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| Benedictus PP. XV Ad beatissimi IntraText CT - Lettura del testo |
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VENERABILI FRATELLI Non appena per gli inscrutabili consigli della Provvidenza divina, senza alcun Nostro merito, fummo chiamati ad assiderCi sulla Cattedra del Beatissimo Principe degli Apostoli, Noi, ascoltando come diretta alla Nostra Persona quell'istessa voce che il Nostro Signor Gesù Cristo rivolgeva a Pietro: "Pascola i miei agnelli, pascola le mie pecore" (Joan. XXI, 15-17), immediatamente rivolgemmo uno sguardo di inesprimibile affetto al gregge che veniva affidato alla Nostra cura: gregge veramente immenso, perché abbraccia, quali per un aspetto, quali per un altro, tutti gli uomini. Tutti, infatti, quanti essi sono, furono liberati dalla servitù del peccato da Gesù Cristo, che per loro offri il prezzo del Suo Sangue; né v'ha alcuno che sia escluso dai vantaggi di questa redenzione. Onde può ben dire il Divino Pastore che, mentre una parte dell'uman genere la tiene di già avventuratamente accolta nell'ovile della Chiesa, l'altra Egli ve la sospingerà dolcemente: "Ho anche altre pecore che non sono di questo ovile; ed occorre che io le porti qui ed ascolteranno la mia voce" (Joan. X, 16). Lo confessiamo, Venerabili Fratelli: il primo sentimento che abbiamo provato nell'animo, e che vi fu acceso di sicuro dalla divina bontà, è stato un incredibile palpito di affetto e di desiderio per la salvezza di tutti gli uomini; e nell'assumere il Pontificato Noi concepimmo quel medesimo voto che Gesù Cristo espresse già presso a morire sulla Croce: "O padre santo, conservali nel tuo nome, che Tu hai dato a me" (Joan. XVII, 11). Quindi è che allorquando da questa altezza dell'apostolica dignità potemmo contemplare con un solo sguardo il corso degli umani avvenimenti, e Ci vedemmo dinanzi la miseranda condizione della civile società, Noi ne provammo davvero un acuto dolore. E come sarebbe potuto accadere, che divenuti Noi Padre di tutti gli uomini, non Ci sentissimo straziare il cuore allo spettacolo che presenta l'Europa e con essa tutto il mondo, spettacolo il più tetro forse ed il più luttuoso nella storia dei tempi? Sembrano davvero giunti quei giorni, dei quali Gesù Cristo predisse: "Udirete le battaglie e le opinioni delle battaglie [...] Nascerà infatti gente da gente e regno da regno" (Matth. XXIV, 6,7). Il tremendo fantasma della guerra domina dappertutto, e non v'è quasi altro pensiero che occupi ora le menti. Nazioni grandi e fiorentissime sono là sui campi di battaglia. Qual meraviglia per ciò, se ben fornite, come uomo, di quegli orribili mezzi che il progresso dell'arte militare ha inventati, si azzuffano in gigantesche carneficine? Nessun limite alle rovine, nessuno alle stragi: ogni giorno la terra ridonda di nuovo sangue e si ricopre di morti e feriti. E chi direbbe che tali genti, l'una contro l'altra armate, discendano da uno stesso progenitore, che sian tutte dell'istessa natura, e parti tutte d'una medesima società umana? Chi li ravviserebbe fratelli, figli di un unico Padre, che è nei Cieli? E intanto, mentre da una parte e dall'altra si combatte con eserciti sterminati, le nazioni, le famiglie, gli individui gemono nei dolori e nelle miserie, tristi seguaci della guerra: si moltiplica a dismisura, di giorno in giorno, la schiera delle vedove e degli orfani: languiscono, per le interrotte comunicazioni, i commerci, i campi sono abbandonati, sospese le arti, i ricchi nelle angustie, i poveri nello squallore, tutti nel lutto.
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