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Ho trovato, nipote mio, quel che
ti devo lasciare. È una cosa che mi salvò quasi la vita.
Prima che tu nascessi, i medici
di Brescia e di Milano mi avevano spacciato. Una maledetta malattia nervosa del
ventricolo s'era ostinata a volermi spingere al mondo di là, ed ero ridotto,
per tutto pasto, a nutrirmi di pezzettini di cacio lodigiano che tenevo in
bocca, e di cui a poco a poco succhiavo la sostanza. Pigliai questo malanno, il
primo e l'ultimo della mia vita, cacciando nelle valli; quando, dopo avere mal
dormito qualche ora in un casolare, alle tre della notte mi alzavo, camminavo
fino alle sei in cerca del miglior sito della palude, con il freschetto del
dicembre o del gennaio ed una sottile umidità che entrava nelle ossa, e poi
dall'alba al tramonto mi piantavo immobile nell'acqua e nella nebbia ad
aspettare una folaga, la quale molto spesso non voleva mostrarsi. Mi scordavo
di mangiare. Bevevo, io che sono sempre stato mezzo astemio, de' larghi sorsi
di acquavite. Vedi bestia che è l'uomo! Amando le montagne e le balze, cacciarsi
con tanta fatica e con sì misero fine dentro ai pantani! Tornavo a casa, dopo
qualche giorno, affranto, sfinito. La Menica mi dava brodi, petti di pollo,
latte di gallina, vino vecchio e il suo sorriso tutta bontà; ma io non avevo
fame e digerivo male. Pensa che malinconia m'era venuta addosso!
Non potevo uscire di camera:
andavo dal letto al lettuccio. Se per caso giravo gli occhi allo specchio,
vedendo un coso allampanato, con le guance smunte, gli occhi spenti, il quale
non somigliava affatto al mio signor io, non sapevo vincere l'ombra di un
tristissimo sorriso, che mi correva sulle labbra e si trasmutava tosto in due
lagrime lente. Da quindici giorni, all'aprirsi della primavera, mangiavo, non
ostante, un pochino di più, dicevo qualche parola volentieri, cavavo qualche
accordo flebile con meno stento dalla mia amata chitarra, la quale mi stava
accanto sul sofà o sul letto. Quand'ecco a un tratto, una sera, mi sento
esinanire. La Menica si spaventa. Era un gran pezzo ch'ella non dormiva sotto
le coltri, non andava nel brolo a respirare una boccata d'aria, non faceva
altro che starmi intorno sollecita, sempre attenta ad un'allegria fiduciosa e
serena, che non le veniva dal cuore, ma che ella simulava virtuosamente per il
suo povero infermo. Ell'aveva pensato fino allora al mio corpo: pensò in quel
punto alla mia anima.
Mezz'ora dopo entrò il curato e,
sottovoce, mi chiese s'io voleva confessarmi. Gli occhi della Menica
m'imploravano. La camera era buia, silenziosa, sepolcrale. Mi confessai a
spizzico, quasi senza fiato; ma non fu cosa lunga, poiché non credo in mia vita
di avere mai desiderato male a nessuno. Toccai la mano alla mia buona
infermiera, che mi ringraziò con effusione angelica e mi baciò sulla fronte.
Mi sentivo sollevato. Il prete
stava sempre in piedi a sinistra del letto, duro duro, brontolando le sue
preghiere. Negl'infermi le impressioni son rapide come il lampo. Guardai fisso
il volto del prete, e nell'osservarlo provai dentro un irrefrenabile impeto di
riso.
