| Indice: Generale - Opera | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
| Giacomo BINI, OFM Ridisegnare le presenze come fraternità IntraText CT - Lettura del testo |
Alcune piste per ridisegnare presenze fraterne
Tra le tante piste ipotizzabili per ridisegnare presenze fraterne, vorrei insistere sulle seguenti:
La tensione dinamica e costruttiva tra i valori e le strutture accompagnerà la nostra esistenza, personale e comunitaria, fino al giorno della nostra morte. Non esistono valori senza strutture, né strutture senza alcun riferimento ai valori, e questo è logico. Ed è ugualmente scontato che vivendo certi valori in determinate epoche e tempi, le strutture devono necessariamente adattarsi. Più i valori sono chiari e forti, più si creano e si inventano nuove forme. "È pronto a cambiare chi è stabile nei valori". Chi invece fonda la sua stabilità nelle strutture non riesce a comprendere l’esigenza dei cambiamenti.
Per riattualizzare, insomma, i nostri carismi occorre una vera conversione interiore.
Da un punto di vista evangelico, e a partire dai testi delle nostre Regole e Costituzioni, non dovrebbero esserci dubbi sulla funzione diaconale dell’autorità. Anche il CJC è estremamente chiaro (cfr. canoni 618-619). Si parla di un "servizio ricevuto da Dio", di "docilità alla volontà di Dio", di "ascoltare i sudditi", di "rispettare la persona umana", di "costruire una comunità fraterna nella quale si cerchi Dio sopra ogni cosa", di dialogo, ecc…
Ma il modo concreto di esercitare questa autorità spesso è ben diverso e lascia molto a desiderare. In certi casi si tratta di protagonismo e di egocentrismo "politico" e amministrativo, che non aiuta a creare comunione, ma genera paure, individualismi, efficientismi. È la sete e l’esercizio dell’autorità secondo il mondo. L’autorità diventa potere. Grave sarebbe identificare la propria persona con le strutture dell’autorità: non sarebbe più servizio, ma autoaffermazione. In questo caso, creando anche nuovi gruppi o nuove presenze non migliora certo la nostra testimonianza evangelica nell’ambiente in cui viviamo. Si tratterebbe di una istituzione come un’altra, forse anche efficiente, ma non è una fraternità secondo il Vangelo.
Altre volte cerchiamo di conciliare la diaconia spirituale con il nostro protagonismo.
Anche in questo caso, il servizio può diventare spazio per l’autoaffermazione. Questa ambiguità è fonte di tensione e sofferenza interiori per chi la esercita, di confusione nella ricerca, generando così smarrimento all’interno di un Istituto. C’è anche un’autorità "dimissionaria": si è persa ogni speranza. Si lascia che l’istituzione cammini senza che nessuno la animi o la stimoli. È così difficile approdare ad una revisione vera e fruttuosa delle nostre presenze come fraternità nel mondo di oggi senza l’animazione evangelica che viene dall’autorità.
Se vogliamo realmente iniziare un nuovo stile di presenza come fraternità, non possiamo continuare a far fronte soltanto alle emergenze strutturali, alle necessità più immediate, ai bisogni dell’Istituto o del singolo fratello lasciato alle sue personali realizzazioni (tutte "buone" in se stesse), ma occorre creare una vera relazione fraterna fra tutti i membri di un Istituto. Se vogliamo essere fedeli al nostro carisma originario, dovremo superare la superficialità delle improvvisazioni e tracciare un progetto comunitario provinciale. Non si tratta di negare allo Spirito gli spazi di azione per rispettare i nostri programmi troppo dettagliati, bensì di fare attenzione agli individualismi egocentrici ed efficientisti, sempre giustificabili, o alle necessità dell’oggi, riflettendo adeguatamente sul ruolo carismatico del nostro istituto nella storia in cui viviamo e verso cui siamo proiettati.
Occorre un progetto pensato, concordato, attuato e verificato insieme, con l’apporto dei doni di ciascuno, senza escludere la collaborazione dei laici.
Un progetto comune, ma che consente una pluralità di attuazioni. All’interno di questa unità ogni comunità dovrebbe trovare, ricreare e verificare periodicamente il proprio progetto con l’aiuto di tutti. Si può servire la Chiesa e il mondo rimanendo fedeli alla spirito di un Istituto, sia con una presenza fraterna di contemplazione o di inserzione, sia con una fraternità itinerante per l’evangelizzazione. Questa pluralità favorisce e sviluppa i carismi dei singoli membri, rispetta l’unità e la comunione, e ci aiuta ad allargare il nostro orizzonte al Regno di Dio.
Una fraternità per essere evangelica deve andare al di là di se stessa. Essa è il luogo in cui si vive, si cresce, ci si forma, ma per essere mandati nel campo del mondo. La missionarietà non è solo la conseguenza logica di una fraternità animata dallo Spirito, ma anche coscienza carismatica del suo compito: andare sempre al di là di se stessa, verso i più lontani. Una fraternità crea ministeri e servizi nella misura in cui si mette in una situazione di ascolto e di servizio di Dio e del mondo in cui vive.
Questa creatività di ministeri non istituiti è quanto mai urgente. Se da una parte resta sempre diaconia allo Spirito nella comunione ecclesiale, dall’altra deve concretizzarsi a partire dai tanti appelli che vengono dal mondo assetato di valori. Bisogna "ire inter gentes", andare tra la gente, direbbe san Francesco: né sopra, né accanto, né confondendosi con la logica del mondo, né usando gli stessi metodi di potere e dell’apparire, ma secondo la logica del seme, stabilendo un vero dialogo con tutti.
È compito dei consacrati, attraverso un profondo discernimento dei segni dei tempi e una buona dose di kenosi, di espropriazione e di mobilità evangelica, attualizzare questa molteplicità di servizi e collaborare così alla edificazione del Regno di Dio. In questa diaconia della fraternità verso il mondo, è bene preoccuparsi dei destinatari e dei metodi di evangelizzazione, ma ancora più importante è ripensare a come vivere e incarnare il Vangelo dentro questa concreta cultura con le sue peculiarità. È il problema dell’inculturazione, sempre urgente e attuale.
I "frutti missionari" di una fraternità nel mondo verranno in proporzione alla sua capacità di espropriazione: lasciare, cioè, spazio allo Spirito perché possa agire come attore principale. Le leggi dell’efficacia umana vengono sostituite da quelle della fecondità divina, quindi non controllabili, misurabili, ma infinite. È indispensabile non dimenticare questa prospettiva pneumatica animata dalla speranza.