gran forza di privilegi da difendere, né la plebe aveva ingiurie gravi da vendicare. Le concessioni feudali fatte da' Granduchi erano apparenze non sostanza, e le proprietà non tanto vaste, e la cultura per colonìa, in qualche parte alleviarono la sorte del campagnuolo. In tutto men aspra che altrove la condizione del povero, più umano e discreto il fare de' ricchi, e più scambievole simpatia nel vivere si manifestava. Quelle foggie signorili delle quali piacque a' medici d'attorniarsi, male ricuoprivano le origini mercantili della nobiltà fiorentina e del principe: ristretta la vastità de' traffici, rimase a' signori la bottega; e benché i due primi Granduchi con grande studio imitassero la cupa alterigia del protettore spagnuolo, que' modi stranieri presto caddero, tornò benché guasta l'antica domestichezza del vivere fiorentino, ed un fare più alla buona. Né impero più crudo, o più guardinga sostenutezza bisognavano, dacché ogni preminenza era abbattuta, ogni vera dignità prostrata; rara superbia ed innocua insorgeva fiaccamente sulla universale  bassezza. Il regno lunghissimo di Cosimo III finì di corrompere ed impoverire ogni cosa, peggiorò sinanche i costumi ch'egli intendeva a correggere con discipline fratesche; ed egli visse più contegnoso; ma il figlio di lui Giovanni Gastone sciogliendo ogni freno, ricondusse l'antica facilità del vivere sino all'estrema licenza, sino alla più abietta trivialità. Poveri copisti non più d'esempi spagnuoli, ma di francesi, que' due ultimi granduchi di razza medicea, in sé ripetevano l'immagine smorta di Luigi XIV e del Reggente di Francia, ma senza prestigio di grandezza, senza velo d'eleganza.

La fine di casa Medici essendo prevista da gran tempo, la successione al dominio su' Toscani, merce che rimaneva senza padrone, fu per molti anni avanti palleggiata su tutti i mercati dell'Europa, contrattata, disputata, ambita, ceduta dall'uno all'altro de' grossi potentati, gelosi che un piccolo peso non turbasse quella sempre cercata bilancia, ch'era studio de' politici, e calamità de' popoli. E quegli avanzi della famiglia moribonda, pure ancora vivevano, e avevano nome di regnare, e il popolo di Toscana muto, inconsapevole aspettava a quale ignaro e stranio signore, altri ignoti e stranii signori gli prescrivessero d'ubbidire. Era in Firenze un Senato, che in sé assumeva l'antica repubblica; ma questo Senato dichiarava in quelle solenni congiunture, d'avere avuto per 200 anni a sola sua guida l'esecuzione degli ordini sovrani, e umilmente ringraziava il Granduca quando con tanta benignità degnavasi consultarlo. Un ghiribizzo di Giovanni Gastone (non so bene se fosse generosità o dispetto, o celia, perch'egli di tutte queste cose era capace) fece che un giorno egli protestasse con atto legale, per la libertà del popolo Fiorentino, e che il popolo solo aveva diritto a succedergli, e che doveva tornare la repubblica: ma il Senato non lo seppe, perché ebbe in consegna il foglio sigillato, e i Toscani non lo seppero, né, credo, ancora lo sanno, benché poi quel foglio fosse stampato; e se lo avessero saputo, male avrebbero gradito quel matto imbroglio nel quale il Granduca li poneva, di governarsi da sé. Infine, perché Lorena andasse a rotondare la monarchia di Luigi XV, la sovranità della Toscana fu data a Francesco, che poi divenne imperatore. Eppure siffatto trabalzone sotto straniera dominazione, riebbe alquanto la Toscana dalla decrepitezza medicea, siccome il sangue lorenese aveva ringiovanita l'invecchiata casa d'Austria. Erano i principi lorenesi provati dalla fortuna, esercitati nelle difficoltà di regno, e l'ultimo di recente morto, aveva lasciato di sé ottima fama e nome di giusto. Vennero reggenti d'oltremonti (perché il nuovo principe attendeva a maggiori ambizioni); vennero stranieri a sciami ad occupare gli uffici pubblici. L'Italia, e in ispecie la Toscana che aveva insegnato al mondo i primi elementi dell'aritmetica commerciale, ora imparava dagli oscuri stranieri, e poi nuovamante pochi anni dopo, riceveva più avanzata dai Francesi, l'arte di applicarla al governo degli Stati ed alla economia sociale. E alcuni toscani presto l'appresero, e come avvien sempre nelle mutazioni degli Stati, novelle forze si mossero, i dolori compressi parlarono, le speranze rianimate s'ingegnarono. E il Bandini scriveva, l'anno stesso della mutazione, quel suo celebrato discorso, primo documento in Italia e fuori, di buone e applicabili dottrine economiche. E il Neri e il Rucellai ed altri sursero ministri non inferiori al loro secolo. Era quel governo avaro, per le strettezze di guerra in Germania e per la cupidità del principe: ma la finanza fu più ordinata, e benché malefica e rozza fosse, i Lorenesi istituirono ordinamenti migliori per tenere i conti pubblici, e con più certezza sindacarli. Altre e più importanti novità si fecero: la feudalità percossa, alcune riforme di cose ecclesiastiche concordate col Pontefice, altre nel silenzio fatte o preparate; parecchie feste abolite, l'inquisizione frenata, cercavasi modo acconcio a scemare il numero de' preti; il secolo lampeggiava. Due leggi gravissime, una che ristringeva i fidecommessi, l'altra che vietava le donazioni alla Chiesa, furono gran fondamento a tutte le novità maggiori che poi facesse Leopoldo. E allora i Toscani che non avevano da quasi due secoli visto mai fumo di guerra, almeno in Germania combatterono, si mescolarono ad altre genti. E i nobili fatti cortigiani d'un imperatore, andavano a Vienna, lo seguivano ne' campi, vedevano guerre, udivano cose nuove, pascevansi d'ambizioni misere, ma pure non tanto grette, non tanto municipali.