Bisogna che tu sappia come quel
curato, uomo di mezza età, rubicondo, tarchiato, panciuto, ottimo di cuore, ma
un po' beone e mangiatore insaziabile, era il più gioviale matto di questa
terra. Cantava certe canzonette da fare sbellicare dalle risa, faceva certi
giuochi di prestigio con i bussolotti da maravigliare un mago, scriveva sonetti
buffoneschi, imitava con la sola varietà dei fischi la predica del Vescovo
biascicone e con la sola varietà delle inflessioni di voce tutte le lingue,
compresa la turca; faceva dietro una tela bianca le ombre cinesi con le mani,
figurando cigni, lepri, porci, elefanti, gatti e una pantomima di burattini, in
cui Arlecchino era innamorato di Rosaura e bastonava Pantalone; finalmente con
la faccia rappresentava il temporale, agitando ora lenti, ora impetuosi tutti i
muscoli delle gote, del naso, della bocca, del fronte, persino le orecchie,
così che pareva proprio di vedere i primi lampi, di sentire il rombo dei primi
tuoni, e poi via via crescere la tempesta e, scrosciare la pioggia e scoppiare
le folgori, finché un po' alla volta, con qualche ritorno di vento e d'acqua,
la bufera si dileguava e, rinata la calma, tornava a splendere la viva luce del
giorno. Tu avessi visto come a questo punto il viso del prete sbocciava, come
s'irradiava, come brillava: era il sole tale e quale.
Il gaio curato veniva, prima
della mia malattia, tutte le domeniche a desinare da noi, e di quando in
quando, bevuta una bottiglia di quel vecchio, ci dava lo spettacolo esilarante
del suo temporale. Ora, al vedere il muso tondo, comicamente solenne, a cui
neanche l'aspetto della morte avrebbe potuto cancellare l'impronta della
giovialità, borbottare le orazioni fra i denti agitando le labbra, battendo le
ciglia ed increspando la fronte, mi tornò alla memoria il temporale, e scoppiai
in una fragorosa e interminabile risata. Il prete, che era lesto di cervello,
capì in un attimo la ragione delle mie risa e, scordando il suo ministero, non
potendosi più tenere cominciò a sghignazzare a crepapelle. La Menica e la
serva, che erano presenti, ci credettero impazziti; ma, giacché il riso è
contagioso ed il prete riesciva tanto bizzarro nei suoi contorcimenti, si
misero a ridere anch'esse. La solennità dell'olio santo s'era trasformata così
in una farsetta da carnevale.
Allora io pigliai da lato la mia
chitarra e cominciai gli accordi, e il prete intonò una canzone delle sue più
sguaiate; ed egli cantava con pazza gioia ed io accompagnavo con tanto felice
ardore, che mi pareva di esser il dio della contentezza. Ma la saggia Menica mi
fece smettere per forza, e, mandò via il curato bislacco, che si sentiva ridere
ancora sulle scale e in istrada di questo suo penitente mezzo morto,
resuscitato.
Il dì seguente mi svegliai con un
rabbioso appetito. Due giorni dopo giravo tutta la casa; quattro giorni
appresso andavo nel brolo e nel paese, e, passata una settimana, mi arrampicavo
sui monti e avrei mangiato i gusci delle ostriche.
La mia guarigione fu cominciata
dalle smorfie del prete, ma fu compiuta dalla chitarra. Tu non puoi pensare
quale beatitudine fosse la mia nel potere di nuovo agitare fieramente le corde
di quello strumento, che amo sin da fanciullo, e che mi è sempre stato una
grande consolazione nelle traversie della vita giovanile e ne' piccoli fastidii
della vecchiaia. Tu mi hai sentito suonare. Sono un buon chitarrista, non è
vero? Ho le mie ambizioncelle anch'io, caro nipote. Quando andavo sotto il
balcone della Menica, settant'anni addietro, e suonavo dolce dolce un minuetto
del Monteverde, la gente stava ad ascoltarmi a bocca aperta, e il cuore batteva
forte alla mia fidanzata, che mi scoccava dalle imposte socchiuse delle
occhiate assassine.
