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Lorenzo Prezzi, SCJ
Sintesi Fin. 54a Ass. dell'USG - Novembre 1998

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Governare la rifondazione (fedeltà creativa)

<La rifondazione bisogna farla: è un compito e un’azione che si trasforma in un processo. Bisogna compierla nel momento opportuno in modo tale che produca un buon frutto> (p. Arnaiz) Come tutti i processi solo facendoli si chiariscono e si solidificano. Non si tratta quindi di un invito di tipo volontaristico e arrischiato. In fondo, come ha detto p. Maccise, un buon tratto di rifondazione l’abbiamo già percorso: il ritorno alle fonti, la riformulazione del carisma e della spiritualità, l’inculturazione, l’accettazione della diversità. Sono elementi già compiuti.

P. Kolvenbach in una battuta a tavola faceva notare che un semplice paragone fra gli anni ’50 e gli anni ’90 fa emergere immediatamente un cambiamento di modi, forme, riferimenti, abitudini che enunciato quarant’anni fa sarebbe apparso praticamente impossibile. Una parte della rifondazione è già stata compiuta. Ciò che resta non è irrilevante, ma neppure impossibile.

Don Vecchi ne ha dato una traccia significativa declinando il tutto dalla parte del governo. Per completare una rifondazione è necessario puntare sulle persone, sulle comunità, sui servizi, sulle presenze nel territorio. Non si tratta quindi di una definizione dall’alto ma di un discernimento in cui il compito di governo mette a frutto tutte le possibilità del proprio istituto. Ma se per il singolo e il suo rinnovamento molto è già stata fatto e anche ottenuto, non altrettanto si può dire sul fronte comunitario. L’idea che una comunità debba produrre il suo progetto pastorale, le sue regole (oltre a quelle già in vigore per tutti) una sua specifica identità di gruppo è ancora scarsamente accettata. La pluralità non è declinabile solo a livello di grandi aree geografiche e rispetto alla genialità dei singoli, ma vale anche per il timbro di ciascuna comunità.

Il governo viene investito direttamente da questo compito e ne deve salvaguardare il cammino e la continuità. Per quanto riguarda i servizi specifici essi vanno calibrati in ragione della tradizione di un carisma, delle domande del territorio, della modalità del gruppo, delle ragioni della chiesa locale e della compatibilità con il progetto provinciale e generale. Richiede intelligenza di discernimento a cui il governo non può sottrarsi anche se non può portarlo da solo. E’ in gran parte compito suo invece il legame e il tipo di rapporto fra presenze dell’istituto in regioni e ampie zone territoriali.

Un esempio ci è stato fornito da p. Campus relativamente alla struttura industriale dei media paolini. Combinare l’organizzazione aziendale con la sensibilità apostolica, il rispetto delle regole religiose con quelle delle professioni e dello stato non sono sfide da poco. Ancora in assemblea altre voci hanno sottolineato preoccupazioni similari nei confronti delle iniziative scolastiche o ospedaliere.

Il compito del governo non può essere ignorato. Le preoccupazioni espresse nell’omelia da mons. Nesti erano state dette più ampiamente e precisamente da p. Bini: <Si parla di un servizio ricevuto da Dio, di docilità alla volontà di Dio, di ascolto, di rispetto….Ma il modo concreto di esercitare questa autorità è ben diverso e lascia molto a desiderare. In certi casi si tratta di protagonismo e di egocentrismo politico e amministrativo, che non aiuta a creare comunione, ma genera paure, individualismi, efficentismi.>. Ha ricordato anche il pericolo di una autorità dimissionaria e senza vigore. Il carattere distintivo del difficile equilibrio dei compito di governo è la definizione e l’esecuzione di un progetto che i fratelli abbiamo condiviso e discusso. E rispetto a cui si dia anche possibilità di verifica. Un esempio nel campo educativo è quello fornito da p. Benseny e su quello missionario da p. Aschemann.

Le nuove aree e le prospettive su cui impegnarsi possono essere molte . Don Vecchi ne ricordava alcune davvero decisive: la povertà, la comunione e la cultura. Non è facile oggi dare un volto preciso alla povertà. Essa è certamente molto facile da incontrare, ma assume mille sfumature e mille esigenze diverse. Per quanto l’inserimento diventa necessario, come l’assistenza, come la cura educativa, come la capacità di dialogo critico coi potenti e i forti. In ogni caso non sarà possibile togliere dalla storia delle famiglie religiose e dalla chiesa l’opzione privilegiata dei poveri. <Essa non comporta esclusione alcuna, né disattenzione verso chiunque, ma esprime il coinvolgimento di tutta la chiesa nel momento storico per il quale sta passando il mondo>. E’ parte interna del compito evangelizzante e non un elemento ulteriore. Capacità comunionale e attenzione alla cultura sono altre due prospettive di facile recezione per chi ha il compito di governo.

Concluderei con due piccole note. La prima è relativa alla visibilità. Una nuova domanda di visibilità per la vita religiosa è facilmente percepibile nel popolo di Dio e riscontrabile nei nostri istituti. Ma non si tratta più di una visibilità vistosa, che affida la sua efficacia alla coerenza coi criteri della visibilità mondana. Non si tratta neppure della visibilità da opposizione, quasi che il mondo della vita religiosa debba assumere, seppur per contraddizione, il quadro dei valori recepiti. E’ un processo più sottile e più profondo.

Nel contesto della cristianità sociologica e dell’appartenenza di massa alla chiesa visibilità ha voluto dire talvolta una perseguita invisibilità e una discrezione assoluta. Oggi la visibilità è messa alla prova dal medium dei mezzi di comunicazione sociale che, agli occhi della gente, spesso determinano ciò che è visibile da ciò che è invisibile. E’ bene saperli usare, ma non dobbiamo esserne schiavi o rincorrerli a tutti i costi. La visibilità che dobbiamo perseguire è piuttosto la trasparenza del Vangelo. Se il Vangelo è riconoscibile attraverso i singoli, le comunità e le attività la visibilità o la non visibilità pubblica non sarà più un problema.

La seconda nota riguarda una specifica modalità di governo che chiamerei complicità. Rispetto ai rifondatori e alle comunità e opere che ne portano lo stigma il governo non è istanza equidistante. Esso deve essere capace di complicità positiva, di simpatia. Proprio per questo potrà essere più esigente. L’opera della rifondazione rimarrà incompiuta se mancheranno i riformatori, ma anche se chi governa i nostri istituti non eserciterà una consonanza di positiva complicità e di verifica esigente.




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