Or tutto il segreto di questa filosofia sta in ciò
che i così detti beni della vita mortale sono semplici parvenze di bene,
e che perciò non è col loro godimento che si possa formare la
felicità dell'uomo. Sulla fede dell'autorità divina, tanto
è lungi che le ricchezze, la gloria, il piacere ci arrechino la
felicità che, anzi, se vogliamo davvero essere felici, dobbiamo
piuttosto, per amore di Dio, rinunziarvi: "Beati i poveri....Beati voi,
che ora piangete... Beati quando gli uomini vi odieranno e vi separeranno e
scacceranno il vostro nome come un male" (Luc. VI, 20-22). Vale a
dire, attraverso i dolori, le sventure, le miserie di questa vita, se
com'è dover nostro, le sopportiamo pazientemente, ci apriamo da noi
stessi l'adito al possesso di quei veri ed imperituri beni "che Dio ha
preparato a quelli che lo amano" (I Cor. II, 9). Ma un così
importante insegnamento della fede da molti purtroppo è negletto, e da
non pochi è dimenticato del tutto. Tocca a voi, Venerabili Fratelli, di
farlo rivivere negli uomini: senza cui l'uomo, e l'umana società, non
avranno mai pace. Diciamo dunque a quanti sono afflitti o sventurati, di non
fermare l'occhio alla terra, che è luogo di esilio, ma di levarlo al
Cielo, al quale siamo diretti: perché "non abbiamo qui una
città stabile, ma ne cerchiamo una futura." (Hebr. XIII, 13).
Ed in mezzo alle avversità colle quali Iddio mette alla prova la loro
perseveranza nel servirlo, riflettano sovente quale premio è loro
riservato, se da tale cimento usciranno vittoriosi: "Poiché
quella che oggi è per noi una momentanea e leggiera tribolazione, forma
in noi il peso oltremodo sublime ed eterno della gloria" (II Cor. IV,
17). Da ultimo l'adoprarsi con ogni potere e con ogni attività per farli
fiorire fra gli uomini la fede nella verità soprannaturale, e
contemporaneamente la stima, il desiderio, la speranza dei beni eterni, sia la
prima delle vostre missioni, o Venerabili Fratelli, e il principale intento del
clero ed anche di tutti quei Nostri figli che, stretti in vari sodalizi, zelano
la gloria di Dio e il bene vero della società. Perocché a misura
che crescerà negli uomini il sentimento di questa fede, andrà
scemando la smania febbrile onde si ricercano i vani beni della terra, e
gradatamente andranno sedandosi i moti e le contese sociali.
E ora se lasciando da parte la società civile, rivolgiamo il
pensiero alla considerazione di ciò che è proprio della Chiesa,
vi è, senza dubbio, ragione perché l'animo Nostro, trafitto da
tanta calamità dei tempi, almeno in parte si allieti. Infatti oltre agli
argomenti, che si offrono da sé luminosissimi, di quella divina
virtù ed indefettibilità di cui gode la Chiesa, non piccola
consolazione Ci offrono quei preclari frutti che del suo operoso Pontificato Ci
lasciò il Nostro Predecessore, Pio X, dopo aver illustrato l'Apostolica
Sede con gli esempi di una vita tutta santa. Vediamo, infatti, per l'opera sua,
acceso universalmente negli Ecclesiastici lo spirito religioso; ravvivata la
pietà del popolo cristiano; promosse nelle società cattoliche
l'azione e la disciplina; dove costituita la sacra gerarchia, dove ampliata;
provveduto per l'educazione del giovane clero, conforme alla severità
dei canoni, e, nella misura del necessario, a seconda della natura dei tempi;
rimosso dall'insegnamento delle scienze sacre ogni pericolo di temerarie
innovazioni; l'arte musicale ricondotta a servire degnamente la maestà
delle sacre funzioni ed accresciuto il decoro del culto; il cristianesimo
largamente propagato con nuove missioni di banditori del Vangelo.
Sono questi, in verità, grandi meriti del Nostro Antecessore verso
la Chiesa, meriti dei quali conserveranno i posteri grata memoria. Tuttavia,
poiché il campo del padre di famiglia è sempre esposto,
così permettendo Iddio, alle male arti del nemico, non
avverrà mai che non debbasi esso lavorare perché il fiorire della
zizzania non danneggi la buona messe. Pertanto, ritenendo come detto anche a
Noi ciò che Dio disse al profeta: "Ecco, e io ti ho posto oggi
sulle genti e sui regni, perché tu tolga e distrugga... perché
edifichi e pianti" (Jer. I, 10), per quanto starà in Noi avremo
sempre la massima cura di rimuovere il male e promuovere il bene,
fintantoché non piacerà al Pastore dei Pastori di domandarCi
conto dell'esercizio del Nostro mandato.
Or dunque, o Venerabili Fratelli, mentre vi rivolgiamo questa prima Lettera
Enciclica, ravvisiamo opportuno accennare alcuni dei punti principali a cui
abbiamo in animo di dedicare le Nostre speciali cure; così studiandovi
voi di secondare col vostro zelo l'opera Nostra, anche più sollecitamente
si otterranno i desiderati frutti.
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