Adesso ancora mi diverto a
cercare nelle antiche melodie le antiche memorie. Vado nella cappella del
palazzo, che è, come tu sai, all'angolo della galleria, ed ha l'altare tutto di
legno ad angeli paffuti e a cartocci barocchi, i quali mostrano ne' luoghi più
riposti i segni delle scomparse dorature: e vi sono i vetri a figure colorate,
qua e là rotti e restaurati con pezzi di vetri bianchi, sicché ad un Santo
manca la testa, all'altro un braccio o una gamba: e non ostante la chiesetta ha
qualcosa di severo e di sacro nella sua mezza oscurità. Non c'è neanche un
quadro; le pareti son nude; solo da una parte si vede appesa ad un chiodo la
mia chitarra, che è quasi una reliquia. Stacco lo strumento, e, salendo dallo
scalone interno, quello scalone lungo e diritto, che ha i suoi dugento gradini
tutti sconnessi, vado pian piano nel giardino alto, da cui si domina il
villaggio e la valle, e mi metto a sedere sui graticci, i quali, servendo solo
per i bachi da seta, restano quasi tutto l'anno accatastati nel padiglione
delle feste. Questo magazzino, gioia dei topi e dei ragni, era una piccola
reggia tre secoli addietro. I nostri antenati vi godevano le loro orgie, che
non invidio: donne, balli, buffoni, cene, le quali non terminavano prima
dell'alba e lasciavano uomini e femmine arrotolati per terra. Col vino scorreva
qualche volta il sangue. I muri portano ancora, quasi cancellati dal tempo, i
nomi ed i motti di qualcuno dei violenti e gaudenti cavalieri. V'è, tra le
altre, sotto al disegno rozzo di un cuore trafitto, l'impresa: Dopo il bacio
il pugnale.
Così, seduto al fresco ne' bei
giorni d'estate, strappo alle corde i miei vecchi ricordi in questi ultimi
anni, che sono i più tranquilli e i più lieti della mia vita. Lascio morire
flebilmente le armonie sotto la vòlta della sala, seguendo attentissimo con
l'orecchio le ultime oscillazioni, che si dileguano nel brontolìo lontano del
Chiese. Poi, sentendomi ringalluzzito, picchio forte su tutte quante le corde e
comincio un allegro amoroso, una gavotta saltellante; ma pur troppo la mia mano
sinistra ha perduto un poco di agilità, e la mia destra è scemata un poco di
vigore. Oggi son più valente negli adagi, nelle ariette patetiche: ai vecchi
s'addice meglio il rimpianto.
La mia chitarra ha cinque corde
doppie; sale dal la al mi, due ottave e mezzo. È uno strumento
ammirabile per la sonorità e l'eleganza. La rosa, intagliata a minuti intrecci
e trafori di cerchi, di triangoli, di foglioline, pare un'opera in filigrana.
Il manico, intarsiato di avorio e di ebano con dei filetti d'oro, rappresenta
una caccia in figure alte un'oncia: cavalcatori, dame, falconieri, con cani,
caprioli, lepri, cignali e ogni sorta di selvaggina. Al basso della cassa
armonica s'ammira poi una figuretta d'argento, un Apollo sdraiato che suona la
cetra, cosa che più graziosa al mondo non si potrebbe vedere. Oltre a ciò,
accomodate in vago ornamento, stanno un centinaio di perle, alcune assai
grosse, e così bene incastonate, che sette soltanto si sono rotte o perdute.
Insomma questa chitarra magnifica desidero, dopo la mia morte, lasciarla al mio
caro nipote. Fors'è un'ubbia dello zio quasi rimbambito, ma non vorrei che la
chitarra uscisse dalla nostra famiglia. C'è sotto una storiella. Te la
racconterò, prima perché giova che tu la sappia, e poi per amore di me
medesimo. Non posso dormire, come accade ai vecchioni, più di due o tre ore la
notte, e ho gli occhi sani, e non cavo troppo gusto a leggere libri per cagione
della memoria, che mi serve benissimo nelle cose lontane, ma pochissimo nelle
vicine, sicché alla fine di un volume rischio di non rammentarmi il principio.
Bisogna dunque ch'io metta un poco di nero sul bianco per occupar la sera in
qualcosa, mentre la Menica, tenendo in grembo il suo micio, pisola nel
seggiolone.
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