|
A PASQUINO E MARFORIO ANTICHI ROMANI E AMATORI DEL VERO
PIETRO ARETINO
Il martello ch'i' ho di voi dua, poi
ch'io cangiai un fiume al mare e Roma con Venezia, vuol ch'io v'indrizzi la
vita d'Astolfo e de gli altri paladini, detta da me l'Astolfeida. Io la
mando a voi perché nascesti innanzi a' paladini, i quali son terra da ceci già
700 anni in circa. Voi soli avete visto e cognosciuto chi è visso e morto, chi
vive ora e chi viverà poi. Voi soli siate e sarete, vivete e viverete fino al
dì del giudizio, e in un tempo siate antichi e moderni. Voi soli siate amanti
del vero e nimici de le menzogne. Voi soli vo[i]rreste morire per il vero, ma
il vero vi tien vivi perché siate il paragon de' bugiardi. Chi è caparbio e
ostinato abbaglia in ciò che fa, escetto ch'in dire il vero. Voi dite il vero a
tutti e siate intesi da ogni gente. Pasquino cantando il vero scuopre le virtù,
i vizii di tutti. Marforio sosorgnione dormendo afferma ciò che dice Pasquino,
perché chi tace acconsente. Pasquino non cura i bravacci che più volte li
hanno tagliato il naso, i bracci, le mani, i piedi, e mai gli han possuto
tagliar la lingua. Pasquino, poi che Roma è Roma, sta forte in Parione;
Marforio iace sodo sodo a piè di Campidoglio. Pasquino non si muove mai, se ben
Roma va tutta in arme; Marforio non si drizzaria da iacere pel Turco, né per un
altro. Pasquino non si degna a chi é indegno di lui; Marforio non alza il capo
a' carri, a le carrette, a' bufoli né a gli asini. In somma Pasquino e Marforio
son sempre d'accordo e stando scoperti al sole e a la luna si ridono de gli
astrologi bugiardi, e non pigliando mai medicine tirano grata correge a la
barba d'i medici. Quando è carrestia lor dui, che vivono di mamma orientale,
fanno i fichi al grano de' riconi miseroni. A tempo di peste, perché‚ non son
sanguìni, non pigliano anguinaglie, e contro a la guerra hanno sì dura la pelle
che non temono gli archibusi. Pasquino, che senza nigromanzia si transforma in ogni
cosa, dice che sa fare ogni cosa. Quel pazzo d'Ercole de la Cantina in Roma
assaltò un tratto con la spada ignuda Pasquino, ignudo come e' gli è, e
menandoli mille colpi mai li possette cavar sangue. Il cielo e ' fati affadorno
Pasquino e Marforio in perpetuo. Orlando e Feraù furono fatati da non poter
morir mai, e pur morirono; solo Pasquino e Marforio furono fatati da vero e gli
altri da beffe. Quando ero in Roma si fe' una caccia di toro inanzi a Pasquino:
il toro sbudellò un caca-pensieri ch'andò ad affrontarlo e
sbalzò in aria dui altri pera-grilli; viddi un artigianello
sfacendato che fuggendo dal toro saltò su gli omeri a Pasquino e il toro,
avendo rispetto a Pasquino, ebbe riguardo a lui. Nel sacco di Roma chi fu
morto, chi taglieggiato e chi perse i genitali: soli Pasquino e Marforio, per i
meriti loro e per grazia bona, non ebbero male alcuno. Nel diluvio il Tevero
da bene, smorbando i mali, portò via case e botteghe, taverne, bordelli,
puttane, ruffiani, asini, cavalli, buffoli, cani, gatti e fino a' topi:
Pasquino e Marforio non mossero mai i piedi. Adunque, o miei buon sozii, sotto
l'umbra del vostro vero mando al sole l'Astolfeida, perché la salviate
de' morsi de le cicale. Io so che sapete che i paladini furono valenti e da
bene, ma non quanto se ne ragiona. I paladini furono uomini come gli altri; il
mondo fu sempre d'una sorte e non mancano oggi, in cambio di paladini, i
colonnelli, i capitani, li alfieri, i maestri di campi e de la vigna, e per tutto
ci è de li Astolfi e più de' Martani e — quel ch'è peggio — de' Gani a iosa.
Or, per non vi esser lungo, ecco l'Astolfeida sotto la protezzione
vostra, e vi bascio di lontan il cuore e sempre scampando state lieti.
|