Queste buone cose faceva il governo lorenese nei ventotto anni della reggenza: più forse ne uscivano, se, come i migliori fecero, il popolo avesse mostrato più vivo sentimento e maggiore zelo nel promuovere il nazionale interesse: la svogliatezza delle cure pubbliche, nudrita da' Medici cresceva in quella avversione agli stranieri dominatori; e un disdegno non ingiusto più che mai confermava i Toscani in quella inerte superbia miseramente avanzata alle antiche glorie, e fatta ostacolo ad ogni risorgimento. Niun altro fra' popoli d'Italia mostrava a quel tempo e poi, più contentezza di sé medesimo, più tenacità nelle abitudini, più voglia di segregarsi. Viveva indolente nella sua mediocrità, rifuggiva dall'accomunarsi, non che allo straniero anche a' suoi vicini stessi, a' suoi fratelli d'Italia.

Morto l'imperatore Francesco, l'anno 1765, il figlio di lui Pietro Leopoldo venne in Toscana Granduca. Si rallegravano i Toscani della racquistata indipendenza: d'avere una corte, un principe a casa loro, di non più soffrire delle viennesi avarizie. Ma fu contentezza inoperosa, fu quiete d'un desiderio soddisfatto; e i Toscani non si mossero per attorniare bramosi il nuovo Granduca, benché gradito egli fosse: discrete cupidità, modeste ambizioni, poca e fredda cura pel nazionale incremento; quest'era a quei tempi natura dei popoli. E avevano soggezione ad accostarsegli siccome a straniero, e in molte famiglie tuttora vivevano tradizioni guelfe e certi simulacri di parte, male inclinata verso un principe tedesco. Leopoldo ebbe indole tutta popolare, voglie che non soverchiavano gli angusti confini del suo Stato, divenne ben presto sinceramente toscano, ma i Toscani poco gli risposero; lasciarono il principe quasi solo a intraprendere non chieste le più essenziali riforme . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License