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Benedictus PP. XV
Ad beatissimi

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Vedete, Venerabili Fratelli, quanto sia necessario fare ogni sforzo perché la carità di Cristo torni a dominare fra gli uomini. Questo sarà sempre il Nostro obbiettivo e questa l'impresa speciale del Nostro Pontificato. Questo sia pure, ve ne esortiamo, il vostro studio. Non ci stanchiamo di inculcare negli animi di attuare il detto dell'Apostolo San Giovanni: "Perché noi ci amiamo l'un l'altro" (Joan. III, 23). Sono belle, per fermo, sono commendevoli le pie istituzioni, di cui abbondano i nostri tempi; ma allora solo tradurranno un reale vantaggio, quando contribuiranno in qualche modo a fomentare nei cuori l'amore di Dio e del prossimo; diversamente non hanno valore, perché "chi non ama rimane nella morte" (Ibid. 14).

Abbiamo detto che un'altra cagione dello scompiglio sociale consiste in questo, che generalmente non è più rispettata l'autorità di chi comanda. Imperocché dal giorno che ogni potere umano si volle emancipato da Dio, Creatore e Padrone dell'universo, e lo si volle originato dalla libera volontà degli uomini, i vincoli intercedenti fra superiori e sudditi si andarono rallentando talmente da sembrare ormai che siano quasi spariti. Uno sfrenato spirito di indipendenza unito ad orgoglio si è a mano a mano infiltrato per ogni dove, non risparmiando neppure la famiglia ove il potere chiarissimamente germina dalla natura; ed anzi, ciò che è più deplorevole, non sempre si è arrestato alle soglie del Santuario. Di qui il disprezzo delle leggi; di qui l'insubordinazione delle masse; di qui la petulante critica di quanto l'autorità disponga; di qui i mille modi escogitati a fin di rendere inefficace la forza del potere; di qui gli spaventevoli delitti di coloro che, facendo professione di anarchia, non si peritano di attentare così agli averi come alla vita altrui.

Di fronte a questa mostruosità del pensare e dell'agire, deleteria di ogni esistenza sociale, Noi costituiti da Dio custodi della verità, non possiamo non alzare la voce; e ricordiamo ai popoli quella dottrina che nessun placito umano può mutare: "Non vi è potere se non da Dio: e le cose che sono, sono ordinate da Dio" (Rom. XIII, 1). Ogni potere adunque che si esercita sulla terra, sia esso di sovrano, sia di autorità subalterne, ha Dio per origine. Dal che San Paolo deduce il dovere di ottemperare, non già in qualsivoglia maniera, ma per coscienza, ai comandi di chi è investito del potere, salvo il caso in cui si oppongano alle leggi divine:"Laonde siate costretti della necessità, non solo per ira, ma anche per coscienza" (Ibid. 5). E conformemente a questi precetti di San Paolo, insegna pure lo stesso Principe degli Apostoli: "Siate soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio: sia al re perché capo, sia ai comandanti come quelli che sono da lui inviati" (I Petr. II, 13-14). Dalla qual premessa il medesimo Apostolo delle genti inferisce che chi si ribella alle legittime potestà umane, si ribella a Dio ed incorre nell'eterna dannazione: "Perciò chi resiste al potere, resiste all'ordine di Dio. E quelli che resistono, vanno in dannazione" (Rom. XIII, 2).

Rammentino questo i Principi e i Reggitori dei popoli, e vedano se sa sapiente e salutevole consiglio, per i pubblici poteri e per gli Stati, il far divorzio dalla Religione santa di Cristo, che è sostegno così potente delle autorità. Riflettano bene se sia misura di saggia politica il voler sbandita dal pubblico insegnamento la dottrina del Vangelo e della Chiesa. Una funesta esperienza dimostra che ivi l'autorità umana è disprezzata, donde esula la religione. Succede infatti alle società, quello stesso che accadde al nostro primo padre, dopo aver mancato. Come in lui appena la volontà si fu ribellata a Dio, le passioni si sfrenarono e disconobbero l'impero della volontà; cosi, allorquando chi regge i popoli disprezza l'autorità divina, i popoli a loro volta scherniscono l'autorità umana. Rimane certo il solito espediente di ricorrere alla violenza per soffocare le ribellioni: ma a che pro? La violenza opprime i corpi, non trionfa della volontà.




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