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Benedictus PP. XV
Ad beatissimi

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Or tutto il segreto di questa filosofia sta in ciò che i così detti beni della vita mortale sono semplici parvenze di bene, e che perciò non è col loro godimento che si possa formare la felicità dell'uomo. Sulla fede dell'autorità divina, tanto è lungi che le ricchezze, la gloria, il piacere ci arrechino la felicità che, anzi, se vogliamo davvero essere felici, dobbiamo piuttosto, per amore di Dio, rinunziarvi: "Beati i poveri....Beati voi, che ora piangete... Beati quando gli uomini vi odieranno e vi separeranno e scacceranno il vostro nome come un male" (Luc. VI, 20-22). Vale a dire, attraverso i dolori, le sventure, le miserie di questa vita, se com'è dover nostro, le sopportiamo pazientemente, ci apriamo da noi stessi l'adito al possesso di quei veri ed imperituri beni "che Dio ha preparato a quelli che lo amano" (I Cor. II, 9). Ma un così importante insegnamento della fede da molti purtroppo è negletto, e da non pochi è dimenticato del tutto. Tocca a voi, Venerabili Fratelli, di farlo rivivere negli uomini: senza cui l'uomo, e l'umana società, non avranno mai pace. Diciamo dunque a quanti sono afflitti o sventurati, di non fermare l'occhio alla terra, che è luogo di esilio, ma di levarlo al Cielo, al quale siamo diretti: perché "non abbiamo qui una città stabile, ma ne cerchiamo una futura." (Hebr. XIII, 13). Ed in mezzo alle avversità colle quali Iddio mette alla prova la loro perseveranza nel servirlo, riflettano sovente quale premio è loro riservato, se da tale cimento usciranno vittoriosi: "Poiché quella che oggi è per noi una momentanea e leggiera tribolazione, forma in noi il peso oltremodo sublime ed eterno della gloria" (II Cor. IV, 17). Da ultimo l'adoprarsi con ogni potere e con ogni attività per farli fiorire fra gli uomini la fede nella verità soprannaturale, e contemporaneamente la stima, il desiderio, la speranza dei beni eterni, sia la prima delle vostre missioni, o Venerabili Fratelli, e il principale intento del clero ed anche di tutti quei Nostri figli che, stretti in vari sodalizi, zelano la gloria di Dio e il bene vero della società. Perocché a misura che crescerà negli uomini il sentimento di questa fede, andrà scemando la smania febbrile onde si ricercano i vani beni della terra, e gradatamente andranno sedandosi i moti e le contese sociali.

E ora se lasciando da parte la società civile, rivolgiamo il pensiero alla considerazione di ciò che è proprio della Chiesa, vi è, senza dubbio, ragione perché l'animo Nostro, trafitto da tanta calamità dei tempi, almeno in parte si allieti. Infatti oltre agli argomenti, che si offrono da sé luminosissimi, di quella divina virtù ed indefettibilità di cui gode la Chiesa, non piccola consolazione Ci offrono quei preclari frutti che del suo operoso Pontificato Ci lasciò il Nostro Predecessore, Pio X, dopo aver illustrato l'Apostolica Sede con gli esempi di una vita tutta santa. Vediamo, infatti, per l'opera sua, acceso universalmente negli Ecclesiastici lo spirito religioso; ravvivata la pietà del popolo cristiano; promosse nelle società cattoliche l'azione e la disciplina; dove costituita la sacra gerarchia, dove ampliata; provveduto per l'educazione del giovane clero, conforme alla severità dei canoni, e, nella misura del necessario, a seconda della natura dei tempi; rimosso dall'insegnamento delle scienze sacre ogni pericolo di temerarie innovazioni; l'arte musicale ricondotta a servire degnamente la maestà delle sacre funzioni ed accresciuto il decoro del culto; il cristianesimo largamente propagato con nuove missioni di banditori del Vangelo.

Sono questi, in verità, grandi meriti del Nostro Antecessore verso la Chiesa, meriti dei quali conserveranno i posteri grata memoria. Tuttavia, poiché il campo del padre di famiglia è sempre esposto, così permettendo Iddio, alle male arti del nemico, non avverrà mai che non debbasi esso lavorare perché il fiorire della zizzania non danneggi la buona messe. Pertanto, ritenendo come detto anche a Noi ciò che Dio disse al profeta: "Ecco, e io ti ho posto oggi sulle genti e sui regni, perché tu tolga e distrugga... perché edifichi e pianti" (Jer. I, 10), per quanto starà in Noi avremo sempre la massima cura di rimuovere il male e promuovere il bene, fintantoché non piacerà al Pastore dei Pastori di domandarCi conto dell'esercizio del Nostro mandato.

Or dunque, o Venerabili Fratelli, mentre vi rivolgiamo questa prima Lettera Enciclica, ravvisiamo opportuno accennare alcuni dei punti principali a cui abbiamo in animo di dedicare le Nostre speciali cure; così studiandovi voi di secondare col vostro zelo l'opera Nostra, anche più sollecitamente si otterranno i desiderati frutti.




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