Vedete, Venerabili Fratelli, quanto sia necessario fare
ogni sforzo perché la carità di Cristo torni a dominare fra gli
uomini. Questo sarà sempre il Nostro obbiettivo e questa l'impresa
speciale del Nostro Pontificato. Questo sia pure, ve ne esortiamo, il vostro
studio. Non ci stanchiamo di inculcare negli animi di attuare il detto
dell'Apostolo San Giovanni: "Perché noi ci amiamo l'un l'altro"
(Joan. III, 23). Sono belle, per fermo, sono commendevoli le pie istituzioni,
di cui abbondano i nostri tempi; ma allora solo tradurranno un reale vantaggio,
quando contribuiranno in qualche modo a fomentare nei cuori l'amore di Dio e
del prossimo; diversamente non hanno valore, perché "chi non ama
rimane nella morte" (Ibid. 14).
Abbiamo detto che un'altra cagione dello scompiglio sociale consiste in
questo, che generalmente non è più rispettata l'autorità
di chi comanda. Imperocché dal giorno che ogni potere umano si volle emancipato
da Dio, Creatore e Padrone dell'universo, e lo si volle originato dalla libera
volontà degli uomini, i vincoli intercedenti fra superiori e sudditi si
andarono rallentando talmente da sembrare ormai che siano quasi spariti. Uno
sfrenato spirito di indipendenza unito ad orgoglio si è a mano a mano
infiltrato per ogni dove, non risparmiando neppure la famiglia ove il potere
chiarissimamente germina dalla natura; ed anzi, ciò che è
più deplorevole, non sempre si è arrestato alle soglie del
Santuario. Di qui il disprezzo delle leggi; di qui l'insubordinazione delle
masse; di qui la petulante critica di quanto l'autorità disponga; di qui
i mille modi escogitati a fin di rendere inefficace la forza del potere; di qui
gli spaventevoli delitti di coloro che, facendo professione di anarchia, non si
peritano di attentare così agli averi come alla vita altrui.
Di fronte a questa mostruosità del pensare e dell'agire, deleteria
di ogni esistenza sociale, Noi costituiti da Dio custodi della verità,
non possiamo non alzare la voce; e ricordiamo ai popoli quella dottrina che
nessun placito umano può mutare: "Non vi è potere se non
da Dio: e le cose che sono, sono ordinate da Dio" (Rom. XIII, 1). Ogni
potere adunque che si esercita sulla terra, sia esso di sovrano, sia di
autorità subalterne, ha Dio per origine. Dal che San Paolo deduce il
dovere di ottemperare, non già in qualsivoglia maniera, ma per
coscienza, ai comandi di chi è investito del potere, salvo il caso in
cui si oppongano alle leggi divine:"Laonde siate costretti della
necessità, non solo per ira, ma anche per coscienza" (Ibid. 5).
E conformemente a questi precetti di San Paolo, insegna pure lo stesso Principe
degli Apostoli: "Siate soggetti ad ogni creatura umana per amore di
Dio: sia al re perché capo, sia ai comandanti come quelli che sono da
lui inviati" (I Petr. II, 13-14). Dalla qual premessa il medesimo
Apostolo delle genti inferisce che chi si ribella alle legittime potestà
umane, si ribella a Dio ed incorre nell'eterna dannazione: "Perciò
chi resiste al potere, resiste all'ordine di Dio. E quelli che resistono, vanno
in dannazione" (Rom. XIII, 2).
Rammentino questo i Principi e i Reggitori dei popoli, e vedano se sa
sapiente e salutevole consiglio, per i pubblici poteri e per gli Stati, il far
divorzio dalla Religione santa di Cristo, che è sostegno così
potente delle autorità. Riflettano bene se sia misura di saggia politica
il voler sbandita dal pubblico insegnamento la dottrina del Vangelo e della
Chiesa. Una funesta esperienza dimostra che ivi l'autorità umana
è disprezzata, donde esula la religione. Succede infatti alle
società, quello stesso che accadde al nostro primo padre, dopo aver
mancato. Come in lui appena la volontà si fu ribellata a Dio, le
passioni si sfrenarono e disconobbero l'impero della volontà; cosi,
allorquando chi regge i popoli disprezza l'autorità divina, i popoli a
loro volta scherniscono l'autorità umana. Rimane certo il solito
espediente di ricorrere alla violenza per soffocare le ribellioni: ma a che
pro? La violenza opprime i corpi, non trionfa della volontà.
|